VALLE CAUDINA SLOW - FIERI DI ESSERE SANNITI

 

 

... per le buone idee c'è sempre tempo...





508 Ogm: cittadini Ue possono partecipare on-line al processo di valutazione

22/06/2006 - Sloweb Non è una novità che agli italiani non piacciano i prodotti Gm, e anche nel resto dei Paesi europei le percentuali di chi ne sostiene l'impiego nel settore agroalimentare delineano una tendenza netta. A darci cifre precise è l’Eurobarometro (l’ente dell’Ue che periodicamente rilascia i risultati dei sondaggi d’opinione), secondo cui nel Bel Paese a favore degli Ogm nei cibi sarebbe solo il 32% degli intervistati, a fronte di una media europea del 27%. I cittadini-consumatori che vogliono esprimere la propria opinione in merito, comunque, hanno la possibilità di utilizzare alcuni strumenti, come l’Osservatorio Agribiotecnologie, che analizza le richieste di autorizzazione alla commercializzazione in europa di nuovi Ogm presentate dalle aziende private all’Ue. L’Ue consente, infatti, a singoli cittadini o gruppi organizzati di esprimere un proprio parere sulle nuove richieste di commercializzazione e di intervenire così nel processo di valutazione dei rischi ambientali relativi al rilascio nell’ambiente di un organismo transgenico. L’Osservatorio fornisce anche i documenti utili e alcuni dati per avere un quadro completo della presenza di Ogm nei 25 Paesi europei: ad oggi, ad esempio, 6 Piante geneticamente modificate (Pgm) sono state autorizzate per la coltivazione, 20 prodotti derivati da Pgm sono stati autorizzati per l'alimentazione umana e 12 per l’alimentazione animale. Fonte: Apcom, www.consigliodirittigenetici.org


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507 Un contributo per la salvaguardia della biodiversità

20/06/2006 - Sloweb Progetti concreti per salvare prodotti che rischiano di estinguersi, e con loro la cultura e le tradizioni ad essi legate. Sono quelli lanciati dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus, nata proprio per tutelare e valorizzare l’agricoltura sostenibile e di qualità. Recentemente due dei quasi 300 Presidi che la Fondazione sostiene in tutto il mondo hanno fatto importanti passi avanti verso la realizzazione di uno degli obiettivi del progetto: il miglioramento delle strutture produttive. In India il Presidio del riso Basmati di Derhadun (India del Nord), attivo dal 2002, ha potuto cominciare ad utilizzare una macchina per il sottovuoto, che velocizza la lavorazione e aumenta gli standard di igiene. L’acquisto, effettuato dall’associazione Navdanya nel 2005, è stato possibile grazie al finanziamento (8200 euro) della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus, con l’assistenza del Technical Partner Michele Perinotti (Risi & Co – Gli Aironi) e il sostegno dell’azienda vinicola siciliana Planeta. In Brasile, invece, per il Presidio dell’umbù sono stati costruiti dieci piccoli laboratori, che consentono ai contadini di trasformare questo frutto in succhi, confetture e gelatine direttamente presso la propria comunità. La costruzione del laboratori è stata possibile grazie ad un contributo di 8600 Euro inviato nel 2004 dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus, grazie al contributo della Regione Veneto che sostiene il Presidio. Uno degli strumenti più semplici ed efficaci per sostenere la Fondazione e i suoi progetti è il contributo del 5 per mille dell’imposta sul reddito. Con una semplice firma e riportando il codice fiscale 94105130481 nella dichiarazione dei redditi (CUD 2006, 730 1-bis redditi 2005, UNICO persone fisiche 2006) si potrà destinare il 5 per mille dell’IRPEF a sostegno dei progetti della Fondazione in difesa dei piccoli produttori del Sud del mondo. Fonte: Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus


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506 Artico a rischio

19/06/2006 - Sloweb Allarme bomba chimica in Artico. La distesa immacolata è, secondo un recente rapporto pubblicato dal Wwf, solo apparentemente intatta e incontaminata, ma in realta' nasconde un cocktail di veleni servito ghiacciato che colpisce mammiferi e uccelli, compromettendone in modo grave lo stato di salute, l'abilita' a resistere in un ambiente estremo, la capacita' di riproduzione e lo sviluppo. Le correnti oceaniche e i venti spingono verso Nord le sostanze inquinanti, provenienti dalle regioni industrializzate degli Stati Uniti e dell'Europa Occidentale. Una minaccia per i suoi 4 milioni di abitanti e le numerose specie animali che hanno sviluppato speciali strategie per sopravvivere in un ambiente estremo. In particolare si e' rilevato che l'esposizione alle sostanze chimiche tossiche interferisce con il sistema ormonale e immunitario, modifica i livelli di vitamina A e provoca fragilita' della struttura ossea. Cio' vuol dire che a essere alterate sono le principali funzioni vitali: metabolismo, sviluppo, fertilita', determinazione del sesso, funzioni neurologiche, stimoli della fame e della sete, impulsi sessuali. L'esposizione alle sostanze chimiche tossiche insieme ai cambiamenti climatici e alla perdita di habitat, scrive il Wwf, genera una miscela micidiale che mette a rischio la sopravvivenza stessa delle specie artiche. Il Parlamento Europeo, a fine ottobre prossimo, tornera' a decidere su REACH (Registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche) e per il Wwf e' indispensabile che venga approvato un testo in cui sia chiaro e netto il principio di sostituzione delle sostanze piu' pericolose, e la progressiva eliminazione di quelle per le quali e' gia' disponibile un'alternativa. L'Europa ha insomma di fronte a se' - conclude il Wwf - l'opportunita' di assicurare la salute dei suoi cittadini e salvare un pezzo di pianeta da una lenta agonia''. Fonte: Ansa, Wwf


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505 La cucina italiana all’estero

16/06/2006 - Sloweb Torna il consueto appuntamento con la Festa Artusiana di Forlimpopoli che si svolge nel comune romagnolo dal 17 al 25 giugno. Ad aprire la decima edizione della festa dedicata a Pellegrino Artusi, ottocentesco autore de "La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene" è il convegno dal titolo "La cucina italiana all'estero" che si tiene sabato 17 giugno alle ore 18, presso la chiesa dei Servi a Forlimpopoli. Il manuale artusiano - nelle sue molteplici traduzioni - riscuote grande interesse anche fuori dal territorio nazionale e tantissimi sono gli esercizi di ristorazione che, pur nelle forti diversità, si rifanno alla tradizione gastronomica italiana. Al convegno si indaga su esperienze particolari, casi emblematici come quello di Jamie Oliver in Inghilterra, storie di gastronomia e gastronomi oltre confine per tentare di ricostruire un quadro tutt’altro che noto. Come viene eseguita la nostra gastronomia all’estero, di quali prodotti e varietà si serve, come la cucina occupa le menti degli emigranti nelle loro corrispondenze, chi sono coloro che fanno cucina italiana nel mondo: di questo, dello stato di salute e del futuro della cucina italiana all’estero, si occupa il convegno del decennale della Festa Artusiana, che vede il coordinamento scientifico di Massimo Montanari, dell’Università di Bologna e di Alberto Capatti, dell’Università di Scienze Gastronomiche. La festa ospita numerosi incontri e tavole rotonde dedicati alla cultura del cibo e dintorni. Inoltre, quest’anno uno spazio particolare è riservato all’incontro con gli autori di libri legati alla gastronomia: fra loro gli chef che hanno ricevuto il premio Artusi, Pietro Leemann e Renato Gualandi, la giornalista Marina Cepeda Fuentes, lo storico e critico Folco Portinari, gli scrittori Guido Pensato e Saverio Russo.


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504 La rinascita riparte dalla cannella

15/06/2006 - Sloweb Un segno di rinascita nello Sri Lanka devastato dallo tsunami che 18 mesi fa ha causato la morte di 31 000 persone e lasciato un milione di persone senza casa né risorse. L’onda anomala nella sua furia devastatrice ha, infatti, spazzato tutto quello che ha trovato sulla sua via, ma gli abitanti, anziché lasciare la loro terra hanno deciso di rimboccarsi le maniche. L’aiuto per ricominciare arriva da un progetto, finanziato dalla Croce Rossa Spagnola e dal governo dello Sri Lanka con 310 000 dollari, che contribuirà ad aiutare 270 famiglie di produttori di cannella colpite dalla catastrofe del giorno di Santo Stefano. La cannella è coltivata in quest’isola dell’oceano Indiano ed è una fonte di guadagno vitale per gli abitanti. I dati parlano chiaro: 30 000 ettari di piantagioni, e altrettante persone impiegate nel raccolto e nella lavorazione, con 12 000 tonnellate esportate lo scorso anno per un totale di 58 milioni di dollari. L’area di produzione che si affaccia sulla costa devastata dallo tsunami è troppo piccola per determinare un significativo impatto sul mercato. Tuttavia, centinaia di piantagioni ultracentenarie sono state sradicate e molti agricoltori non hanno mai piantato un albero di cannella, perché gli arbusti sono stati piantati dai loro antenati. Il progetto prevede di finanziare gli abitanti del villaggio con piccoli versamenti fino a che non saranno maturi i raccolti nelle nuove piantagioni, mentre si stanno avviando dei progetti per insegnare ai giovani del luogo come produrre la cannella. Fonte: Mail & Guardian


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503 Anticipata di 1000 anni la nascita dell’agricoltura

14/06/2006 - Sloweb Una scoperta che anticipa di ben 1.000 anni la nascita dell’agricoltura. È quella fatta da un gruppo di archeo-botanici dell’Università statunitense di Harvard e di quella israeliana di Bar-Ilan. Secondo gli studiosi, infatti, sarebbe stato il fico la prima pianta “addomesticata” dall’uomo 11.400 anni fa e non il grano, la cui coltivazione sarebbe cominciata un migliaio di anni dopo in Medio Oriente. I ricercatori hanno studiato nove piccoli fichi carbonizzati scoperti in un villaggio d’Israele (Gilgal I), abitato per 200 anni prima di essere abbandonato circa 11.200 anni fa. I fichi analizzati non erano deformati e probabilmente furono seccati per l’alimentazione umana. La comparazione di questi fichi con le varietà attuali, sia selvatiche che coltivate, ha evidenziato che si tratta di una varietà mutante selezionata e propagata dall’uomo. «Poiché questi fichi non producono semi - ha affermato Ofer Bar-Yosef, professore di antropologia dell’Università di Harvard e coautore della ricerca guidata da Mordechai Kislev - non avrebbero potuto soperavvivere più di una generazione se l’uomo non fosse intervenuto piantando nella terra i germogli che gli alberi emettono alla base». Gli uomini di allora decisero di intervenire sulla natura per provvedere al loro stesso sostentamento, piuttosto che confidare nei prodotti spontanei. Questo portò ad uno stile di vita stanziale, con insediamenti umani laddove crescevano i raccolti, segnando una svolta dopo 2,5 milioni di anni di nomadismo dei raccoglitori trasformatori. La nascita dell’agricoltura è tuttavia un problema ancora aperto: un ritrovamento in Corea di riso carbonizzato e ritenuto coltivato, secondo alcune ipotesi, la collocherebbe intorno a 15.000 anni fa.


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502 Italia più Francia, uguale lenticchia

13/06/2006 - Sloweb Nelle giornate di oggi e domani i rappresentanti dei Presìdi della Lenticchia bionda della Planèze di Saint-Flour e della Lenticchia di Ustica si incontrano nell’isola del Tirreno. Questo scambio si pone l’obiettivo di capire quali debbano essere le strategie di promozione e valorizzazione da mettere in atto dai produttori dei due Presìdi, quali sono le differenze fra le tecniche di produzione, e per far avvicinare i francesi, secondo la filosofia più prossima a Terra Madre, a una realtà d’eccellenza come il presidio siciliano ormai noto in tutto il mondo. Quelle di Ustica sono le lenticchie più piccole d’Italia e forse le più antiche del mondo (addomesticate da 9000 anni). Di colore marrone scuro, crescono bene sui terreni lavici dell’isola, senza impiego di concimi né diserbanti. Con il recupero di molti terreni abbandonati, le coltivazioni si sono estese e il legume ha cominciato a uscire dall’isola ed essere esportato nel mondo. In Alvernia la crescente richiesta di formaggi tipici verificatasi nella seconda metà del Novecento, determinò un aumento delle superfici dedicate alle colture foraggere a scapito dei legumi, come le lenticchie bionde coltivate nella Planèze di Saint-Flour, quasi scomparse. Nel 1997, la crisi del mercato del latte indusse alcuni allevatori a riprendere la coltivazione di legumi, la cui memoria era viva negli anziani. Un lavoro di selezione varietale, che ha coinvolto importanti chef nel rilancio gastronomico del prodotto. Lo sforzo del Presidio francese è di allargare il mercato al di là dei confini locali, senza comprometterne il livello qualitativo. Da tempo la Fondazione Slow Food per la Biodiversità crede nell’efficacia degli scambi di esperienze tra i produttori dei presìdi e ha avuto modo di constatare l’enorme utilità del confronto diretto dei saperi, siano essi legati alla tecnica di coltivazione o alla lavorazione di un prodotto.


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501 VI Congresso Nazionale SF- Le linee guida di Carlin: Giocosità amicale, coraggio di sognare e complicità

