Cenni
Geografici e Geologici.
La
Valle Caudina è ubicata in maniera baricentrica rispetto alla regione
Campania. Delimitata a Nord dal Massiccio del Taburno Camposauro
( 1394 mt. s.l.m.) e a sud dalla
Catena Montuosa del Partenio (Monte Vergine – 1598 mt. s.l.m. ) trova
sfogo a ovest nel passo di Forchia e si apre a est verso Benevento. Nella
sua area si rilevano i Comuni di Forchia, Arpaia, Paolisi, Cervinara,
Rotondi, Pannarano, San Martino Valle Caudina, Pietrastornina, Apollosa, Ceppaloni
Montesarchio, Bonea, Bucciano, Airola e Sant’Agata de’Goti.
In
epoca preistorica, la Valle Caudina (più precisamente pare si tratti
dell’area tra Arpaia e Montesarchio, ma sono in corso studi per
precisarne l’ubicazione e la datazione) era una conca lacustre
alimentata dai flussi piovani provenienti dal Taburno e dal Partenio,
abitata solo da dinosauri.
Dal punto di vista geologico, la Valle Caudina è
situata nel settore nordorientale dell’Appennino campano, tra il
massiccio del Taburno-Camposauro a NO e la catena del Partenio che la
delimita a S. Essa rappresenta una porzione del margine esterno della
catena sudappenninica costituita, in affioramento, da varie unità
stratigrafico-strutturali di età compresa tra il cretacico inferiore e il
pliocene medio.
I terreni sono interessati da numerose strutture
sinclinatiche e anticlinatiche dovute all’intensa attività tettonica
che ha interessato la regione nei tempi geologici, e che continua a
manifestarsi sotto l’aspetto sismico. Il ripetersi di terremoti più o
meno intensi (non ultimo il Sisma del 1980, ma con epicentro non in Valle
Caudina) ha evidenziato vistosi effetti geomorfologici, quali abbassamenti
del suolo, fratture e frane che condizionano l’attività dell’area
sannitica.
|
Cenni Storici
Prima
ancora che i Dorici o Ionici ( su tale aspetto non vi è concordanza tra
gli studiosi), intorno al IX sec. a.C., sbarcassero ai piedi della Collina
di Pizzofalcone a Napoli, per fondare la Colonia denominata “Partenope”,
divenuta poi “Neapolis”, in Valle Caudina già esistevano insediamenti
datati intorno al 1800 a.C.. Queste
tribù Osco – Sannite ( più segnatamente Caraceni, Irpini, Caudini,
Pentri e Frentani)
furono le stesse che, federatesi tra loro, sconfissero le truppe romane,
forti di 20.000 uomini – non ancora organizzate in legioni -, guidate
dai Consoli Tito Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino,
umiliandole nel famoso episodio delle “Forche Caudine” (321 a.C.) –
sull’argomento più compiutamente, con oltre 100 pagine web e 500 foto,
www.sanniti.info
o anche www.sanniti.it.
La
successiva reazione di Roma fu violentissima e distruttiva al punto tale
che la Civiltà Sannita in Valle Caudina scomparve del tutto e con essa ne
furono cancellate tutte le tracce.
Ancora
oggi è difficile indicare il luogo nel quale sorgeva la sua Capitale “Caudium”,
contesa tra i Comuni di Montesarchio, Airola, Bonea e Arpaia.
Resistette
a tale distruzione punitiva, sistematica, solo l’odierna Sant’Agata
de’Goti – all’epoca dei fatti “Saticula” o “Plistis” la
quale, non entrata in conflitto con Roma, fu risparmiata.
Con
la sconfitta e scomparsa dalla scena dei Sanniti l’obiettivo di Roma,
ossia quello di aprirsi una strada agevole e tranquilla per Brindisi e
quindi verso i ricchi mercati dell’Egeo, fu raggiunto, e così la Valle
Caudina conobbe un nuovo periodo di prosperità economica e commerciale
grazie alla Via Appia che la percorreva in tutta la sua lunghezza. La
stessa strada Consolare romana favorì il nascere di nuovi insediamenti
(tipico esempio Apollosa – dal latino Lapillium Miliarum – la pietra
miliare posta ad ogni miglio lungo le strade romane – divenuta poi
Lapillusia- Lapellosa – Apollosa), e pur mantenendo in vita le attività
tradizionali quali la pastorizia, già praticata dai Sanniti, ne favorì
altre che ancora oggi costituiscono risorsa primaria della Valle (Vino e
Olio).
In
epoca tardo romana anche la Valle Caudina risentì delle invasioni
barbariche e più segnatamente dapprima di quelle dei Visigoti di Alarico
e poi, a seguito della Battaglia del Vesuvio (569 d.C.) che ne determinò
la definitiva sconfitta (l’odierna S. Agata de’Goti è discendenza di
Colonia di essi), dei Longobardi che vi prosperarono sino a circa l’anno
1000, non senza dover subire le scorribande in Valle ad opera dei
Saraceni. Con
l’epoca feudale e la scomparsa dei Longobardi dalla scena politica iniziò
uno dei periodi più bui della storia caudina, che vide il suo territorio
frazionato in innumerevoli borghi e villaggi, spesso in lotta tra loro,
dominati ciascuno da un “Signore” di turno tenutario di tutti i
diritti di vita e di morte sul contado, interrotto solo dal Regno di
Federico II di Svevia.
Solo
con l’avvento degli Angiò (1342 – Carlo D’Angiò) la Valle Caudina
conobbe nuova egemonia sotto il dominio di un'unica famiglia nobiliare i
Della Leonessa (Du la Lagoniere).
Detta
egemonia sino alla Costituzione del Regno delle due Sicilie, fu mantenuta
sebbene ebbe a passare di mano varie volte dagli Spagnoli ai Francesi e
viceversa (29/06/1440 vittoria degli Spagnoli sui francesi nei cd. Campi
di S.Pietro ad Apollosa – 1480 ritorno degli Angioini con Giovanna D’Angiò
– 1502 inserimento nel Viceregno di Napoli con il Vice Re Don Pedro De
Toledo – successivo passaggio ai Borbone).
Da
tale momento la Valle Caudina trovò un suo equilibrio sino agli inizi del
1800, allorquando il fermento nazionalista e carbonaro attecchì tra le
migliori intelligenze locali. Numerosi furono i patrioti caudini
(provenienti per lo più da S.Martino Valle Caudina, Cervinara, Rotondi e
Pannarano) che pagarono per le proprie idee scontando anni nelle carceri
borboniche, carceri che non ebbero ad “ospitare” solo loro ma anche
Matteo Renato Imbriani (Torre di Montesarchio) ed altri storici carbonari
dell’epoca.
Perché
si avesse definitiva stabilità si dovette attendere il 1860 e l’unità
d’Italia.
Di
converso, però, proprio tra il 1860 e il 1880 la Valle Caudina conobbe il
fenomeno del Brigantaggio (sull’argomento l’ottimo sito www.brigantaggio.it).
Il
fenomeno del brigantaggio trovò terreno fertile sui declivi e sui monti
circostanti la valle, alimentato da una situazione di grave fame e
indigenza.
Tra
le due guerre l’economia della Valle non subì sostanziali variazioni
salvo quella di una consistente diminuzione di braccia dato il
pesantissimo tributo in giovani vite umane pagato dalle famiglie Caudine
nei due conflitti (almeno 1 morto per ogni famiglia!).
La recente storia dal
dopoguerra in poi è tutta indissolubilmente legata a quella del Meridione
e perciò, dapprima basata su una politica totalmente assistenzialistica
e, successivamente, fatta di fiumi di danaro statale mal investiti, dati
senza programmazione e senza il minimo controllo.
|
Colture
e prodotti della terra.
L’economia
della Valle Caudina è essenzialmente ancora oggi di carattere agricolo.
Di particolare pregio l’allevamento con una lenta riscoperta dalla Vacca
Podolica e della Pecora Laticauda. L’allevamento del maiale,
da sempre fonte alimentare principale, resiste ancora oggi in chiave
tradizionale sebbene affiancato, proprio in Valle Caudina da allevamenti
di 35.000 capi ed oltre a carattere intensivo.
Le
colture variano a seconda dei versanti. Sul lato beneventano, e quindi del
Taburno, grande risalto viene dato alle due d.o.c. Aglianico del
Taburno e Falangina del Taburno (rispettivamente vino rosso e bianco)
affiancate dalla Coda di Volpe o Coda di Pecora, all’olio,
rigorosamente extra vergine d’oliva, con cultivar quali Ortice
e Racioppella (quest’ultima ancora in maniera minore).Notevole anche
la produzione di Mela Annurca, nelle varietà “Rossa del
Sud” e “Bella del Sud”, in via di scomparsa ( e quindi da
salvare) la coltivazione della Cipolla di Bonea e di alcune varietà
di mela annurca pressoché estinte.
Sul
versante Avellinese grande rilievo tra i vini assume il Fiano (noto
già ai Latini col nome Vinum Apianum), la castagna
(notevolissima la produzione e numerose le varietà) la Ciliegia
(con due varietà meritevoli di salvaguardia – Imperiale e Gamba
corta) coltivata a San Martino Valle Caudina, Cervinara,
Pannarano, Rotondi e Forchia.
Sempre
sul versante del Partenio presenti funghi spontanei quali i Porcini (sia
di Castagno che di Faggio), i Chiodini e le Famigliole o Pioppini, gli
Ovuli Bianchi ed altre varietà, affiancate da generose quantità di Tartufo
(prevalentemente nero della specie Scorzone o Tuberum Estivum).