Di seguito tutto il discorso di Carlin Care delegate, cari delegati, questo appuntamento dei vent'anni è significativo. Sono convinto che, nel futuro dei prossimi anni, quando studieranno il percorso della nostra associazione, questo momento segnerà un punto importante. Da una dimensione giocosa siamo arrivati a una dimensione significativa che ha restituito centralità al cibo. Abbiamo compiuto un percorso identitario che assegna il riconoscimento spettante per natura alla gastronomia, l'abbiamo portata al centro della cultura, dell'economia e della politica; questo è l'elemento distintivo che ci verrà riconosciuto. Siamo partiti dal concetto di socialità del cibo, con i temi della felicità e del piacere, per arrivare alla difesa della diversità culinaria e poi della biodiversità, con eventi grandi e interventi di tipo educativo, non solo i Master of Food ma anche l'Università di Scienze Gastronomiche, per arrivare a Terra Madre che è il nuovo inizio di Slow Food. E' l'approdo più significativo e più forte, perché ribadisce il concetto fondamentale che la cultura contadina non deve essere considerata residuale ma si manifesta come una cultura che può salvare il pianeta. I nostri ultimi anni hanno visto la presa d'atto di due temi: la cognizione che la condizione del pianeta è drammmatica, e che lo scarso rispetto per il mondo rurale è un'ingiustizia. Il rapporto sugli ecosistemi del pianeta, divulgato nel marzo 2005, redatto da 1400 scienziati, non lascia possibilità di scherzare intorno a questo argomento; la descrizione della distruzione degli ecosistemi ha portato il segretario generale della Fao Jacques Diouff a dire che se la comunità internazionale non adotterà drastiche iniziative assisteremo tra trecent'anni all'estinzione della specie umana. Però non avvertiamo questa drammaticità nella politica o nella società, vediamo un'umanità incosciente andare verso il baratro. Non è svilupparsi e produrre sempre di più l'esigenza primaria. Sempre in quel rapporto, si dice che il più grande fattore responsabile della distruzione dell'ambiente è la produzione e il consumo del cibo. Io sono sobbalzato leggendo questo passaggio. I prodotti di sintesi hanno causato l'inquinamento della terra e sterilizzato i suoli, provocando l'aumento dei parassiti, cui si risponde con l'uso di pesticidi e la distruzione va avanti. Sapete cos'è l'impronta ecologica? E' la quantità di terra fertile utilizzata da ciascuno di noi per far fronte ai suoi consumi. Un nordamericano usa 9 ettari e mezzo, un italiano 3,8, un indiano o,8. Se tutti avessero l'impronta ecologica degli americani ci vorrebbero cinque pianeti. La perdita della biodiversità è a livelli inimmaginabili, 160000 km quadrati annui di foresta vengono distrutti. Perfino l'ex vicepresidente Al Gore ha detto che la salvezza dell'ambiente deve diventare il più importante obiettivo. Che tristezza invece vedere che la politica italiana non si fa carico di questo, che la preoccupazione più grande è la crescita, la produzione, con una trasversalità totale tra destra e sinistra, mentre noi e chi la pensa come noi siamo una voce che grida nel deserto. Alcuni all'interno del governo pensano addirittura che il Ministro dell'agricoltura debba occuparsi della pensione di quei pochi contadini rimasti. Il degrado del mondo rurale è la più grande giustizia planetaria, ma cosa può importare questo alla politica? Il contado è depauperato, antropizzato, è tutto un susseguirsi di ville e capannoni, il Bel Paese che per due secoli attirava i nobili e gli intellettuali nel grand tour ad approvvigionarsi di bellezza è scomparso... guardate oggi cosa vuol dire girare per l'Italia, vedete cosa sono le periferie o la strada tra Milano e Torino... Ma allarghiamo l'orizzonte e consideriamo il semplice atto di prendere un caffé; entriamo in contatto in quel momento con un contadino africano o sudamericano che su un euro di costo per quel caffè riceve a malapena due centesimi, cosa che sancisce come noi qui siamo incoscienti corresponsabili di questa ingiustizia. Le tematiche sono obbligatoriamente planetarie oggi, riconvertire le politiche coloniali è giocoforza. Non è solo il problema delle multinazionali, il commercio equo non è sufficiente, ci vuole una sorta di piano Marshall per il Terzo Mondo. Dobbiamo restituire quello che abbiamo rubato. Solo la Danimarca e pochissimi altri Paesi lo stanno facendo, l'Italia è agli ultimi posti insieme agli Stati Uniti. Dobbiamo prendere atto che il dominio del mercato è fortissimo. Voglio ricorrere a una storia africana: gli uomini che hanno il potere sono tre, uno con la corona in testa, che è il più alto, quello che fa le leggi, poi c'è l'uomo con il fucile, che controlla che le leggi siano applicate, poi il terzo uomo, quello del denaro, che si compra l'uomo della corona e l'uomo del fucile. Bruxelles è presidiata da questo terzo tipo di uomini, l'Organizzazione mondiale del commercio è presidiata da questo tipo di uomini. Questa gente, in possesso del potere finanziario, ha la protervia di decidere la politica degli Stati, sono le lobbies a determinare le regole per continuare a perpetrare le ingiustizie nel mondo. Abbiamo bisogno di un'organizzazione mondiale dei beni comuni, cioè delle foreste, dell'acqua, dei territori, altrimenti non riusciremo ad arrivare da nessuna parte. Perciò abbiamo detto che la qualità alimentare deve coniugarsi con buono, pulito e giusto, e che il piacere non è tale se non ha le altre due qualità, non esiste piacere se non c'è giustizia e pulizia dell'ambiente. È lì che dobbiamo rivendicare il piacere, il buono è marginale se non ci sono anche il pulito e il giusto, non posso condividere il piacere se non c'è una giustizia e se vedo il mio paese imbrattato nell'ambiente. Da più parti si pensa che noi siamo cultori di un bel mondo antico che forse non esiste più. Invece i saperi tradizionali fanno parte anche del nostro futuro. L'idea di portare a Terra Madre 400 docenti universitari del mondo a dialogare con i contadini risponde a un appello drammatico che il grande antropologo Claude Levi Strauss ci ha recentemente posto in tutta la sua drammaticità e urgenza. Siamo in una situazione di emergenza etnologica, dobbiamo salvare i saperi tradizionali, perché li stiamo perdendo. Se non ci riusciremo, saremo tutti più poveri. Stiamo già perdendo l'oralità e la manualità dei gesti. Il dialogo tra le scienze è un processo virtuoso entusiasmante, perchè è esaltante notare quanto è moderno il sapere tradizionale. Si parla tanto oggi di produttività delle risorse, cicli chiusi, ecodesign... tutte cose già praticate quotidianamente dai nostri nonni. L'uso intelligenrte dell'energia, il recupero, la parsimonia... sapete qual'è il più grande prodotto di ecodesign? È la stufa di mia nonna, che riscaldava l'ambiente, serviva per cucinare e scaldava l'acqua. Perché non riconoscere quello che c'era già? È un'ingiustizia, è questo l'elemento culturale che dobbiamo rivalutare. Il Terzo Mondo è pieno di gente che applica i cicli chiusi e l'ecodesign, e noi grazie a Terra Madre abbiamo capito la dignità e la sobrietà di questo mondo contadino. E su questa parola mi voglio soffermare: sobrietà, che vuol dire nuova economia, riappacificazione dell'uomo con la natura, patrimonio che dobbiamo recuperare. Nessuno mette in dubbio i pensieri dei grandi filosofi, ma anche i contadini sono depositari di sapere. Riconoscendo questo principio, Slow Food deve adoperarsi perché nasca un nuovo interlocutore, che abbiamo definito coproduttore. Consumatore non è un termine appropriato perché sancisce un'ingiustizia. Il consumatore è nemico della cittadinanza umana. Velocità, sovrapproduzione, spreco, questo è la società dei consumi. Tre elementi che gridano vendetta. Valutare le persone in base ai loro consumi, siamo ben tornati indietro! Il corpo del consumatore è un corpo ansioso, il consumo genera ansia. Hanno fatto negli Stati Uniti una statistica dei libri più venduti: sono quelli di cucina e quelli di dietologia! Il peccato e la redenzione, il piacere e la sublimazione della sofferenza. L'anima dei bambini è sotto assedio, come i polli in batteria vengono educati a essere i futuri consumatori. Non voler essere consumatori è uno straordinario progetto educativo. I vecchi dicevano: se fai progetti per un anno semina il grano, se fai progetti per dieci anni pianta il bosco; se fai piani per la vita bisogna formare ed educare le persone. I coproduttori conoscono il rapporto profondo tra natura e cultura, il contadino accudisce la natura e questo manca oggi all'educazione. Nella scuola non c'è più l'atto agricolo di attenzione e di affetto verso i discenti, non c'è più questo atteggiamento da parte del maestro. La formazione di un uomo dovrebbe essere costante, la nostra formazione è perennemente incompiuta. Devo confessare che dopo aver promosso l'Università di Scienze Gastronomiche mi sono ritrovato profondamente ignorante rispetto al recupero della cultura della manualità. La manualità non ci appartiene più. Se ipotizziamo la costruzione di una rete di produttori, questa rete non è vero che in quanto tale è democratica, la rete è molto elitaria, chi non ha manualità è già tagliato fuori. I nostri stessi contadini non sono ancora formati per l'uso dei mezzi informatici. Mica hanno tutti un rapporto veloce con lo strumento informatico, quelli di Terra Madre sono proprio quelli che hanno più difficoltà. Questo per quanto riguarda la manualità relativa all'uso della rete internet. D'altra parte, se ipotizziamo la nascita e la costruzione dei coproduttori, occorre studiare e praticare le tecniche colturali, di coltivazione della terra. Sapete, trovo che sia un esercizio di grande prepotenza limitare gli orti ai bambini, dobbiamo costituire gli orti comunitari, le Condotte devono fare gli orti, dobbiamo ricominciare a distinguere le sementi, recuperare la manualità. Pensate, Slow Food che apre in ogni Condotta gli orti comunitari in contrapposizione alle palestre... io personalmente nel momento in cui lascio Slow Food Italia mi dedicherò a fare l'orto e a imparare internet, se vogliamo ipotizzare una nuova cultura questi due elementi sono essenziali. Partiamo dalla nostra associazione, che viene definita comunità di pratica, in cui ci sono legami tra i membri, impresa comune e regole condivise. Questo congresso è chiamato a produrre nuovi organismi, nuovo presidente e antico segretario. Devo ringraziare Roberto Burdese e Silvio Barbero e tutti coloro che hanno lavorato nei congressi di condotta e regionali, perché queste tematiche ormai sono entrate nel corpo associativo. Però attenzione: la pratica di rafforzare strutture formali come quelle dei partiti va seguita con giudizio. Il nuovo statuto che andremo ad approvare porta nuove regole, ma questa maggiore partecipazione deve conservare una certa giocosità amicale, non val la pena prendersi troppo sul serio, e non dobbiamo ricostruire i riti della politica. Non diventiamo troppo ingessati, manteniamo la porosità della rete, come diceva stamattina Franco Carlini. Non facciamoci venire la brama di essere dirigenti... ma pigliamola più tranquilli, se essere dirigenti vuol dire farsi un mazzo di più allora fate andare avanti gli altri! Quattro anni fa ho detto che questo era il mio ultimo mandato, ora sto bene in salute e questa è la cosa più bella. Mantengo però quell'impegno perché i nostri obiettivi devono andare avanti indipendentemente dal carisma del fondatore. L'esigenza di un nuovo presidente è importante: noi ce lo siamo allevato in casa... non è indifferente che sia nato a Bra, certo, è stato uno dei primi obiettori di coscienza a scegliere di svolgere il suo servizio da noi, e noi oggi lo proponiamo come presidente non solo per le sue doti di efficienza, ma perché una nuova generazione che entra ci fa vedere più in là dei prossimi vent'anni. Ancora una cosa: devo ringraziare il mio amico Silvio Barbero per questi 36 anni di avventura comune, da Radio Bra Onde Rosse, che sembrava Radio Tirana. In questi ultimi tempi ho visto che il rapporto tra Silvio e Roberto si è rafforzato in una atmosfera di complicità, hanno realizzato questo lavoro associativo per costruire questa democrazia diffusa, rappresentando continuità e innovazione. Non dimentichiamo che Slow Food Italia è la guida ideale del movimento, da questa associazione traiamo la progettualità per guardare a livello internazionale, da qui partiremo per il congresso mondiale di Slow Food del 2007 in Messico. Le altre associazioni nazionali di Slow Food, che oggi sono 10 nel mondo, ci guardano e portano avanti la progettualità anche con le risorse di SF Italia, e guardano a questa scommessa di mettere insieme un sistema organizzzato in una rete che si rigenera da sé. Io non lavorerò per essere un presidente invasivo, riconoscerò a Roberto l'autorevolezza di gestire in autonomia questa associazione, perchè così va il mondo. Ringrazio anche quelli che hanno permesso di arrivare a questi venti anni, ne ricordo cinque che non ci sono più: Carlo Leidi, Pier Bottà, Libero Masi, Giovanni Ravinale l'indimenticabile Pedereschi. Ringrazio tutti quelli del gruppo braidese, i nomi non li dico perché li conoscete benissimo, tutti voi per quello che fate gratuitamente e per la voglia che avete di tenere in piedi questo movimento. Tre caratteristiche vi chiedo di avere: la giocosità amicale, il coraggio di sognare e, terzo elemento che chiedo a tutti: la complicità. L'etimo di questa parola è significativo, vuol dire condividere complessità; condividiamo la complessità del mondo e impegnamoci a starvi dentro. Non ci sono altri partiti con altri valori così, considerati assolutamente improponibili. La sfida della rete sta proprio nelle strutture formali organizzate e nelle reti autogenerative. Noi dobbiamo mantenere una visione olistica della realtà, lavorare per difendere il bello. Molti hanno ragione nel dire che la sfida è difficile, e dobbiamo tenerlo presente quando guardiamo negli occhi quelli che hanno partecipato a Terra Madre. Ho visitato alcune di queste comunità nel loro ambiente, ho visto contadini messicani, giapponesi, americani e spesso piangevano nel ricordare Terra Madre. Piangevano. Era imbarazzante. Noi abbiamo l'obbligo di essere onesti verso di loro, non dobbiamo creare attese che non possiamo mantenere. Abbiamo generato una suggestione virtuosa (si vive anche di suggestione) che ha generato autostima, senso di appartenenza a una fraternità universale, riconoscimento della dignità del loro lavoro e dei loro saperi. La nostra rete non può dare di più, non può risolvere i problemi del pianeta. E poi abbiamo riconosciuto loro il diritto al viaggio: c'è gente che per venire a Torino ha messo più tempo per arrivare alla sua capitale a prendere l'aereo che non per arrivare a destinazione. Perciò, complicità e coscienza della nostra limitatezza, se manteniamo la rotta su questi valori la nostra identità assume un'evidenza straordinaria. E poi dobbiamo prenderci più tempo, applicare la lentezza anche nella nostra dimensione individuale. La base della creatività sono confusione e incertezza, ma se non ho tempo mi tremano le gambe. Applichiamo la calma, la coscienza riflessiva. Condenso quest'idea nel vecchio detto piemontese: per si quatr dì che 'vuma da vive... esprime il senso della temporalità, per quei quattro giorni che ci restano da vivere, ci fa acquisire il senso dell'importanza dei valori essenziali. Dobbiamo coltivare la speranza, che non consiste nella convinzione che qualcosa andrà bene, perché la scommessa è enorme, ma nella certezza che quello che facciamo ha un senso indipendentemente dal risultato e questo ci rende sereni sul futuro.


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500 Manifestazione della Condotta di Sapri: "VALLO.. a vedere il Golfo"

Da “Il Mattino” Vallo della Lucania. Far conoscere il Golfo di Policastro in tutti i suoi aspetti ai paesi che ruotano intorno alla “Cilentana’. E’ questo l’obiettivo di “Vallo.. .a vedere il Golfo”, la manifestazione che si terrà a Vallo della Lucania in piazza Vittorio Emanuele III. Si parte alle 17 con l’apertura degli stand: Ristoratori, produttori e Comuni metteranno in mostra cultura e sapori del Golfo. Durante la serata-evento verranno distribuite brochure, guide e materiale informativo riguardante il territorio. A cornice della manifestazione ci saranno dei gruppi folk che si esibiranno in canti di musica popolare «La volontà è quella di far conoscere il nostro territorio, le nostre tradizioni, i nostri profumi ai paesi che ruotano attorno a Vallo della Lucania - afferma Enzo Crivella, responsabile della SIow Food- Condotta di Sapri— L’apertura della cilentana ha rotto l’isolamento in cui era confinato il Golfo di Policastro e noi, con questa manifestazione, intendiamo avviare un primo interscambio tra due realtà vicine geograficamente. Credo la si possa definire una vera e propria rivolta del Cilento: per la prima volta ci si unisce per fare gruppo». L’evento è organizzato dal Comune di Sapri, dalla Comunità montana del Bussento e dalla Slow Food condotta di Sapri, in collaborazione con 105 Tv. La manifestazione andrà avanti per tutta la sera. Mentre i ristoratori prepareranno in loco i piatti tipici, sarà possibile ricevere informazioni sui dodici comuni del Golfo di Policastro. Un appuntamento, dunque, che mira ad inserirsi tra i grandi eventi di promozione turistica. E’ la prima volta, infatti, che i più rinomati e affermati ristoratori del Golfo di Policastro si danno appuntamento in piazza per promuovere il territorio. La buona tavola, dunque, come volano per la promozione turistica. «Attraverso il cibo cercheremo di far conoscere il territorio in tutti i suoi aspetti- afferma Crivella- Non si tratta di una sagra, ma di una vero e proprio appuntamento culturale. Questa formula potrebbe essere l’inizio di una serie di eventi itineranti per promuovere il Cilento, sia in Italia che all’estero. Come dice Petrini “il cibo è piacere, ma è soprattutto cultura, storia e tradizione”. L’idea di creare una manifestazione ad hoc per la zona che ruota attorno a Vallo della Lucania, è nata dopo l’apertura della ‘Cilentana” la superstrada che ha rotto l’isolamento in cui era confinato il Golfo di Policastro. Stasera i più grandi ristoratori cucineranno insieme dietro un’unica cucina due primi piatti e diversi secondi, tutti a base di pesce azzurro del Golfo. «Basta una piccola idea per creare un grande evento», ha concluso Crivella, Un appuntamento, dunque, che mira a segnare una svolta nella promozione turistica. Il presente vale anche come invito a tutti i soci della Condotta Valle Caudina - "Libero Masi"


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499 Presentato a Sanremo il VI Congresso Nazionale di Slow Food