E
in generale, poi, nella Valle Caudina trovano posto un po’ tutte le
produzioni ortive, non ultime la coltura di cereali, tutte comunque
effettuate ancora con metodologie tradizionali.
In
via di rilancio l’apicoltura con Miele di Castagno, Sulla, Lupinella,
ecc..
|
Gastronomia
La
cucina della Valle Caudina, per sua fortuna, non ha subito una perdita
d’identità rispetto ad altre cucine che hanno dovuto recuperare piatti
della tradizione.
La
sua cucina, essenzialmente solo influenzata dalle molteplici culture che
si sono manifestate sul territorio nel corso dei secoli, resta ancora
quella della tradizione, una tradizione Contadina, fatta di piatti
semplici e di sapori di una volta. Ai
condimenti, essenzialmente identificabili con l’olio extravergine
d’oliva del Sannio (D.O.P.) e con il lardo di maiale o con lo strutto (
in barba ai dottori!), fanno seguito ancora paste fatte a base di farina e
acqua (cecatielli o cicatielli e fusilli, questi ultimi
rigorosamente “tirati” con un ferro ricavato dalle stecche di un
ombrello rotto) condite con sughi a base di pomodoro e carne (panzetta
d’agnello imbottita al sugo) o ricchi dei profumi del bosco (tartufi
o funghi porcini); ma non mancano piatti della tradizione montana
(dall’influenza vagamente brigantesca) quali le fettuccine alla
farina di castagne condite con olio extravergine d’oliva e alloro.
Grande
spazio è riservato alle minestre tra le quali spiccano per bontà e
gustosità pizza e’ menest’ (una pizza di polenta di farina
bramata cotta sulla pietra accompagnata da borragini soffritte), la minestra
di fagioli e castagne, patate e fagioli e la menest’ caudina
(una variante della napoletana minestra maritata) nella quale i sapori
delle parti povere del maiale si fondono con l’amaro delle verdure
selvatiche.
Sul
fronte dei piatti unici assumono rilievo particolare la Trippa, cucinata
in molteplici modi, il baccalà (unico pesce tipico della cucina
locale, probabilmente introdotto con le invasioni barbariche), e i
gustosissimi Cotiche, cardilli, fagioli e cicorie.
I
secondi, tutti rigorosamente a base di carne, spaziano dall’agnello al
manzo per finire sul Re della cucina caudina: il maiale.
Numerosissime
le preparazioni della tradizione, quella dei giorni di festa, la festa
della civiltà contadina per intenderci, tra di esse basti citare capretto
al forno con patate e coniglio all’aglio.
Accanto
alle carni tradizionali, trovandoci in ambiente montano, non possono
mancare preparazioni come il Cinghiale, la beccaccia, i tordi e le
quaglie, tutti proposti in maniera eccellente e saporita. Invero, il
Cinghiale in alcune aree è vera e propria alternativa al maiale
sostituendosi a questo in numerose preparazioni quali ragù di
cinghiale e cinghiale al forno con castagne.
I
salumi annoverano squisiti capicolli, salsicce secche e soppressate
(queste rigorosamente affumicate sotto il camino per 15 giorni –
tradizione derivataci dalle popolazioni d’accento Sassone – e poi
stagionate in luoghi freschi e asciutti), ma non mancano prosciutti
rivestiti di peperoncino e lonze; mentre i formaggi vedono tra le loro
schiere le ricotte (di pecora e di vacca), i fiordilatte e
scamorze (affumicate e non) e una fitta schiera di pecorini
(freschi e stagionati) – che nel periodo delle “figlianze” si
arricchiscono di particolare sapore grazie ai grassi aggiuntivi -
e di caciocavalli. Tra
i piatti della tradizione posto a se merita la Pizza Piena (l’alter
ego Caudino del Casatiello Napoletano, ma fatto rigorosamente con uova
(mai meno di 24!) salame e formaggio di pecora fresco).
Accanto
alla citata pizza piena, compaiono, poi, biscotti (nasprati e non),
taralli (particolarmente di rilievo o’Pizzpalumm) dolci e salati.
Tra
i dolci il Migliaccio, i dolci a base di castagne, i Torroni
(più del versante Avellinese) - il cd. Copete tutto di origine araba (da Al
kuppiath = mandorlato) –, il riso con il latte (di origine
spagnola, residuato per la festa dell’Ascensione – Arroz con leche)
e le confetture.
Questi
solo i piatti più comuni di un elenco che sarebbe troppo lungo da
“sostenere” senza provare il desiderio di sedersi a tavola, ma già
sufficienti ad invogliare anche i più indecisi a venire a visitare la
nostra splendida terra.
|