Oggi 6 giugno 2006, a Villa Zirio a Sanremo si è svolta la conferenza stampa di presentazione del VI Congresso Nazionale di Slow Food Italia e della festa dei 20 anni. Dal 9 all'11 giugno a Sanremo si svolgerà infatti il sesto congresso italiano e si celebrerà il ventennale di questa associazione che fa parte ormai di un più vasto movimento internazionale, forte di 83 000 soci e presente in 122 nazioni del mondo. Slow Food Italia, l’associazione leader, è chiamata ad assumere impegni che saranno presi a riferimento da tutto il movimento nel resto del mondo. Senza rinnegare l’originaria passione per la buona cucina e i grandi vini, in questi venti anni ha progressivamente ampliato i suoi orizzonti: oggi, quando si descrive Slow Food, è necessario allargare lo sguardo ai Presìdi, alle iniziative nelle scuole, a Terra Madre. I temi, oggi globali, del cibo, della biodiversità agroalimentare, della cultura materiale, della salvaguardia ambientale non possono ignorare il contributo originale che Slow Food ha dato in questi vent'anni e darà ancora nel futuro. Silvio Barbero, Segretario nazionale, ha aperto la serie di interventi spiegando quale è stato lo sviluppo dell’associazione Slow Food attraverso i suoi vent’anni di vita: «Si può dire che il movimento sia giunto alla sua maturità. Nel 1986, quando siamo nati, parlare di salvaguardia delle tradizioni e dei prodotti tipici poteva apparire un atteggiamento un po' retrò da conservatori nostalgici del buon tempo antico» ha detto «Oggi possiamo affermare che Slow Food invece ha dato un contributo fondamentale a una nuova sensibilità alimentare. Con il VI Congresso Nazionale proponiamo un rinnovamento del gruppo dirigente per le nuove sfide che ci aspettano, con forte attenzione alle tematiche mondiali. La nostra associazione ha infatti assunto una connotazione sempre più internazionale, e Terra Madre, l'incontro mondiale tra le comunità del cibo, impone una prospettiva diversa e alternativa al concetto di produzione alimentare». Il saluto della Città di Sanremo è stato portato da Igor Varnero, Assessore alla promozione turistica e manifestazioni. «Portare il Congresso Nazionale di Slow Food nella nostra città è stato un traguardo molto importante, considerando che abbiamo battuto una concorrenza molto qualificata. È un’occasione e un punto di partenza per il rilancio del turismo congressuale anche grazie all’inaugurazione del Palafiori. Personalmente auspico che in futuro si possa organizzare un evento di tale portata aperto anche al pubblico». Margherita Bozzano, Assessore al turismo della Regione Liguria, ha sottolineato come «la cultura di una sana alimentazione è un patrimonio che abbiamo il dovere di trasmettere alle nuove generazioni. La Regione è presente al ventennale di Slow Food e al congresso di Sanremo nel segno di una collaborazione che punta alla valorizzazione del territorio e della qualità nel campo agro-alimentare, che si è consolidata lo scorso anno con Slow Fish e che proseguirà, a ottobre, con la presenza della Regione Liguria al Salone del Gusto di Torino». Roberto Burdese, vicepresidente di Slow Food Italia, ha illustrato alcune delle questioni centrali che verranno trattate al congresso: l’educazione alimentare e del gusto. «È in progetto l’istituzione di cento orti scolastici, un nuovo modello di educazione alimentare e del gusto da costruire nelle scuole, per far studiare la multidisciplinarietà della gastronomia e far capire come un corretto rapporto con il cibo sia un elemento fondamentale della vita. Secondo progetto è la creazione di cento mercati contadini nelle città italiane allo scopo di recuperare il rapporto diretto tra produttore e consumatore. ». Claudio Borea, Sindaco di Sanremo, ha chiuso la conferenza esprimendo la volontà di tutta la città a continuare la proficua collaborazione con Slow Food. L’appuntamento è con il congresso che prende il via venerdì 9 giugno alle ore 9,30 con la tavola rotonda “Vent’anni in tutti i sensi 1986-2006 Slow Food in Italia da Arcigola a Terra Madre” davanti a un pubblico di 700 persone tra delegati, produttori, rappresentanti delle istituzioni e opinion leader.


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498 A rischio le acciughe del Cantàbrico

Le acciughe del Cantàbrico sono a rischio di estinzione. A rivelarlo è uno studio condotto dall’istituto di ricerca marina Atzi, dipendente dal governo basco, secondo cui la popolazione di acciughe nel golfo di Vizcaya è di 20/300 tonnellate al di sotto del limite stabilito dal Consiglio internazionale per lo sfruttamento del mare (Ciem), che fissa il livello di allerta a 21.000 tonnellate. L’allarme è arrivato anche dai pescatori che hanno portato a terra solo 720 tonnellate, a fronte delle 4.500 delle annate precedenti. I pescherecci ormai non escono più perché in 45 giorni di pesca, dalla metà di aprile alla fine di maggio, hanno riportato solo perdite. La causa, secondo gli esperti, è lo sfruttamento eccessivo di questa specie dovuto al ritiro del divieto di pesca decretato dall’Unione europea lo scorso dicembre e applicato dal governo spagnolo, a dispetto dei pareri negativi di pescatori, scienziati, ecologisti e dell’esecutivo basco. Quella di quest’anno è la seconda peggiore stagione della storia, superata solo da quella dell’anno passato – 200 tonnellate – che aveva portato la Commissione europea a imporre il divieto. Neppure la stagione del 2003, con l’incidente della petroliera Prestige aveva avuto effetti così disastrosi. Gli scienziati negli ultimi anni avevano insistito affinchè fossero posti dei limiti alle quantità di acciughe pescate, ma inutilmente, tanto che a dicembre Francia e Spagna hanno accettato di ritirare il divieto di pesca e hanno fissato il limite massimo di pescato in 5000 tonnellate. Vista la situazione preoccupante, il piano di gestione della pesca delle acciughe sarà ridiscusso a Bruxelles, dove il 12 giugno si terrà un seminario sul tema. El País


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497 Prevenire i disastri naturali

Ermina Martini Oltre 200 rappresentanti del mondo accademico, di ONG, del settore privato e governativo, provenienti da tutto il mondo, si sono incontrati per tre giorni presso la prestigiosa Scuola di Salute Pubblica di Harvard – Cambridge – per discutere sulla prevenzione dei disastri naturali. Un tema quanto mai attuale e sul quale occore interagire a livello interesettoriale e internazionale per ottenere risultati apprezzabili. I dati infatti non sono incoraggianti: secondo il rapporto di T. Rasmussen, dal 1972 al 2004 sono stati registrati 6480 disastri naturali di cui 4500 hanno coinvolto vite umane producendo oltre 5 miliardi di vittime. I disastri naturali fanno parte della vita quotidiana e vengono definiti come eventi di larga scala che provocano danni fisici alle persone, alle attivitaà economiche, alle infrastrutture e all’ambiente. I disastri naturali, a differenza di altre due categorie di distastri, quelli intenzionali – come gli attacchi terroristici – o non intenzionali – per esempio, Chernobyl – non coinvolgono l’attività umana. Ma è attraverso l’intervento dell’uomo, o sarebbe meglio dire il non intervento, con una inaduegata gestione dei rischi e una mancanza di preparazione nel rispondere all’evento, che il disastro puo’ trasformarsi in catastrofe. Tre diversi esempi possono meglio illustrare la varietà dei casi che sono inclusi all’interno della definizione di disastro naturale. L’Aids è una forma di disastro la cui portata si sprigiona lentamente e contro il quale si è falliti nel rilevare il virus, nel contenere l’epidemia e nel mitigarne gli effetti. Katrina è un esempio recente di disastro naturale le cui conseguenze hanno avuto un impatto di breve termine ma devastante, aggravato dall’arretratezza della regione e della marcata divisione sociale – problemi le cui radici sono lontane nel tempo. L’influenza aviaria, per finire, è un potenziale disastro naturale la cui evoluzione risale nei secoli passati ma il cui sprigionarsi può essere immediato e molto rapido; secondo i più recenti rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono stati registrati 205 casi di influenza aviaria che hanno causato 113 decessi dislocati in 9 Stati. Nei tre giorni di discussione i vari interventi si sono concentrati sugli strumenti – tool – e sugli obbiettivi –target – e su tale divisione sono stati strutturati gruppi di lavoro che hanno elaborato dei prodotti conclusivi. Educazione, comunicazione, incentivi finanziari e leadership sono gli strumenti chiave che possono favorire una migliore gestione del rischio, strutturare politiche per essere pronti all’evento, mitigare la vulnerabilità e coordinare la ricostruzione post disastro. Oggi viviamo in una società dove sono presenti simultaneamente più minacce e l’avvento di un disastro naturale può ridurre le capacità di rispondere a pre-esistenti problematiche, quali la povertà o l’analfabetismo. Nei paesi in via di sviluppo, in particolate, la gestione dei disastri e lo sviluppo economico sono strettamente connessi. Piu’ fonti hanno evidenziato la necessità di passare da un approccio reattivo –ovvero post evento- a un approccio preventivo e di coordinare scienza, politica e interventi in loco. Infine è necessario, perchè le politiche siano efficaci, che vengano implementate dalla gente, attraverso le comunità locali; a tal fine servono strumenti comunicativi chiari e leader dotati dell’arte di mobiliatere le masse per raggiungere obbiettivi condivisi. Il Messico, attraverso l’Istituto Nazionale di Ecologia, che dipende dal Ministero messicano dell’Ambiente, esemplifica positivamente l’integrazione della ricerca con le politiche pubbliche in direzione di una gestione preventiva dei disastri naturali. A livello di obbiettivi tematici la Conferenza si è concentrata sulle nano tecnologie, i disastri marittimi, le catastrofi naturali e le epidemie portando all’attenzione le molteplici minacce a cui è sottoposto l’ambiente . Franklin D. Roosevelt aveva anticipato il messaggio che sembra emergere alla conclusione dei tre giorni ad Harvard: «Se proteggiamo il nostro giardino, l’ambiente ci proteggerà». Occorre pensare in termini di sostenibilità ambientale, di educaione, di ricerca e di rete. Tutte tematiche pienamente condivise da Slow Food e portate avanti attraverso i progetti della Fondazione per la Biodiversità. James Lee Witt, direttore dell’Agenzia Federale della Gestione delle Emergenze dal 1997 al 2001, indirizza il suo discorso di chiusura alla Conferenza e basandosi sulla sua prolungata esperienza nella mitigazione dei disastri naturali, spiega come quando una casa, un’attività economica, un campo vengono spazzati via da terremoto, urgano o altro che sia, vengono spazzati via i sogni e le speranze della gente, della comunità del luogo. E non si è in grado di ricostruire gli stessi sogni e le stesse speranze; quello che si puo’ fare è portarne di nuovi. Mentre ascolto queste parole non posso fare a meno di pensare a cosa pochi giorni prima ho letto nella scheda di valutazione compilata da un pescatore della Lousiana, beneficiario del Terra Madre Katrina Relief Fund. Alla domanda come il Slow Food/Terra Madre lo hanno aiutato a ricostruire la sua attività, risponde: «Con la quota ricevuta ho potuto ricosturire la struttura dove puliamo i gamberetti che peschiamo. E poi, il solo pensiero che qualcuno potesse tenere cosi’ tanto a me e la mia famiglia, mi ha dato nuova speranza. Per ulteriori informazioni sulla Conferenza Prevenire i Disastri e Minimizzarne le Conseguenze, visita il sito www.hsph.harvard.edu/disasters Ermina Martini lavora presso la sede di Slow Food Usa a New York City


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496 Presentato il Salone del Gusto 2006

Con la presentazione svoltasi mercoledì 31 maggio presso il Lingotto Fiere, ha preso il via ufficialmente il Salone del Gusto 2006, organizzato da Regione Piemonte, Città di Torino e Slow Food, in programma a Torino dal 26 al 30 ottobre. È stato Roberto Burdese ad aprire la serie degli interventi, spiegando le scelte e le novità che caratterizzano il Salone del Gusto 2006 al numeroso pubblico che riempiva la sala. «Siamo a 10 anni dalla prima edizione, e ripensando al 1996 possiamo dire che c'era già, in nuce, l'edizione di quest'anno. C'era la difesa della biodiversità e c'era anche l'obiettivo di indicare una strada, puntando sulla qualità e le piccole produzioni artigianali. Oggi il Salone ha scelto, sacrificando spazi espositivi commerciali a favore dei Presìdi e del rafforzamento del legame con Terra Madre, di dimostrare che è possibile fare sviluppo anche senza crescita». Il saluto della Città di Torino è stato portato da Elda Tessore, Assessore al Turismo e alla Promozione della Città, in rappresentanza di Sergio Chiamparino. «Il Salone del Gusto e Terra Madre insieme contribuiscono a valorizzare la vocazione turistica del nostro territorio» ha detto. «Il cibo, la musica e lo sport sono il linguaggio comune del mondo. Torino sarà la capitale del gusto». Mercedes Bresso, Presidente della Regione Piemonte, ha tenuto a confermare la centralità di questa manifestazione per l'istituzione regionale: «In questi anni il Salone del Gusto è sicuramente cresciuto in termini quantitativi e qualitativi. Terra Madre poi è diventata una filosofia, un modo di essere, un nuovo modo di pensare il produrre, l'economia. Ancora una volta il Salone del Gusto darà più qualità al sistema Piemonte». Infine Carlo Petrini ha voluto rivendicare il successo di un'idea che, dieci anni fa, era considerata un'utopia. «Invece il tempo e gli avvenimenti ci hanno dato ragione e hanno dimostrato che applicare modi di produzione industriale nel campo dell'agricoltura e del cibo non è una soluzione giusta e sostenibile per l'ambiente e per la società. Il Salone del Gusto quest'anno, con la presenza negli stessi giorni di Terra Madre» ha proseguito Petrini «dimostrerà che la qualità è e deve essere accessibile a tutti, non élitaria né "di nicchia". Terra Madre quest'anno rigenera il Salone del Gusto. La rete di Terra Madre, con la forza della globalizzazione virtuosa, aiuterà la produzione locale a resistere alla globalizzazione "cattiva" della pessima qualità e dell'ingiustizia sociale: il Salone del Gusto è il palcoscenico di questa economia».


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495 Gli arabi del Midwest

Negli Stati Uniti si fa sempre più strada la prospettiva dei biocarburanti. «Saremo gli arabi del Midwest», dichiara John Becker, manager di una cooperativa di fattorie dell’Iowa, lo stato che è il maggior produttore di cereali degli Usa ed è leader nella produzione di etanolo. Il boom del settore è ormai un fenomeno radicato, che coinvolge agricoltori, banche locali e statali e nuovi professionisti. Ovviamente la prospettiva non entusiasma allo stesso modo le compagnie petrolifere, che fanno notare le difficoltà per tale business di rispondere realmente alle aspettative che ha suscitato. Eppure il più noto petroliere d’America, George Bush, sembra deciso a puntare sui biocarburanti e ha dichiarato di voler accrescere la produzione di etanolo fino a coprire il 30% della domanda di carburante entro il 2030. In un incontro tenutosi la settimana scorsa a Detroit fra rappresentanti del governo USA e produttori di auto, questi ultimi hanno dichiarato di essere pronti a costruire e immettere sul mercato sempre più automobili che utilizzano la miscela E85, composta all’85% da etanolo, a patto che per essa si sviluppi una rete di distribuzione adeguata (oggi la distribuiscono solo 645 stazioni su un numero complessivo di 165 mila). Tuttavia i produttori di auto prevedono di vendere 250.000 modelli di vetture adatte alla miscela E85 nel 2007 e ben 500.000 nel 2008. Fino a oggi la gran parte di questi veicoli sono stati acquistati e ordinati da soggetti istituzionali, circa la metà di questi da agenzie governative, ma le nuove versioni saranno rivolte direttamente ai singoli cittadini e per questo molte case stanno provvedendo a ridurne i costi, ancora superiori di circa 2000 dollari rispetto ai modelli convenzionali. Fonte: Italia Oggi


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494 Green Week. Bruxelles punta l’attenzione sulla biodiversita'

«La biodiversita' e' la vita»: questo lo slogan scelto da Bruxelles per l'edizione 2006 della Green Week, la settimana dedicata ai temi ambientali che da oggi fino al 2 giugno riunira' nella capitale europea oltre quattromila partecipanti. Il programma prevede una ventina di conferenze con esperti europei e internazionali per riflettere sulle conseguenze economiche, sociali ed ecologiche della perdita degli ecosistemi, ma anche sugli strumenti per invertire questa tendenza negativa. «Mentre la conservazione della biodiversita' è essenziale per il nostro benessere e per lo sviluppo economico - ha affermato il commissario all'ambiente Stavros Dimas – accade troppo spesso che alcune politiche di sviluppo distruggano ecosistemi per noi indispensabili». In Europa tra il 30 e il 50% dei gruppi piu' importanti di mammiferi, uccelli o pesci sono ormai minacciati di estinzione. Per questo la Commissione ha presentato nei giorni scorsi un piano d'azione che cerca di frenare questa tendenza da qui al 2010. La settimana verde, giunta ormai alla sesta edizione, offre un'occasione unica, secondo gli intenti della Commissione, per uno scambio di esperienze e di buone pratiche non solo tra i rappresentanti dei governi, ma anche delle imprese, delle istituzioni internazionali, delle organizzazioni non governative cosi' come delle universita' o del mondo scientifico. Nel corso della manifestazione, che si terrà nel palazzo Charlemagne, sede della Commissione Ue, e che precedera' la giornata mondiale dell'ambiente prevista per il 5 giugno prossimo, sarà anche consegnato il tradizionale premio per l'ambiente che ogni anno viene dato ad autorità locali, imprese e scuole. Fonte: Ansa


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493 Consumatori inconsapevoli

La politica di massicce importazioni adottata dalle grandi distribuzioni ha reso disponibili i prodotti freschi tutto l’anno. Questo però ha spinto la maggioranza dei consumatori inglesi a ignorare quale sia in effetti la frutta e la verdura di stagione. Un sondaggio ha rilevato che circa i due terzi dei 1007 intervistati non hanno la più pallida idea di quale sia il periodo di raccolta di una selezione di frutti e vegetali inglesi. I ricercatori spiegano che la maggior parte delle persone tende a elencare genericamente i mesi estivi, come se tutti i prodotti venissero raccolti nello stesso periodo. Succede così che solo il 13% ha correttamente indicato ottobre e novembre come mese della raccolta delle mele Cox’s Orange Pippin. Anche gli asparagi, periodo aprile-maggio, creano confusione con solo il 12% di risposte esatte. Le more sembrano essere il frutto meglio conosciuto dagli inglesi: il 51% giustamente ha risposto come periodo di raccolta aprile e maggio. Adam Pasco, editore della rivista Gardeners’ World, afferma: «l’abitudine di acquistare prodotti di stagione è purtroppo scomparsa, poichè i supermarket importano prodotti freschi da ogni parte del mondo tutto l’anno». Rimangono solo i nostri nonni a conservare questo sapere che sta via via scomparendo. Gli over 65 infatti rispondono correttamente al sondaggio con una percentuale che supera il 70%. I ragazzi tra i 18 e 24 anni si attestano a un desolante 26%. Fonte: The Guardian


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492 Celebrità al parco

Joan Baez, icona della musica folk e attivista del movimento per la pace e i diritti civili, si è lanciata in una singolare crociata verde: da mercoledì 24 maggio vive su un albero. La pianta si trova in un parco collettivo di 5,7 ettari a sud di Los Angeles, dove dal 1992 circa 350 persone, in gran parte immigrati latino americani, coltivano orti a frutta e verdura ed erbe come alternativa a costosi medicinali. «È una comunità straordinaria che, in questa parte iperindustrializzata della città, letteralmente sprigiona vita» spiega la Baez ai giornalisti. Ma adesso il proprietario del terreno, Ralph Horowitz, intende venderla per realizzarvi uno stabilimento industriale, un affare d’oro. Il sindaco della città Antonio Villagairosa con l’aiuto del Los Angeles Garden Council aveva cercato una soluzione. Dopo lunghe e laboriose discussioni era stato trovato un accordo con Horowitz: il Trust for Public Land, un’organizzazione pubblica, avrebbe comprato 10 dei 14 acri, ma occorreva trovare sedici milioni di dollari entro lunedì scorso. Cifra che non è stata raggiunta. Adesso i contadini sono minacciati di sfratto. Nella nuova missione, Joan Baez non è sola. Con lei, sull'albero, c'è anche Julia "Butterfly" Hill, che ha già dimostrato una certa caparbietà: il 10 dicembre del 1997, allora ventiduenne, la ragazza si arrampicò su una sequoia della California, vecchia di sei secoli, per impedirne l'abbattimento. Il duo è diventato presto un trio. Daryl Hannah, star di Hollywood, si è unita alla protesta accampandosi sotto l’albero. Fonte : www.reuters.com - Repubblica


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491 Ogm: ancora indefinito il quadro europeo

La Grecia è il quinto paese europeo ad aver intrapreso azioni per bandire gli Ogm dal proprio territorio. Nel 2004 il parlamento aveva già approvato una moratoria sugli Ogm, ma era stata rigettata dall’Unione europea in quanto ostacolo per il libero scambio. I partiti politici greci, notoriamente litigiosi, si sono sempre trovati uniti su questo fronte e oggi tutte le 54 Prefetture del paese hanno imposto moratorie locali contro gli Ogm coltivati, venduti o cunsumati. L’Unione europea è un mercato comune e le stesse leggi dovrebbero essere valide in tutti gli stati membri. Tuttavia, sulle questioni relative agli Ogm, i 25 membri del Consiglio dei ministri sono tutt’altro che d’accordo: se 10 consiglieri sono più propensi a votare a favore dell’introduzione, 5 votano solitamente contro, mentre il resto si astiene, nel dubbio sugli effetti dei prodotti gm sulla salute dei consumatori e sull’ambiente. Nemmeno alla recentissima riunione dei ministri dell’agricoltura Ue si è fatto un passo in avanti verso un’armonizzazione in termini di coesistenza tra colture transgeniche, convenzionali e biologiche: i partner europei hanno infatti sottolineato la necessità di disporre di orientamenti comuni, lasciando tuttavia agli stati membri e alle regioni una “sufficiente flessibilità al fine di adattare le misure alle proprie esigenze, condizioni e circostanze specifiche: dalla superficie alla frammentazione dei terreni, alle condizioni climatiche”. Secondo le opinioni più critiche a riguardo, quest’ultimo punto favorirebbe la contaminazione transgenica, rischiando di compromettere definitivamente il futuro dell’agricoltura fondata sulla qualità. Alla stessa riunione, il neo ministro italiano De Castro ha affermato che non c’è cambio di rotta rispetto al suo predecessore, mantenendo il principio della massima precauzione. Fonte: International Herald Tribune, Ansa


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490 Due formaggi uniti per Terra Madre

Il Presidio del monte veronese di malga si sta già impegnando in vista di Terra Madre, proponendo un gemellaggio con la comunità armena produttrice del motal e una raccolta fondi per finanziare il viaggio dei delegati che parteciperanno al prossimo incontro mondiale delle comunità del cibo. Diffuso soprattutto a partire dal Seicento, il formaggio veneto vaccino è ottenuto caseificando il latte dopo una prima scrematura da cui si ricava un burro molto pregiato e ricercato in passato. Il Presidio, sostenuto da Regione Veneto e Veneto Agricoltura, ha riunito i caseifici e le malghe disponibili a produrre il formaggio d’allevo con latte d’alpeggio e oggi coinvolge otto produttori tra Monti Lessini e Molte Baldo, particolarmente adatti a lunghi alpeggi. Il motal, anch’esso Presidio Slow Food, è un formaggio di capra stagionato e aromatizzato con erbe di montagna, come la menta o il timo, e conservato in recipienti di terracotta coperti con lavash, un tradizionale pane sottile, foglie di noce o cera d’api. Le comunità pascolano gli animali a 3000 metri di altezza sul biblico monte Ararat e Slow Food si sta impegnando per migliorare gli standard di produzione e promuovere il prodotto nei mercati internazionali. Anche il monte veronese di malga del Presidio si potrà degustare questo fine settimana a Erbezzo, nei Monti Lessini (Vr), sabato 27 e domenica 28 maggio, per la 16ª festa dedicata a questo pregiato formaggio che ha ricevuto la denominazione di origine nel 1993.


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489 La grande distribuzione sbarca in tv

Dal primo gennaio 2007 entrerà in vigore in Francia una nuova regolamentazione in base alla quale gli spot pubblicitari di Carrefour, Leclerc o Auchan invaderanno l’etere, creando una vera a propria rivoluzione nel mondo dei media. Le emittenti televisive cominciano già a leccarsi i baffi in attesa della futura manna di cui beneficieranno, che viene valutata in 400 milioni di euro lordi (netti 240) l’anno. Solo il servizio pubblico, in cui gli investimenti pubblicitari sono ridotti rispetto ai concorrenti privati, stima di assorbire circa 40 milioni di euro, il 15-20% del nuovo mercato. Vi sarà, dunque, una redistribuzione dei budget pubblicitari tra i vari media che inquieta soprattutto la stampa e la radio. Infatti, se la parte della televisione negli investimenti pubblicitari passerà dal 2,6% di oggi al 17% del 2007, stampa e radio rischiano di perdere un’enorme fetta di mercato. Per limitare gli effetti di questo terremoto nel settore dei media, è stato mantenuto un decreto dell’ottobre 2003 che vieta le operazioni di promozione in tv: niente riferimenti a concorsi a premio, aperture eccezionali di nuovi magazzini e offerte speciali di durata inferiore alle 15 settimane. La posta in gioco è molto alta: in un primo momento la pubblicità a scopo promozionale resterà appannaggio di stampa, radio e affissioni, mentre la tv si “limiterà” alla comunicazione dell’immagine del prodotto e del marchio, con campagne sul commercio equo, le carte di fidelizzazione o contro il caro vita. In ogni caso, i grandi distributori avranno in futuro un enorme spazio nelle tv per vantare i meriti dei loro marchi e potrebbero monopolizzare gli schermi per attirare sempre più clienti nei loro grandi magazzini, a scapito dei piccoli negozi. Fonte: Le Monde


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488 22/05/2006 - Oggi è la Giornata internazionale della Biodiversità

Si celebra oggi in tutto il mondo la quinta edizione della Giornata internazionale per la diversità biologica (Ibd), il cui tema forte è la protezione della biodiversità nei territori aridi. Indetta dalle Nazioni Unite per accrescere la conoscenza e la consapevolezza delle tematiche relative alla biodiversità, la Giornata verrà celebrata soltanto in 13 nazioni. È stata scelta la data del 22 maggio per ricordare il giorno in cui a Nairobi nel 1992 si è giunti alla stesura definitiva del testo della Convenzione sulla biodiversità, firmata poi a Rio il 5 giugno di quello stesso anno da 188 Paesi. Obiettivo di fondo dell’iniziativa è anche sensibilizzare gli stati firmatari a intraprendere azioni utili al raggiungimento dell’obiettivo per il 2010, anno entro il quale deve essere invertito il tasso di perdita della biodiversità. Visite guidate in Algeria, educational per famiglie a Fingal in Irlanda, gare di pittura e disegno per scolaresche indiane, addirittura un mese di celebrazioni nelle Filippine, che hanno incentrato tutte le attività intorno al tema specifico del recupero della biodiversità nelle aree degradate: queste sono solo alcune delle inziative organizzate per ricordare che il 47% della superficie terrestre è arida o semiarida, anche se vi abitano quasi 2 miliardi di persone, oltre a essere l’habitat naturale di centinaia di specie vegetali e animali. Le trasformazioni introdotte dall’uomo hanno degradado le zone aride comportando un aumento della desertificazione e della siccità, mettendo in pericolo oltre duemila specie, e determinando una perdita di oltre 40 miliardi di dollari all’anno, con conseguente aumento delle tensioni sociali, politiche ed economiche. Un po’ poche le nazioni che hanno aderito, a giudicare dall’elenco pubblicato dal sito della Convenzione sulla biodiversità, e tra queste non è presente l’Italia, dove l’inaridimento del suolo non è più un problema presente solamente nelle isole e nel sud della penisola. Convenzione sulla diversità biologica


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487 Ue: etichette e pubblicità più chiare

Un passo in avanti verso una maggiore trasparenza nelle etichette dei prodotti alimentari che ogni giorno vanno a finire negli zaini degli studenti e sulle nostre tavole. A partire dal 2007, secondo la risoluzione approvata dal Parlamento europeo, ci saranno regole un po' più rigide sulle indicazioni delle confezioni: ad esempio, in un prodotto definito “povero in sodio”, la presenza del sale minerale non potrà superare la soglia di 0,12 grammi per 100 grammi. Inoltre, dovrà essere indicato il “profilo nutrizionale”, cioè il rapporto tra contenuto di grassi, zuccheri e sali, importante nei casi in cui l'azienda voglia sfruttare una di questi componenti come argomento di vendita. Sulle questioni di marketing il cammino della proposta si è fatto complicato, ritardando di tre anni la sua approvazione. Ad esempio, non si potrà definire un alimento “ricco in fibre”, attirando quindi l'attenzione del consumatore su questo particolare, senza indicare l'elevato contenuto di grassi e zuccheri. Attenzione rivolta anche a quei prodotti che riportano indicazioni sulla salute, come ad esempio “riduce il vostro colesterolo”, per i quali sarà necessaria un'autorizzazione specifica di Bruxelles. Il provvedimento è stato giudicato positivamente dalle associazioni dei consumatori, secondo le quali potrebbe contribuire a contrastare gli effetti della cattiva alimentazione e a combattere malattie croniche come l'obesità, di cui ogni anno in Europa soffrono 400.000 nuovi bambini. Salvato il vecchio e caro “digestivo” - tutte le altre bevande alcoliche che superano l'1,2% in volume di alcol non potranno riportare indicazioni sulla salute - mentre, assicurano dall'Ue, saranno rispettate le tradizioni culinarie dei singoli stati membri. Adesso la risoluzione dovrà passare dal Consiglio dei Ministri dell'Ue, che però ha già annunciato il suo accordo politico. Fonte: www.europarl.europa.eu, Ansa


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486 Animare la Biodiversità

Il mondo dell’animazione si tinge dei colori dei cibi buoni, puliti e giusti di tutto il pianeta; di quei prodotti di eccellenza, e delle comunità ad essi legate, che rischiano l’estinzione e a cui il progetto dei Presìdi ridà fiato, creando un interesse commerciale dei consumatori intorno al prodotto e dando la speranza di un futuro più sereno alle donne e agli uomini che lo producono. Tutto questo è possibile grazie alla lettera d’intenti comuni recentemente firmata dal Dipartimento di Animazione del Centro Sperimentale di Cinematografia di Chieri (TO) e dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus. Obiettivo dell’iniziativa è dare il via a uno scambio grazie al quale gli studenti del corso di Animazione potranno esercitarsi incentrando i loro lavori sulla filosofia di Slow Food e sui temi d’interesse della Fondazione. La Fondazione, dal canto suo, coinvolgerà docenti e studenti del Centro Sperimentale nelle proprie attività, fornendo loro una serie di spunti concreti sulle realtà dell'agroalimentare nei cinque continenti. I lavori degli studenti del Centro Sperimentale godranno, inoltre, dell’ampia visibilità assicurata dai molteplici canali di comunicazione della Fondazione: dalla rete delle condotte in Italia ai convivium Slow Food di tutto il mondo; dagli eventi alle riviste, al sito internet. Il primo importante incontro tra le due istituzioni è stato il seminario, svoltosi nei giorni scorsi presso la sede del Centro Cinematografico a Chieri, in cui gli studenti del Corso di Specializzazione in Animazione hanno mostrato una selezione dei loro lavori e la Fondazione Slow Food ha tenuto un Laboratorio del Gusto con prodotti dei Presìdi, illustrando i suoi progetti e l’evento Terra Madre. Fonte: Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus


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485 Nuova guida per il Parmigiano-Reggiano

Il Consorzio del Parmigiano-Reggiano ha una nuova guida. Il Consiglio di amministrazione dell'ente di tutela e promozione del formaggio-simbolo d'Italia ha eletto alla presidenza Giuseppe Alai. Riunitosi per la prima volta dopo il ciclo di assemblee che, in aprile, ha eletto i consiglieri delle cinque province della zona d'origine, il Consiglio ha nominato anche i due vicepresidenti, Eros Valenti, con funzioni di “vicario”, e Paolo Bandini. Anche Polidoro Scarica e Marco Prandi entrano a far parte del Comitato esecutivo completandone così la composizione e chiudendo il ciclo di rinnovi ai vertici del Consorzio. Nei giorni scorsi, infatti, erano già stati nominati i presidenti delle Sezioni provinciali: Stefano Cavazzini per Parma, Graziano Salsi per Reggio Emilia, Aldemiro Bertolini per Modena, Paolo Carra per Mantova, Oriano Caretti per Bologna. “Nelle prossime settimane - ha dichiarato il neopresidente - gli organi del Consorzio dovranno lavorare per impostare un programma d'azione che, coinvolgendo i caseifici, consolidi la qualità e l'eccellenza del prodotto e punti ad una promozione del Parmigiano-Reggiano all'estero per arrivare ad una maggiore espansione sui mercati“. Giuseppe Alai succede ad Andrea Bonati, che ha condotto l'ente consortile per due mandati. Alai è vicepresidente della latteria sociale Benatta di Guastalla (Reggio Emilia) e vanta una lunga esperienza nell'ambito del mondo delle organizzazioni agricole e cooperative e nella conduzione di realtà economiche. Infatti, è attualmente presidente della Confcooperative - Unione Provinciale di Reggio Emilia e della Banca Reggiana, oltre ad essere membro di giunta della Camera di Commercio di Reggio Emilia. Fonte Consorzio del Parmigiano-Reggiano


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484  Vino e truciolato

Sta scuotendo il mondo della produzione vinicola italiana di qualità la proposta del Comitato di Gestione dei vini di Bruxelles per adattare il vino nostrano al “gusto internazionale” ed evitare ai viticoltori la “concorrenza sleale” dei colleghi australiani, americani e sudafricani. Anche in Europa, quindi, via libera al trucchetto dei trucioli di legno di rovere nel vino per nascondere difetti e bassa qualità, e aumentare gusto, morbidezza e aroma. Un marchingegno utile per sostituire l’invecchiamento in barrique, e una forzatura per abbassare tempi e costi di produzione, e quindi il prezzo del prodotto finale. “E’ una battaglia commerciale che l’Europa può vincere nel nome della tradizione e della ricchezza delle denominazioni – ha affermato il Presidente di Slow Food, Carlo Petrini – e per questo ci faremo promotori di un ampio fronte comune a difesa della qualità dei nostri vini”. Per ora l’Italia (i singoli Paesi possono definire l’applicazione delle regole) limita il provvedimento ai soli vini da tavola, abbassandone la qualità anziché aumentarla e aprendo una breccia verso le Doc. Altro problema è quello della trasparenza del processo per i consumatori, sul quale batte Gigi Piumatti, responsabile della Guida Vini d’Italia, edita da Slow Food e Gambero Rosso: “Se si mettesse sulle etichette l’origine del vino almeno si potrebbe scegliere. La tecnica con i trucioli per i vini da tavola può essere un modo per dare un po’ di entità al prodotto, ma così si perde il fascino dei vini europei e soprattutto dei vini italiani”. E sull’etichetta si giocano gli ultimi particolari: l’Ue ha accettato che l’utilizzo del truciolato non venga riportato, chiedendo però al Wto che sia vietata la dicitura “invecchiato in barrique”. La strada da seguire per proteggere i produttori rispettosi della naturale vita del vino e i consumatori è aumentare la trasparenza sull’etichetta con una dicitura che evidenzi il processo di produzione con l’utilizzo di truciolato. Fonte: Ansa


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480 Fao: la sfida del biocarburante

Si fa sempre più impellente la necessità di produrre energia da fonti energetiche rinnovabili. Tra le cause, i limiti imposti dal protocollo di Kyoto e gli oltre 70 dollari a barile del petrolio che rendono le fonti rinnovabili potenzialmente competitive. È quanto affermano alla Fao, che ieri ha presentato, presso la sede Onu di New York, l’International Bioenergy Platform (Ibep), una piattaforma che fornirà ai governi e agli operatori privati l’esperienza dell’Organizzazione per la definizione di politiche e strategie in campo bioenergetico. “Grazie all’Ibep – ha dichiarato Alexander Müller, della direzione generale per lo sviluppo sostenibile della Fao – sarà possibile sviluppare strumenti per quantificare le potenzialità delle fonti rinnovabili e verificare paese per paese le implicazioni in termini di sostenibilità”. Sulla stessa linea un numero sempre crescente di magnati dell’economia mondiale, compreso Bill Gates che ha recentemente deciso di investire 84 milioni di dollari in una compagnia statunitense prodruttrice di etanolo. E mentre l’Europa si è prefissata di coprire l’8% del trasporto su strada con biocarburante entro il 2015, in Brasile un milione di macchine sono attualmente alimentate con carburante ottenuto da canna da zucchero e la maggior parte delle nuove auto hanno motori flessibili, in grado di funzionare sia con gasolio che con etanolo. Ma le emergenze legate al petrolio potrebbero accelerare i tempi: secondo uno studio condotto dall’Ue, infatti, i biocarburanti derivati dai raccolti già disponibili potrebbero sostituire il 13% dei combustibili da petrolio in tempi brevi. Fonte: www.fao.org


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479 Dagli Usa una laurea honoris causa per Carlo Petrini

Il riconoscimento arriva dall'Università del New Hampshire L'Università del New Hampshire con sede a Durham, negli Stati Uniti, conferirà il prossimo 20 maggio la laurea honoris causa a Carlo Petrini, presidente di Slow Food. La cerimonia di conferimento dell'honorary doctorate sarà preceduta il 18 maggio da un discorso pubblico da parte del fondatore di Slow Food, rivolto al mondo accademico ma anche alla cittadinanza locale, alla società civile, ai cuochi, ai produttori e a quanti nell'area del New England lavorano sul concetto di agricoltura sostenibile. La laurea in Lettere Umanistiche verrà conferita, su iniziativa del Dipartimento Sostenibilità dell'UNH, dal Rettore Bruce Mallory, con la seguente motivazione: «A Carlo Petrini, rivoluzionario precursore, fondatore dell'Università di Scienze Gastronomiche. La sua associazione Slow Food ha portato all'interesse mondiale la biodiversità gastronomica e agricola». L'Università del New Hampshire, la prima negli Usa a ricevere dallo Stato, nell'Ottocento, terreni destinati alla ricerca agronomica, è oggi leader tra gli istituti universitari nazionali nel campo della sostenibilità ambientale, e firmerà in quella occasione un protocollo di collaborazione con Slow Food e l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Ma l'interesse del mondo accademico americano nei confronti di queste tematiche si percepisce in modo evidente dal fatto che 40 docenti universitari dei più prestigiosi istituti accademici degli Stati Uniti hanno già assicurato la loro presenza a Terra Madre, ed altri ancora se ne aggiungeranno. Sono infatti almeno 400 le adesioni previste da ricercatori e professori delle Università in tutto il mondo, interessati a confrontarsi con i saperi tradizionali dei delegati di Terra Madre (26/30 ottobre 2006 a Torino, in concomitanza con il Salone del Gusto). Il meeting Terra Madre 2006 è centrato sull’eterogeneità dei saperi che concorrono al successo di un prodotto alimentare di piccola scala e di alta qualità: la conoscenza antica dei produttori si accompagna all’azione degli chef, portatori di sapienza empirica e di creatività; ma nel futuro sarà la scienza ufficiale, la ricerca, a dover dialogare sempre di più con le sapienze tradizionali, in un reciproco riconoscimento di valori e funzioni. L'apporto della comunità scientifica internazionale statunitense, da sempre all'avanguardia nel campo della ricerca, sarà perciò determinante, e il riconoscimento della laurea honoris causa a Carlo Petrini è espressione dell'adesione, dell'interesse e delle aspettative che le tematiche di Terra Madre stanno suscitando nel mondo.


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478 San Francisco: Petrini all’Investors’ Circle

Importante appuntamento con lo sviluppo sostenibile a San Francisco dove si tiene la conferenza organizzata dall’Investors’ Circle, alla quale interviene anche il presidente di Slow Food Internazionale, Carlo Petrini. L’incontro, il cui titolo è “Patient Capital for a Sustainable Future”, quest’anno verte sull’uso di capitali per finanziare imprese che operano efficientemente rispettando l’ambiente e l’individuo in settori chiave come l’energia, l’ambiente, l’alimentazione, la salute, l’educazione e la comunicazione. L’Investors’ Circle è un network nazionale fondato nel 1992, del quale fanno parte 150 membri. Il suo scopo è trovare finanziamenti per imprese sostenibili e nel corso degli anni ha investito oltre cento milioni di dollari in 171 imprese. Alla conferenza partecipano, oltre ai membri dell’organizzazione e altri magnati dell’economia americana, 25 relatori tra filantropi, imprenditori, opinion leader e rappresentanti del settore non-profit. La giornata del 12 maggio è dedicata al tema dell’educazione e del sostegno per le imprese del settore. Sul tavolo del confronto, nuove idee e proposte, come la creazione di borse di scambio locali per la promozione di imprese sostenibili e la possibilità di sviluppare forme di collaborazione tra istituzioni, imprenditori e finanziatori sensibili. Momento clou della giornata è il dibattito sul progetto Slow Money, al quale Petrini partecipa con il discorso portante. Slow Money è l’idea proposta per introdurre nelle logiche delle corporation, dominate da esasperanti imperativi di crescita, i principi di base sui quali si fonda la filosofia di Slow Food: sostenibilità dei sistemi alimentari locali, tutela della biodiversità e promozione delle tradizioni gastronomiche. Fonte: Investors’ Circle


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477 Accordo importante per la Fondazione Terra Madre

In un incontro presso l'Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo (CN), il Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri Italiano, Min. Giuseppe Deodato, e il Presidente della Fondazione Terra Madre Carlo Petrini hanno firmato, l’8 maggio 2006, un accordo con cui Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo Cooperazione allo Sviluppo (D.G.C.S.) aderisce alla FondazioneTerra Madre in qualità di socio fondatore. La D.G.C.S. e la Fondazione Terra Madre si collocano in un ambito d’interesse comune e si impegnano a promuovere le comunità del cibo quali modelli sostenibili di produzione e distribuzione del cibo, attenti alla tutela del territorio, alla qualità organolettica, ambientale e sociale dei prodotti, alla salvaguardia della biodiversità, e alla qualità della vita e del lavoro dei produttori. La Fondazione Terra Madre riconosce l’obiettivo specifico di sviluppo e riduzione della povertà e malnutrizione proprio della D.G.C.S. Faciliterà quindi lo sviluppo delle comunità del cibo e gli scambi fra i diversi soggetti della rete di Terra Madre con particolare riguardo ai paesi in via di sviluppo. La Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo italiana darà un contributo assai significativo per la realizzazione dell’edizione 2006 di Terra Madre–Incontro mondiale tra le comunità del cibo e metterà a disposizione della rete di Terra Madre competenze e contatti della Cooperazione Italiana.


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476 Fao: la sfida del biocarburante

Si fa sempre più impellente la necessità di produrre energia da fonti energetiche rinnovabili. Tra le cause, i limiti imposti dal protocollo di Kyoto e gli oltre 70 dollari a barile del petrolio che rendono le fonti rinnovabili potenzialmente competitive. È quanto affermano alla Fao, che ieri ha presentato, presso la sede Onu di New York, l’International Bioenergy Platform (Ibep), una piattaforma che fornirà ai governi e agli operatori privati l’esperienza dell’Organizzazione per la definizione di politiche e strategie in campo bioenergetico. “Grazie all’Ibep – ha dichiarato Alexander Müller, della direzione generale per lo sviluppo sostenibile della Fao – sarà possibile sviluppare strumenti per quantificare le potenzialità delle fonti rinnovabili e verificare paese per paese le implicazioni in termini di sostenibilità”. Sulla stessa linea un numero sempre crescente di magnati dell’economia mondiale, compreso Bill Gates che ha recentemente deciso di investire 84 milioni di dollari in una compagnia statunitense prodruttrice di etanolo. E mentre l’Europa si è prefissata di coprire l’8% del trasporto su strada con biocarburante entro il 2015, in Brasile un milione di macchine sono attualmente alimentate con carburante ottenuto da canna da zucchero e la maggior parte delle nuove auto hanno motori flessibili, in grado di funzionare sia con gasolio che con etanolo. Ma le emergenze legate al petrolio potrebbero accelerare i tempi: secondo uno studio condotto dall’Ue, infatti, i biocarburanti derivati dai raccolti già disponibili potrebbero sostituire il 13% dei combustibili da petrolio in tempi brevi. Fonte: www.fao.org


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475 Ogm: ok da Bruxelles a divieto polacco su mais

La Commissione europea ha deciso ieri di autorizzare il divieto, richiesto dalla Polonia, all'uso di 16 varietà di mais geneticamente modificato su tutto il suo territorio nazionale. E' la prima volta in assoluto, da quando sono state autorizzate le prime piante transgeniche nell'Unione europea (gennaio 1997), che la Commissione accetta un divieto nazionale di coltivazione di Ogm già approvati a livello comunitario. Queste varietà di mais sono inserite nel catalogo comune dell’Ue e quindi i semi possono essere commercializzati in tutto il territorio dell’Unione. Tuttavia la Polonia ha richiesto alla Commissione di vietarne l'uso in virtù della direttiva 53/2002, in base alla quale uno Stato membro può proibire l'uso di una varietà del catalogo comune nel caso in cui quest'ultima "non risulti idonea alla coltivazione in nessuna parte del suo territorio". Secondo le autorità di Varsavia, le condizioni climatiche della Polonia non consentono la coltivazione delle varietà di mais in questione, caratterizzate da un lungo ciclo di crescita e di maturazione, che non sarebbe completo al momento del raccolto. La particolarità del caso polacco sta proprio nel fatto che il governo non ha chiesto di proibire la coltivazione del mais Ogm in quanto tale, ma, per ragioni agronomiche, il divieto si applica a circa 700 varietà di mais (comprese quelle non Ogm). Dopo la decisione della Commissione, la Polonia potrà mettere in atto immediatamente il divieto, che resterà in vigore a tempo indeterminato. Fonte: Ansa, Apcom


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474 Africa in lotta per il cacao

Questa volta sembra facciano sul serio. Dopo le rivolte degli scorsi anni, i paesi africani produttori di cacao hanno intrapreso la strada del cartello, decisi a non accettare più passivamente i prezzi al ribasso assegnati dalle Borse di New York e Londra. In Costa D'Avorio, Ghana, Nigeria, Camerun, Gabon, Sao Tomè e Principe, Togo e Uganda migliaia di piccoli produttori stanno lavorando per riempire i sacchi con le preziose fave di cacao che saranno scambiate in borsa a 1500 $ a tonnellata. Da leccarsi i baffi il guadagno delle multinazionali che rivendono il cibo degli dei lavorato a 50 € al chilo, a fronte di 0,4 - 0,8 € intascati dai produttori. “Vogliamo ottenere prezzi più remunerativi per il cacao africano - ha affermato il presidente nigeriano Obasanjo, a margine della riunione che ha sancito la nascita del cartello - è scandaloso che siano decisi in Europa e negli Stati Uniti senza tener conto del costo di produzione”. Ricettacolo delle peggiori vicende umane di corruzione e sfruttamento della manodopera, le piantagioni di cacao accolgono disperati provenienti dai paesi confinanti e sono l'amara culla dei bambini-schiavi. Diverse le strategie che i paesi africani hanno intenzione di attuare per contrastare lo strapotere dei mercati occidentali, come ad esempio le riserve comuni di prodotto da utilizzare per riequilibrare le sfasature tra domanda e offerta su cui giocano i compratori. Ma c'è un altro fronte sul quale gli occidentali devono stare in allerta: nuovi mercati in ascesa, come India e Cina, non vedono l'ora di mettersi in concorrenza con Europa e Usa, fino ad oggi i più importanti compratori. Fonte: La Stampa


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473 Una nuova Sede con particolare vocazione “sociale” dell’Associazione Nazionale Pasticceri Napoletani

Giovedì 11 maggio , alle ore 11,30, L'Associazione Nazionale Pasticceri Napoletani, presso la splendida cornice di Villa Caracciolo, via Posillipo, 16 - Napoli , terrà la Conferenza Stampa della giornata di presentazione della nuova Sede Regionale in Viale Metamorfosi, 288 (prolungamento di via Bartolo Longo), nel quartiere Ponticelli a Napoli ( t. 081-5770510). Da oltre dieci anni dalla sua fondazione, l’associazione è ormai presente al meglio su tutto il territorio regionale. La nuova sede associativa è stata concepita su due piani, per oltre 500 mq. con ampie sale e laboratori per le lezioni, dotati di tutte le attrezzature più aggiornate, senza mai dimenticare la tradizione locale; la nuova struttura prevede laboratori per il confezionamento e presentazione di prodotti di pasticceria, cioccolateria ecc., capacità di ampia accoglienza e spazi per piccoli convegni. I nuovi locali si distingueranno in particolar modo per l’attività formativa, di recupero e concreto sostegno sociale, un segnale chiaro che l'Associazione Pasticceri Napoletani ha inteso lanciare al territorio che ospita la nuova sede. Nel corso della giornata inaugurale, prevista per il 16 maggio, sono state organizzate degustazioni nel solco della tradizionale bontà dell'Arte Dolciaria Napoletana, degustazioni in collaborazione con l'Associazione Pizzaioli e selezionati vini regionali di note aziende campane.


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472 La globalizzazione del nulla

Entra nel vivo la Fiera Internazionale del libro con presentazioni e conferenze fino a lunedì 8 maggio al Lingotto di Torino. Evento clou tra quelli organizzati da Slow Food Editore, l'incontro in cui George Ritzer presenta La globalizzazione del nulla, insieme al Presidente di Slow Food, Carlo Petrini, allo scrittore Guido Viale, esperto di tematiche ambientali e a Giacomo Mojoli, coordinatore presso l'Università di Scienze Gastronomiche - domenica 7 alle 15.00, Padiglione 5, Sala International book sellers hall. Secondo il sociologo statunitense - noto autore di saggi illuminati quanto provocatori quali Il mondo alla McDonald's e La religione dei consumi: cattedrali, pellegrinaggi e riti dell'iperconsumismo - il mondo globale è dominato dal nulla, cioè da non-luoghi in cui non-persone offrono non-cose e non-servizi. Ritzer nella sua opera, inoltre, introduce un nuovo elemento di analisi del fenomeno della globalizzazione, considerando accanto alla glocalization, l'interazione globale-locale, la grobalization, cioè l'espansione determinata dagli imperativi della crescita. Da queste premesse, quello della Fiera si presenta come un dibattito ricco di spunti nel confronto tra le dinamiche globali, analizzate dall'autore statunitense, e il lungo e complesso lavoro di ricerca e salvaguardia delle identità locali, a partire dal cibo, che il movimento Slow Food svolge da anni. La casa editrice della chiocciola, inoltre, organizza un piccolo caffè letterario chiamato “Il Gusto di leggere” - Padiglione 1 (C129-D130) - dove si potrà assistere alle presentazioni delle novità, ma anche intrattenersi a chiacchierare con autori, giornalisti e protagonisti del mondo Slow. Per il programma completo visita la sezione del sito dedicata a Slow Food Editore


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471 Slow Coop

Questa settimana Slow Food Svizzera e Coop hanno sottoscritto un accordo per presentare dalla primavera del 2007 nei supermercati della cooperativa una linea di prodotti che rispettino i principi guida del “buono, pulito e giusto”. «Nel nostro assortimento - dice Jürg Peritz membro della direzione di Coop - deve esserci spazio anche per piccole specialità: sono queste a rendere appetibile e varia la nostra cucina». Rafael Pérez, presidente di Slow Food Svizzera, non ha dubbi: «Per riscoprire il piacere della tavola dobbiamo disporre di prodotti innanzitutto buoni, calibrati sul gusto della nostra civiltà: se il palato rifiuta un alimento, ogni sforzo è infatti inutile. Però ci interessa anche il modo in cui un alimento viene prodotto. Deve essere un modo pulito, rispettoso della natura, prodotto in modo sostenibile. Infine teniamo molto alla responsabilità sociale di chi lavora a questi alimenti: lottiamo per un'equità di trattamento di tutti i membri della catena produttiva e ovviamente rifiutiamo il lavoro minorile; il prodotto deve essere insomma anche giusto». Jürg Peritz spiega come Coop possa essere un ottimo partner di Slow Food poiché da sempre, a differenza dei discounter che offrono assortimenti ridotti a basso prezzo, ha puntato al valore aggiunto della qualità, alla promozione della varietà e di merce prodotta secondo i principi della sostenibilità. Anche per Rafael Pérez è fondamentale che cresca il numero delle persone disposte a pagare il giusto prezzo per prodotti buoni, puliti e giusti. «Se le famiglie spendono piú per le telecomunicazioni che per il cibo, significa che la società ha un problema serio». Fonte: www.cooperazione.ch


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470 Una petizione per i semi contadini

Quella del faraone è una delle varietà di grano antico a rischio di estinzione, a causa delle regolamentazioni che bandiscono ogni seme non iscritto ai registri CE delle varietà ammesse alla vendita e lo scambio di semi tra contadini. Importato dall’Egitto all’Italia meridionale intorno al 1000 d.C., la sua coltivazione si era perduta nel corso dei secoli, fino a quando questo grano, molto apprezzato per il suo basso contenuto in glutine che lo rende tollerabile agli allergici, non è stato importato dal paese dei faraoni, appunto, negli Usa e brevettato con il nome di Kamut. Dal 1997 il grano del faraone è tornato in Italia, coltivato e riseminato con caparbietà ogni stagione da un agricoltore biologico umbro che ne ha fatto l’ingrediente principe dei suoi prodotti. «Io sono riuscito a reintrodurre questa coltivazione – afferma il produttore, Alfredo Fasola – ma è necessario salvare i semi contadini da una regolamentazione troppo rigida, lunga ed onerosa che rischia di uccidere la biodiversità rurale». Il grano del faraone, come tutte le varietà non iscritte al registro CE, non può essere venduto né scambiato, con il rischio che non possa essere più coltivato in futuro. Per non perdere questo grosso bagaglio di biodiversità, Civiltà contadina, insieme ad altre associazioni italiane, ha lanciato la petizione Salviamo i semi contadini, che può essere sottoscritta da tutti i cittadini. I promotori chiedono ai governi dell’Ue la creazione di liste nazionali (in ottemperanza alla direttiva CEE 98/95) per le varietà locali o contadine, l'iscrizione libera e gratuita per coloro che le conservano, selezionano e diffondono, e la creazione di uno spazio aperto allo scambio di piante e sementi contadine. Fonte: www.biodiversita.info


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469 Mangiare a quattro ganaches

Paola Nano Arbois è una cittadina nel cuore del Jura francese, regione montagnosa al confine con la Svizzera; passando da Ginevra, si costeggia il lago su cui si affacciano bianchi palazzi signorili di inizio Novecento e poi si incomincia bruscamente a salire verso i monti. Inizia la foresta, un paesaggio di montagna segnato da secoli di convivenza con l'Uomo. Quando poi si scende, non appena le condizioni lo consentono, la vigna si impossessa del paesaggio, e adagiata in una valle cui le montagne impellicciate di verde fanno da anfiteatro, c'è Arbois, che custodisce con orgoglio tutto francese un centro storico cui deve essersi ispirato lo scenografo del film Chocolat. Ad Arbois appunto, in una vecchia casa del Trecento, c'è la bottega di Hirsinger, maître chocolatier in place de la Liberté dal 1900. La famiglia fa la delizia dei suoi clienti da quattro generazioni. Edouard Hirsinger, che oggi ha preso le redini della casa, ha lo stesso nome del nonno, famoso per la sua versione del galet d'Arbois: un sottile guscio di meringa che avvolge un impasto cremoso di cioccolato e pralinato di mandorle. In tempi in cui non era facile refrigerare, fu un modo geniale per consentire ai goduriosi clienti di assaporare il cioccolato anche d'estate, senza che il contatto con le mani o il caldo lo facesse sciogliere. Il guscio di meringa scoppia in bocca croccante e dolcissimo, liberando l'amaro del cioccolato cui fanno da contrappunto piccolissimi granelli di mandorla. Il galet du grand-père è ancora uno dei pezzi forte della produzione, in omaggio al nonno: un uomo tutto d'un pezzo e di fermi principi, se durante l'occupazione tedesca chiuse completamente i battenti del suo negozio per quasi cinque anni: un tempo eterno per chi aveva una famiglia da crescere, tra i disagi di una guerra i cui esiti non erano certo scontati. Ma le carezzevoli dolcezze della pasticceria Hirsinger non avrebbero reso più lieve lo sporco lavoro dell'invasore tedesco, questo deve aver pensato Edouard. Così la famiglia visse dei prodotti della propria terra e per cucinare diede fondo alle riserve di burro di cacao. Il giovane Edouard oggi sente su di sé la responsabilità e l'orgoglio di una così lunga tradizione di famiglia. Ma è anche un innovatore. Si dedica con passione all'invenzione di nuovi cioccolatini, specializzandosi nella confezione di ganaches dai più svariati gusti. Dal 1993 ogni anno ne inventa uno nuovo, e siccome d'estate, stagione in cui c'è il maggior flusso turistico nel Jura, la voglia di cioccolato tende a scemare, Edouard crea i cioccolatini estivi: con un cremoso e fresco cuore di lampone, o di limone verde sostenuto da un leggero torrone al coriandolo... oppure nasconde dentro il guscio amarognolo del cioccolato la freschezza pungente della menta mista al leggerissimo piccante del pepe, o il contrasto della fragola impastata con qualche goccia di aceto balsamico. Non è solo la ricerca di un equilibrio raffinato, ottenuto con le migliori materie prime, a rendere speciale questo chocolatier; sono anche l'attenzione e il legame verso il proprio territorio. Amore per le proprie radici, che porta Hirsinger a fare scelte precise, anche impegnative, come quella di usare per i ripieni delle ganaches solo panna fresca da latte crudo proveniente da allevamenti locali. Questo obbliga a un rigido controllo nelle fasi di fabbricazione e a termini di scadenza più brevi: i cioccolatini vanno consumati entro quindici giorni dalla data di produzione. Un elemento di difficoltà che però la clientela di Hirsinger percepisce come un apprezzabile segno di artigianalità e genuinità. Quando propone le sue creazioni all'estero, come per esempio al Salone del Gusto di Torino, o in Giappone, Edouard è accompagnato dall'amico Philippe Chatillon del Domaine de la Pinte con i suoi vini del Jura, spremuti da vigne che crescono su marne blu e nere, predominanti in Arbois. Accordi perfetti si sprigionano abbinando nella degustazione una deliziosa ganache al frutto della passione con un dorato Vin de paille, ottenuto da uve vendemmiate precocemente e fatte appassire per sei mesi; oppure il cioccolatino ripieno con pasta di noci al curry con un Vin jaune, che resta in botte sette anni, immobile, protetto da uno strato di lieviti, consumandosi lentamente. Un vino difficile che, quando non diventa aceto, sa di chiodi di garofano e arance amare, e ricompensa il suo creatore della lunga, trepida attesa. Hirsinger, place de la Liberté - 39600 Arbois tel. +33 384 660 697 - contact@hirsinger.com - www.chocolat-hirsinger.com Domaine de la Pinte, route de Lyon - 39600 Arbois tel. +33 (o)3 84 66 06 47 - accueil@lapinte.fr - www.lapinte.fr Paola Nano, giornalista, lavora presso l’Ufficio Stampa Slow Food


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468 Presi per il naso

Joanna Blythman Ecco un assaggio-campione dell’ultimo numero (18) della rivista Slowfood, uscito il 20/04/2006. Dopo l’allarme suscitato da Sudan 1 nel 2005, quando si è scoperto che questo colorante tossico fuori legge aveva contaminato centinaia di prodotti alimentari nei supermercati britannici, l’esatta composizione degli alimenti precotti è stata sottoposta a una verifica pubblica come mai era accaduto prima. Varie inchieste giornalistiche hanno rilevato che i pasti precotti dei supermercati contenevano fino a 70 ingredienti diversi, molti dei quali erano misteriosi additivi che hanno a che fare più con i laboratori di chimica che con le cucine domestiche. Oggi in Gran Bretagna la preoccupazione dei consumatori per la presenza di additivi è cronica, tanto che i maggiori dettaglianti cercano di fugare i timori e limitare la cattiva pubblicità con dichiarazioni pubbliche sulla diminuzione del numero di additivi nei loro prodotti. Se entrate oggi in un supermercato britannico, sarete sommersi da etichette del tipo “senza aggiunta di coloranti e aromi artificiali o conservanti”. Marks & Spencer (una nota catena di supermercati che vende, anche on-line, un buon numero di pasti precotti. Vedi www.marksandspencer.com, ndr) si è mosso per primo. Ha riformulato oltre 450 pasti precotti per eliminare coloranti e aromi artificiali e grassi idrogenati e ha ridotto di molto il numero di quelli che contengono conservanti. Per esempio, la Shepherd’s Pie – il tradizionale piatto di carne tritata di agnello e purè di patate – prima conteneva 56 ingredienti, adesso 25. Marks & Spencer ha inoltre eliminato dai cibi precotti tutti i grassi idrogenati solidificati chimicamente che favoriscono l’occlusione delle arterie. Anche il maggiore dettagliante alimentare del Regno Unito, Tesco, ha lanciato il suo “proclama della credenza”, garantendo che tutti i pasti precotti con il suo marchio contengono solo ingredienti usati nelle cucine di casa. Questa reazione rappresenta un progresso per la campagna contro gli additivi, ma solo in misura limitata. Il primo problema è che ciò che dicono i supermercati circa gli ingredienti presenti nelle cucine domestiche è a dir poco discutibile. Quante persone che cucinano in casa usano ingredienti come la gomma xanthan, l’amido di grano, la “polvere” di lievito, il destrosio, l’amido di tapioca, la gomma guar, il glutine di grano o lo zucchero caramellato in polvere? Che cosa sono esattamente gli “estratti” di spezie o erbe? Ovviamente, non spezie o erbe vere e proprie; e allora come sono fatti e con quali procedimenti? Eppure, questi ingredienti sono presenti, eccome, in molti cibi segnalati come privi di additivi. Il secondo problema è che i supermercati hanno strombazzato i loro sforzi per ridurre gli additivi nei pasti precotti, reclamizzando tutta la gamma dei prodotti come sana e naturale. Ma provate ad analizzare altre categorie di cibi sugli scaffali – dolci e dolciumi, bevande analcoliche, pane, paste ripiene – e vedrete che molti sono ancora carichi di quegli stessi additivi nocivi. Ad esempio, molti supermercati vendono un pasto precotto per bambini che contiene mini salsicce di maiale (con solo il 69% di carne suina, mescolata con grasso di maiale, acqua, conservanti e aromi), panini di pane bianco umidi e spugnosi, tipo pasto sull’aereo (con 15 ingredienti, in buona parte additivi chimici), nonché una cosa che dovrebbe essere definita cheese food, simil-formaggio, perché è formaggio solo all’80%, più emulsionanti e conservanti, una bustina di tomato ketchup e uno yogurt magro all’aroma di fragola che contiene solo il 3% di purè di fragole (un intruglio di succo concentrato di fragole, zucchero, colori e aromi artificiali e conservanti). In altre parole, i produttori, d’amore e d’accordo con i dettaglianti, sono fortemente selettivi nel compiere sforzi per eliminare gli additivi. Guardate dietro le garanzie limitate ai cibi precotti e quegli sforzi appaiono irrisori, considerata la mole di prodotti carichi di additivi che continuano a vendere. Anche se pare che i supermercati siano all’avanguardia nella riduzione degli additivi almeno nei cibi precotti, il che dovrebbe essere positivo, è importante capire che hanno un incentivo assai poco nobile: vogliono rassicurare i consumatori circa l’acquisto di cibi industriali che non richiedono cottura perché gli introiti sono di gran lunga maggiori per i remunerativi prodotti precotti, che hanno un elevato valore aggiunto, anziché per le materie prime non lavorate. C’è un limite al prezzo al quale si può vendere un sacchetto di patate, ma trasformatele in una «squisita purè setosa e burrosa» che basta riscaldare e il limite diventa il cielo. I supermercati hanno un interesse strutturale a incoraggiare l’idea dei cibi precotti “sani”, senza additivi, perché rassicurano i consumatori circa l’acquisto di prodotti precotti che potrebbero preparare facilmente, spendendo molto meno, a casa propria. Il messaggio subliminale è: «Non affannarti a cucinare. Questo prodotto è buono come quello che puoi prepararti a casa». Questa falsa rassicurazione, naturalmente, è un trucco commerciale. I cibi industriali non hanno mai il sapore di quelli veri, preparati sul momento in casa. Ma ormai la Gran Bretagna sta diventando un paese che non ha il tempo per cucinare, in cui tanta gente ha così poca esperienza in fatto di pranzi preparati in casa da non cogliere più la differenza. Joanna Blythman, scozzese, è una giornalista e scrittrice specializzata in indagini sul settore agroalimentare. Nel suo nuovo libro, Bad Food Britain, che verrà pubblicato dalla Harper Perennial il 5 giugno, fa il punto sul mangiare made in Uk. Traduzione di Davide Panzieri Illustrazione di Fabio Vettori


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467 Nei ghiacci dell’Artico il futuro dell’agricoltura mondiale

Nelle viscere di una montagna ricoperta da ghiaccio perenne su una sperduta isola delle Svalbard (Norvegia) verranno conservati due milioni di semi per far ripartire l’attività agricola. Sarà l’Arca di Noè della nostra epoca e servirà a salvare non gli animali che popolano la terra ma i semi delle coltivazioni nel malaugurato caso si verificasse una catastrofe su scala planetaria. A pensarci è stato il Governo Norvegese che in un prezioso forziere conserverà due milioni di semi. Questo vero e proprio tesoro frutto di un’attività millenaria sarà preservato nel cuore di una montagna ricoperta da ghiaccio perenne sulla sperduta isola artica di Spitsbergen, nell’arcipelago delle Svalbard, a mille chilometri dal Polo Nord. Con la costruzione di questo sito, nel caso si verifichi un evento particolarmente catastrofico, come una guerra nucleare, un attentato biologico, un veloce cambiamento climatico o l’innalzamento del mare che distruggesse la nostra agricoltura, si potrà ricominciare ogni sorta di coltivazione conosciuta. I due milioni di semi salvati, infatti, rappresentano tutte le varietà commestibili ed officinali conosciute dall’uomo e verranno custoditi tra mura in cemento dello spessore di un metro, anticamere pressurizzate e doppie porte blindate, ermetiche e a prova di esplosione. L’opera, del costo di tre milioni dollari, una volta terminata sarà praticamente indistruttibile. Fonte: www.greenplanet.net


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466 Il bordeaux si rassegna a diventare carburante

L’assemblea generale del sindacato vinicolo dei bordeaux, il primo sindacato in Francia per produzione (2,1 milioni di ettolitri l’anno), ha deciso di finanziare con 15 milioni di euro una distillazione (trasformazione del vino in diversi prodotti) straordinaria di 320 000 ettolitri. Soluzione mai presa da parte di un sindacato vinicolo. Nel 2005, la Francia aveva ottenuto da Bruxelles l’autorizzazione per una distillazione di crisi di 1,5 milioni d’ettolitri di vino doc. Ma secondo l’ufficio nazionale interprofessionale del vino (Onivins) solo 1,085 milioni di ettolitri sono stati destinati alla distillazione. La colpa sembra essere dei produttori di bordeaux che hanno eliminato solo 185.000 ettolitri rispetto alla quota assegnatagli di 500.000, per questo il sindacato ha votato la nuova distillazione volontaria. Bisogna però considerare che «per i viticoltori distillare la loro produzione doc è un vero supplizio, soprattutto se si pensa che la destinazione è l’uso industriale, principalmente sottoforma di carburante»(Le Monde). Il bordeaux non si vende più come prima all’estero e i francesi lo consumano meno. Le grandi tenute, in mano a gruppi industriali, compagnie d’assicurazione o farmaceutiche non risentono della situazione, ma le proprietà minori, piccoli gioielli a conduzione famigliare che portano avanti la vera tradizione del territorio, stanno scomparendo. Nella zona dell’Entre-Deux-Mers, a sud ovest di Bordeaux, l’ettaro che nel 2002 si negoziava a 42.000 euro, ora viene liquidato a 18.000. «Il problema -osserva Alain Vironneau presidente del sindacato- è che in questo contesto di crisi tutto il territorio del bordeaux frena gli investimenti. Mentre sarebbe il momento di rilanciare. Bisogna reagire prima che sia troppo tardi». Fonte: Ansa, Le Monde


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465 Eau de vie

Sarah Freeman Molti anni fa, mio marito e io andammo a una festa data dalla pittrice Bridget Riley, che lavora con striscioline e a volte quadretti, ora in bianco e nero ora con colori vivaci. Eravamo stati invitati perché in quel periodo era la redattrice d’arte di una rivista patinata, Harpers & Queen. Ero prossima al trentesimo compleanno. Non che me ne preoccupassi: ero troppo impegnata. Mi piaceva il mio lavoro, che riguardava ogni forma d’arte salvo quella culinaria – anche se qualche volta scrivevo articoli di cucina – e avevo una bella bambina di due anni con splendenti occhi blu marino identici a quelli del padre. A questo punto è opportuno precisare che non sono un tipo materno. Da bambina feci inorridire la mamma dando una bambola particolarmente grande e vestita di tutto punto, regalo di Natale di mia nonna, al nostro cucciolo. Le bambole mi sembravano del tutto inutili: non ci si poteva fare niente. Più avanti scoprii che non ci sapevo fare neppure con i bambini: poco dopo la nascita di mia figlia, rinunciai al compito impossibile di farle il bagno e assunsi una bambinaia, dopo di che vivemmo tutti felici e contenti. Entrambi i miei bambini sottolineavano la mia mancanza di qualità materne, in particolare il fatto che non li coccolassi e che mai cantassi loro una canzone – ma io sono stonata pure quando canto l’inno nazionale, God Save the Queen. Non fraintendetemi: tutto questo non significa che non li adorassi. Fin dal loro concepimento, o per meglio dire dal momento in cui seppi che erano in arrivo, sono stati la cosa più meravigliosa e fantastica che mi sia mai capitata, e lo sono tuttora. Ma mi erano capitati. Non prendevo la pillola, che a quel tempo era ancora una novità di cui diffidavamo un po’. La festa si svolse a fine novembre nello studio dell’artista, vicino alla Torre di Londra e a un paio di chilometri dal posto dove abitavamo allora, a Islington. Non ricordo più se ci divertimmo e che cosa bevemmo, ma ricordo molto chiaramente che andandocene trovammo un vento siberiano e l’aria gonfia di fiocchi di neve. Era molto tardi, sicché non riuscimmo a trovare un taxi e finimmo per farci a piedi tutta la strada fino a casa. Era in salita e camminavamo spediti, se non altro per scaldarci: il vento ci penetrava nelle ossa e aggrediva naso e dita. Quando arrivammo a casa, avevo il cervello non meno intorpidito delle mani, e la proposta (mi sembra di mio marito) di concederci qualche sorso di brandy che avevamo nel mobiletto bar parve del tutto sensata (magari adesso il termine mobiletto bar oggi suona un po’ vecchiotto, ma eravamo nel 1970. Lo sto osservando mentre scrivo: una scatola di legno su ruote, decisamente semplice, elegante, disegnata dal ristoratore e uomo d’affari Terence Conran, che iniziò la carriera come designer di mobili. Mi piacerebbe che ricominciasse a farlo e a produrre altri mobili del genere). Finimmo la bottiglia di brandy e uno dei due disse: «Facciamo un altro bambino!». Sul momento parve una buona idea, ma quando mi svegliai il mattino dopo con il mal di testa che potete immaginare, cambiai parere. Data la mia inettitudine di madre, sembrò una cosa stupida. Ci sarebbe voluta una casa più grande che non potevamo permetterci, il nuovo bebè avrebbe potuto ingelosire nostra figlia, la bambinaia poteva piantarci… A ogni modo, decisi, non era il momento giusto. Magari, forse, in futuro – in fondo c’era tutto il tempo – ma certo non in quel momento. Passò il giorno del compleanno, che non festeggiammo nella data giusta perché c’erano troppe feste per il Natale e non volevamo metterci in concorrenza con quelle allestite per Capodanno; spedimmo così gli inviti per festeggiare insieme Capodanno e compleanno più o meno una settimana dopo. Mi presi qualche giorno di riposo dal lavoro per cucinare e preparare uno stufato di manzo, un enorme, tradizionale pasticcio inglese di cacciagione, una torta di spinaci, una di cipolle, un pâté di fegatini di pollo generosamente spruzzato di brandy, bastoncini al formaggio, gelato e biscotti di farina di avena da accompagnare ai formaggi, tra cui uno stilton fatto con latte non pastorizzato (l’ultimo caseificio a cedere alla pastorizzazione tenne duro per altri vent’anni). Da allora ho pensato spesso che prepararsi per una festa, immaginandosi tutti i piatti presentati in modo impeccabile, è più divertente della realtà imperfetta: il pudding che straripa in forno, il cavatappi che non si trova, l’ospite che si versa vino rosso sui vestiti – o, peggio, addosso a qualcun altro – o il taxi per gli ultimi ospiti che non arriva. Si avvicinava, come sempre troppo rapidamente, il momento in cui sarebbero arrivati gli ospiti. Misi lo stufato a scaldare a fuoco basso, accesi il forno per i bastoncini di formaggio, tolsi il pâté dal frigorifero e mi precipitai di sopra per cambiarmi, lasciando mio marito a rispondere alla porta se fosse arrivato qualcuno prima che fossi pronta. Il campanello suonò varie volte e mi affrettai a scendere. Mentre mi avvicinavo, mi venne incontro l’odore del pâté. Lo stomaco mi salì in gola, pavimento e soffitto si scambiarono di posto e feci dietrofront scappando di sopra. Trascorsi la notte in bagno. Solo altre due volte ero stata così male: la prima dopo aver mangiato troppi dolciumi di cocco quando avevo il morbillo, la seconda per l’odore di una barbabietola cucinata dalla mia madrina poco prima che scoprissi di essere incinta di mia figlia. Rieccoci. Il mattino dopo andai dal medico. Sembrava incredibile, dopo una sola notte: il brandy era effettivamente un’eau de vie. Naturalmente, come ho detto, era la cosa migliore che mi potesse capitare – anche se in seguito ho dovuto fare la massima attenzione per evitarlo. Trattandosi di vita reale e non di finzione, non posso concludere raccontando che brindammo alla nascita con brandy. Il bebè nacque in casa alle sei del mattino; la levatrice era irlandese e si presentò con una forma di pane irlandese al bacon con una crosta magnifica, che annaffiammo nell’unico modo appropriato: una bottiglia di potentissimo whisky irlandese. Sarah Freeman, giornalista e scrittrice, vive a Londra. Tratto dalla rivista Slowfood (no. 17)


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464 Guida agli Extravergini 2006

Tiziano Gaia La Guida agli Extravergini di Slow Food Editore è pronta al suo varo annuale. La sesta edizione del sussidiario alla migliore produzione olearia italiana sarà infatti presentata a Verona sabato 8 aprile alle 10.30, presso la Sala Rossini del Centro Congressi Arena. Il lancio della guida sarà anche l’occasione per fare un punto della situazione sull’extravergine di qualità nel nostro Paese, analizzandone problematiche e prospettive. La sesta edizione della guida prende atto di un grande fermento che scuote il settore. L’interesse verso l’extravergine di qualità è ben testimoniato da una forte richiesta di mercato che induce molte vecchie aziende a convertire una produzione “di quantità” in ricerca dell’eccellenza, giovani realtà a dotarsi fin da subito dei meccanismi necessari per il raggiungimento di standard elevati, frantoiani e società cooperative a concepire l’extravergine secondo una mentalità nuova e più dinamica. L’osservatorio privilegiato della guida consente a un movimento come Slow Food, da anni impegnato nella promozione della qualità agroalimentare, di registrare tali tendenze e di comunicarle al consumatore più esigente. I numeri del libro parlano chiaro: con 605 aziende recensite e 810 oli, si tratta dell’edizione record. Anche le Tre Olive, riconoscimento che premia l’eccellenza assoluta secondo il giudizio delle commissioni Slow Food (una quindicina in tutta Italia), arrivano alla quota massima mai raggiunta, con 34 oli segnalati (3 in più dello scorso anno). A questi vanno aggiunti i premi speciali regionali, che pongono in risalto la migliore produzione biologica, a Denominazione di origine protetta, monocultivar e il rapporto tra qualità e prezzo. Spulciando qua e là tra le pagine, emergono altri dati interessanti o quanto meno curiosi. Accanto alla conferma della Toscana come regione leader del comparto (ben 115 aziende segnalate), emerge il forte balzo in avanti della Sicilia (con 77 aziende, 25 in più del 2005, è la seconda potenza della guida) e della Campania (46 aziende, 17 in più della passata edizione, con ben 6 Tre Olive, record nazionale a pari merito con la Toscana). La pubblicazione sarà disponibile nelle librerie a partire dal 10 aprile e avrà un costo di 14 euro. Tre Olive Veneto - Olio Extravergine di Oliva Monocultivar Grignano Denocciolato Bio Azzurra (Mezzane di Sotto, Vr) Liguria - Olio Extravergine di Oliva Passoscio Massimo Allavena (Pigna, Im) - Olio Extravergine di Oliva San Damiano Biologico San Damiano (Stellanello, Sv) Toscana - Olio Extravergine di Oliva da Agricoltura Biologica Casa al Brandi (Reggello, Fi) - Olio Extravergine di Oliva Dop Chianti Classico Castello di Fonterutoli (Castellina in Chianti, Si) - Olio Extravergine di Oliva Dop Chianti Classico Nozzole Tenute Ambrogio e Giovanni Folonari (Greve in Chianti, Fi) - Olio Extravergine di Oliva Monocultivar Moraiolo Dop Chianti Classico Giacomo Grassi (Greve in Chianti, Fi) - Olio Extravergine di Oliva Villa Artimino Igp Toscano Artimino (Carmignano, Po) - Olio Extra Vergine di Oliva Villa Magra Gran Cru Frantoio Franci Frantoio Franci (Castel del Piano, Gr) Umbria - Olio Extravergine di Oliva Il Sincero Viola (Foligno, Pg) - Olio Extravergine di Oliva Le Case Gialle da Agricoltura Biologica Mauro Colonna (Gualdo Cattaneo, Pg) Marche - Olio Extravergine di Oliva Dop Cartoceto La Collina (Serrungarina, Pu) - Olio Extravergine di Oliva Laudato Frantoio Gabrielloni (Recanati, Mc) - Olio Extravergine di Oliva L’olio del Carmine Del Carmine (Ancona) - Olio Extravergine di Oliva Olio de la Marchia Monocultivar Ascolana Del Carmine (Ancona) Lazio - Olio Extravergine di Oliva Dop Sabina La Mola La Mola di Anna Maria Billi (Castelnuovo di Farfa, Ri) - Olio Extravergine di Oliva Monte Vivoli Monte Vivoli (Itri, Lt) - Olio Extravergine di Oliva Raia Assoluta Giorgio Griscioli (Nerola, Rm) - Olio Extravergine di Oliva Valle d’Itri Selezione Raino Valle d’Itri (Itri, Lt) Abruzzo - Olio Extravergine Nobile di Rocca Della Fazia (Rocca San Giovanni, Ch) Puglia - Olio Extravergine di Oliva Monocultivar Ogliarola Denocciolato Cannarozzi (Carpino, Fg) - Olio Extravergine di Oliva Marcinase Dop Terra di Bari Fruttato Intenso Gregorio Minervini (Molfetta, Ba) Campania - Olio Extravergine di Oliva Cannito Rotondella Le Contrade (Giungano, Sa) - Olio Extravergine di Oliva Colli del Tifata La Pianurella (Capua, Ce) - Olio Extravergine di Oliva Oro Zamparelli (Cerreto Sannita, Bn) - Olio Extravergine di Oliva Racioppella Olivicola Titerno (San Lorenzello, Bn) - Olio Extravergine di Oliva Ravece Hirpus (Carife, Av) - Olio Extravergine di Oliva Ravece Le Masciare (Paternopoli, Av) Calabria - Olio Extravergine di Oliva Le Conche Dop Bruzio da Agricoltura Biologica Le Conche (Bisignano, Cs) Sicilia - Olio Extravergine di Oliva Le Case di Lavinia Dop Monti Iblei Vernera (Buccheri, Sr) - Olio Extravergine di Oliva Ferula Agricola Ferula (Ferla, Sr) - Olio Extravergine di Oliva Villa Zottopera Dop Monti Iblei Rosso (Chiaramonte Gulfi, Rg) - Olio Extravergine di Oliva Geraci Geraci (Partanna, Tp) - Olio Extravergine di Oliva Calvaruso Calvaruso (Alcamo, Tp)


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463 Economia delle cose ed economia dei soldi

Sembra esserci un grosso equivoco tra economia delle cose ed economia dei soldi. Molti economisti, nello stimare il prodotto interno lordo di un paese, non tengono conto della quantità e della qualità delle cose che si trovano in natura, se non quando cominciano a scarseggiare. Il loro unico parametro di valore economico è il denaro, ossia il prezzo delle cose. Secondo i loro calcoli, un milione di litri di latte materno vale meno di un litro di latte artificiale. Allo stesso modo milioni di chilometri cubi d’acqua dolce naturale valgono meno -cioè zero- di milioni di litri d’acqua minerale venduta nei supermercati. Il risultato: per creare e vendere sempre più cose con un prezzo, si deteriora la qualità e si diminuisce la quantità delle cose che non hanno un prezzo, le risorse naturali. Adottare un metodo di produzione “pulito” che rispetta l’ambiente e il consumatore è una esigenza anche strettamente economica. E se cominciassimo a dare il vero valore alle cose che troviamo in natura? Scopriremmo che le attività degli insetti negli Usa valgono 57 miliardi di dollari, poco meno del deficit federale degli States. Il calcolo è di M.Vaughan, della Xerces society per la protezione degli invertebrati, e J.Losey, della Cornell University. Insieme hanno stimato il valore di attività, come concimazione, impollinazione, controllo dei parassiti e nutrimento degli animali, svolte dagli insetti, che così “regalano” 50 miliardi di dollari all’industria della caccia e della pesca e 7,5 miliardi all’agricoltura. I calcoli hanno preso in considerazione solo gli insetti selvatici, in molti casi a rischio estinzione. Forse si dovrebbe riprendere in considerazione il Pil di Madre Natura. Fonte: Internazionale


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462 Africa. Prosopis, sogno o incubo?

L’albero miracoloso per le regioni aride d’Africa, la prosopis, è stato piantato in numerosi paesi del continente con l’aiuto delle autorità. Ora però si è trasformato in un flagello, come in Kenia, dove ha provocato la morte del bestiame e costretto la popolazione a emigrare. Il prosopis, di origine americana, ha numerose proprietà: può crescere in luoghi dove nessun altro albero riesce a sopravvivere, i suoi frutti sono molto nutrienti per il bestiame e il suo legno è ottimo per fare il carbone. All’inizio degli anni ottanta, il governo keniano, assieme alla Fao, ha incoraggiato le piantagioni di questo albero, che in pochissimo tempo ha invaso quasi un milione di ettari in Kenya. La situazione è fuori controllo, il prosopis ha coperto sentieri, strade e deviato corsi d’acqua; il bestiame muore mangiando i suoi frutti, così dolci che provocano agli animali la caduta dei denti. Nel solo distretto di Baringo, uno dei più colpiti dall’invasione, sono morti 1025 capi e 113 persone hanno dovuto emigrare a causa delle inondazioni provocate dal nuovo corso del fiume, deviato dagli alberi prosopis. Circa 800 tra agricoltori e allevatori hanno fatto causa al governo keniano, reclamando risarcimenti per centinaia di migliaia di dollari e la reintroduzione di specie indigene. Il governo del paese africano intanto sta studiando la possibilità di importare dal Sud Africa 400 scarabei Algarobius prosopis capaci di distruggere le radici del famigerato albero. A proposito di reintrodurre specie indigene… Fonte: www.izf.net/


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461 Pasqua, boom di agnello e...furti

In una tavola su tre quest’anno durante la Pasqua sarà presente carne d’agnello che, anche per l’effetto di sostituzione del pollo determinato dalla psicosi dell’influenza aviaria, riscuote un rinnovato interesse e si classifica tra i cibi preferiti degli italiani per queste festività. Il nuovo boom dell’agnello ha però attirato l’attenzione della malavita organizzata con il furto di centinaia di capi nelle campagne. Un fenomeno allarmante che interessa le regioni del Centro Italia dove si moltiplicano le sparizioni di intere greggi appartenenti a razze pregiate tipiche dell’Appennino. Nelle zone piu’ colpite come le Marche nelle ultime tre settimane, secondo un monitoraggio Coldiretti, sono stati rubati 777 capi con un danno di quasi due milioni di euro. Il sospetto è che i furti siano opera di bande specializzate nel “trasferimento” degli animali in strutture clandestine di macellazione. «La grave mancanza per gli agnelli di un’etichetta di origine obbligatoria – denuncia la Coldiretti – impedisce, attraverso la rintracciabilità delle produzioni, di risalire ai colpevoli dei furti che possono mettere in commercio prodotti senza le necessarie garanzie sanitarie». Un danno per consumatori ed allevatori nazionali che favorisce peraltro l’arrivo in Italia di prodotti di minore qualità rispetto a quelli del nostro paese. Per combattere il rischio che venga spacciata come carne nazionale quella ottenuta da agnelli importati soprattutto dall’Est Europa è stata presentata dal comitato promotore al Ministero delle Politiche Agricole la proposta di riconoscere l’agnello del Centro Italia Igp che si aggiunge alle Igp Agnello di Sardegna e Abbacchio romano, consentendo al consumatore di fare una scelta consapevole. Fonte: Coldiretti


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460 Ue, rendere il processo di decisione sul biotech più trasparente

Bruxelles ha chiesto ufficialmente all’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) di «migliorare la cooperazione scientifica» con i 25 governi europei e di rafforzare la trasparenza nella valutazione del rischio per l’autorizzazione degli Ogm in Europa. Senza rimettere in discussione il ruolo cardine dell’Agenzia nella valutazione scientifica, le si chiede di essere più rigorosa, di prendere maggiormente in considerazione le posizioni contrarie degli stati membri e, nel caso in cui dovesse respingerle, di giustificarne la decisione. L’obiettivo è duplice. Da un lato recuperare la fiducia della maggioranza dei governi europei che hanno sollevato riserve sul processo di decisione e di valutazione sul biotech, dall’altro recuperare la fiducia dei cittadini europei che nella misura del 62% - in Italia sono il 77% - sostengono di essere “preoccupati” per la presenza di Ogm nell’alimentazione. I commissari all’ambiente Stravos Dimas e alla sanità e consumatori Markos Kyprianou hanno aperto un ampio dibattito al collegio dei commissari, forti anche del rapporto di valutazione sui primi due anni di attività dell’Efsa, realizzato da esperti esterni, che non esclude alcuni cambiamenti sul modo in cui l’Agenzia Ue procede alla valutazione del rischio, in particolare nella cooperazione con gli stati membri. La Commissione ha chiarito che non ci sarà nessuna modifica sulle decisioni Ogm già approvate. Bruxelles però ha accolto la proposta dei due commissari e appare evidente che intende introdurre delle nuove procedure interne tra Commissione ed Efsa. La strada al cambiamento è stata aperta. Fonte: Ansa, Corriere delle Sera


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459 Un’Alleanza per l’Estinzione Zero

Si chiama Alliance for Zero Extintion (Aze) ed è un’organizzazione che raggruppa 52 enti e associazioni, provenienti da 18 nazioni, impegnati in programmi di conservazione della biodiversità. Il suo scopo è quello di attuare un’azione globale per tutelare specie animali e vegetali che rischiano di scomparire in brevissimo tempo. A partire dalla propria rete di esperti in tutto il mondo, l’Aze ha identificato e catalogato nel proprio database disponibile in rete, 794 specie tra mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e conifere che hanno una probabilità di estinguersi tra l’80 e il 50 per cento nei prossimi 10 anni. L’Aze agisce individuando il sito in cui le specie sono presenti in modo esclusivo e cercando di eliminare le minacce che lo affliggono, in maniera tale da permettere agli esemplari rimasti di riprodursi. Sono stati individuati 595 siti diversi, principalmente nelle aree tropicali dell’America latina, ma anche in Asia e nel Nord America. Ne esiste uno anche in Italia, nelle Madonie, in Sicilia, dove si trovano gli ultimi 20 esemplari di abete dei Nebrodi, specie protetta grazie al progetto Life Natura, co-finanziato dalla Commissione Europea e condotto dal Corpo forestale regionale. Allo stato attuale 204 dei 595 siti sono già protetti dai soggetti che fanno parte dell’Aze, mentre la restante parte necessita di sostanziosi interventi. È per questo che l’Aze chiede ai governi, alle organizzazioni non governative e alle aziende dei Paesi in cui sono presenti siti a rischio, di impegnarsi finanziariamente, supportando i progetti di conservazione ed evitando interventi potenzialmente nocivi all’habitat di specie in via di estinzione. Fonte: Modus Vivendi http://www.zeroextinction.org


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458 Nasce la Scuola casari: formerà i maestri del Parmigiano Reggiano

La Scuola Casari, centro permanente di formazione e sperimentazione per il sistema Parmigiano Reggiano, formerà i futuri specialisti nella produzione di uno dei più importanti formaggi del panorama italiano e mondiale. Presentata il 4 aprile presso la sede Consorzio dal presidente Andrea Bonati e dagli Assessori all'Agricoltura delle Province emiliane dove si produce questo formaggio (Bologna, Modena, Parma e Reggio Emilia), questa iniziativa punta a creare un sistema territoriale tra gli Enti locali che costituisca uno stimolo e un’indicazione di lavoro per l’intera filiera produttiva, ad oggi divisa e frammentata. «La Scuola casari – hanno dichiarato gli assessori ed il presidente del Consorzio – rappresenta una realizzazione molto attesa dai produttori e dai caseifici che attuano la trasformazione del latte in Parmigiano Reggiano, perché è molto sentita l'esigenza di una formazione continua nel comparto, sia del personale dei caseifici, sia dei futuri casari, per l'alto valore che le conoscenze e l'esperienza di questa figura hanno nella produzione del Parmigiano Reggiano». «L'evoluzione costante nei processi produttivi, nei caratteri della materia prima e nella gestione del prodotto, richiedono un costante aggiornamento delle competenze professionali - si legge nel Protocollo d’intesa sulla Scuola casari - mentre il ridotto coinvolgimento degli operatori nell'aggiornamento delle proprie competenze professionali è attribuibile anche all'assenza di un'offerta strutturata di iniziative di informazione, formazione e perfezionamento nel complessivo campo del sistema del parmigiano reggiano». Per questo, la scuola assumerà una precisa strategia di sensibilizzazione verso gli addetti di caseificio, tale da divenire per loro punto di riferimento per le tematiche professionali. Fonte: Consorzio del Formaggio Parmigiano-Reggiano


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457 Chiude il Vinitaly 2006

Con questo lunedì la quarantesima edizione del Vinitaly chiude i battenti. E finalmente sembra - secondo gli umori percepiti nei cinque giorni della manifestazione enoica - che il vento sia cambiato. Non tanto come numero di visitatori - gli stand nella domenica delle elezioni non sono stati presi d’assalto dalla solita folla caciarosa – ma come buyer e come numero di nuovi contatti registrati mediamente dalle cantine. La grande manifestazione di Verona è considerata un termometro del mercato del vino e pare che la “febbre” e i musi lunghi degli ultimi anni siano probabilmente un ricordo per la maggior parte delle aziende. Grande ottimismo soprattutto nei padiglioni della Toscana e del Piemonte, che di più avevano sofferto per la contrazione del mercato. L’interesse degli acquirenti torna proprio su quelle denominazioni storiche e blasonate snobbate per qualche tempo anche dai consumatori: Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Nobile di Montepulciano, Barolo (nonostante l’handicap dell’annata 2002) e il Barbaresco. Come da tradizione lo spazio dell’associazione ha riscosso enorme successo, grazie alle degustazioni organizzate, ai pranzi offerti a soci, e al bancone di tesseramento (in crescita il numero dei tesserati) e vendita libri, letteralmente preso d’assalto. Per il secondo anno consecutivo una delle presenza più amate dai numerosi visitatori è risultata essere il banco dei gelati di Menodiciotto, che ha presentato dei gusti realizzati con i prodotti dei Presidi Slow Food (tutto il ricavato della vendita delle coppette è andato a sostegno della Fondazione Slow Food per la Biodiversità). Uno dei momenti clou per Slow Food delle giornate veronesi è stato il sabato con la presentazione della sesta edizione della Guida agli Extravergini, un vademecum che si sta imponendo all’attenzione degli ecogastronomi grazie alla semplicità di lettura e al numero sempre maggiore di aziende e di oli recensiti.


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456 Ceppi di lievito per il Nero d'Avola.... ma non solo

I palmenti, nella Sicilia orientale culla del Nero d'Avola, sono le vasche in cemento delle vecchie cantine; per traslato il nome indica anche il locale di vinificazione. È lì che i tecnici del settore tecnico-sperimentale dell'Irvv sono andati, guidati dal dott. Daniele Oliva. L'obiettivo era cercare i lieviti Saccharomyces autoctoni del Nero d'Avola, vino simbolo della Sicilia. Si tratta anche in questo caso di biodiversità che scompare, perché sono sempre di più le cantine che utilizzano ceppi selezionati industriali. I tecnici, recandosi in periodo di vendemmia nei palmenti dove si vinifica ancora a livello familiare, raccoglievano campioni di mosto, lo congelavano a -80° e poi procedevano con le analisi. Su 922 Saccharomices isolati, tre hanno dimostrato di possedere ottime caratteristiche, e la sperimentazione ha prodotto un Nero d'Avola dai profumi di frutta rossa particolarmente freschi e ampi. A Vinitaly ieri la ricerca è stata presentata con una degustazione comparata che non lasciava dubbi: l'esperimento dell'Irvv ha messo a disposizione dei produttori siciliani uno strumento capace di esaltare e rendere riconoscibile il terroir. Il passo successivo era rendere disponibili i lieviti per le aziende siciliane. Perciò si sono ceduti i diritti di produzione e commercializzazione al lievitificio Biospringer; il quale però li venderà in tutto il mondo, e non solo ai siciliani... Non si rischia allora di ritrovarsi con un syrah australiano prodotto con lieviti autoctoni del Nero d'Avola? Risponde il dott. Oliva: «È stata una scelta sofferta. L'obiettivo era fare arrivare ai nostri produttori il risultato di una ricerca che è costata tempo e denaro. In Sicilia non ci sono lievitifici, è un settore difficile e altamente specializzato; demandarne a un'azienda la fabbricazione significa renderli disponibili a prezzi ragionevoli».


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455 La qualità degli oli extravergini d'oliva

L'olio extravergine di oliva di alta qualità sotto la lente di ingrandimento di tecnici e produttori. L'occasione è stata la presentazione della Guida agli Extravergini di Slow Food Editore, a cura di Diego Soracco e Tiziano Gaia, tenutasi oggi al Vinitaly, che ha consentito agli operatori del settore di discutere dei problemi che affliggono produzione e commercializzazione, indicando obiettivi e prospettive future. All'incontro, dal titolo "Extravergine: i punti critici nella filiera produttiva. Tendenze attuali nella produzione di qualità e commercializzazione" hanno partecipato, coordinati da Nanni Ricci, Marco Mugelli, responsabile Panel Cciaa di Firenze, che ha dimostrato con uno studio scientifico come la qualità del prodotto sia strettamente legata al microclima, e quindi all'annata; Domenico Fazio, direttore commerciale della divisione olio d'oliva di Alfa Laval, che ha posto l'attenzione sull'importanza dell'innovazione tecnica per raggiungere ottimi risultati e verificare la qualità della produzione in tutte le sue fasi; Andreas März, direttore della rivista Merum, il quale ha evidenziato gli aspetti critici di un mercato in cui non c'è possibilità di distinguere tra diversi livelli di qualità. Tra i temi sviscerati, la problematica dei produttori che investono e si impegnano per ottenere il meglio, facendo fatica a emergere in un mercato indifferenziato. D'altra parte, i consumatori sono interessati agli oli di alta qualità mentre le esportazioni raggiungono nuovi paesi. Il posizionamento nel mercato dipende dagli obiettivi e dagli strumenti che i singoli paesi produttori si pongono, e l'Italia non ha una legislazione molto favorevole sotto questi aspetti. La sfida di Slow Food è quella di promuovere la cultura dell'olio autentico e buono: la Guida agli Extravergini è uno strumento utile a orientarsi nell'acquisto, ma anche uno stimolo per i produttori, soprattutto quelli di nuova generazione, a fare bene.


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454 A Villa Mattarana (Verona) il vino dei "naturalisti"

Si chiamano Gruppo Vini Veri. Tre anni fa quattro produttori (Radikon, Nicolaini, Maule e Bea), che da anni producevano vini biologici, stanchi delle fiere in cui la qualità si misura per la grandezza degli stand, ebbero voglia di provare a realizzare una piccolo evento in cui le risorse fossero tutte spese nella possibilità di comunicare agli altri la propria filosofia: quindi una bella e antica villa veneta, semplici tavoli con bottiglie e bicchieri da degustazione, ma tanta voglia di raccontarsi e di trasmettere al pubblico il senso del proprio lavoro. Proprio la tecnica e la filosofia produttiva, oltre al rifiuto di un certo mondo di pubbliche relazioni e strategie di marketing, sono state il fulcro attorno al quale aggregarsi. Negli anni scorsi a Villa Favorita il gruppo dei vini naturali si è conquistato una fetta del pubblico di Vinitaly che trovava in un'atmosfera rilassata e autentica la possibilità di evadere per qualche ora dal ritmo vorticoso di una fiera dalle dimensioni ormai gigantesche; degustando vini che si manifestavano in tutta la loro aderenza al territorio e alle oneste pratiche produttive. Quest'anno Teobaldo Cappellano è diventato presidente del Gruppo Vini Veri, mentre Angiolino Maule proseguirà la sua avventura a Villa Favorita, domani e dopodomani. «Ma non è un fatto negativo», precisa Cappellano «stiamo crescendo e va bene avere più possibilità di essere rappresentati. Noi ci definiamo naturalisti, non necessariamente biologici o biodinamici, non rincorriamo la certificazione ad ogni costo, la sentiamo come un'imposizione. La garanzia che diamo al consumatore è quella che usavano i nostri vecchi, della nostra faccia e della parola. E poi c'è autocontrollo, il gruppo può chiedere i danni a chi ne rovina l'immagine». Il risultato è stato l'evento di Villa Mattarana, oggi alla sua giornata conclusiva, con un centinaio di espositori, tra cui grandi nomi come il francese Nicolas Joly di Clos de la Coulée de Serrant e Serge Hochar di Chateau Musar dal Libano.


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453 Inaugurata la quarantesima edizione del Vinitaly

La prossimità dell'appuntamento elettorale non ha tolto combattività a un Ministro Alemanno sempre energico e deciso, che ha inaugurato oggi Vinitaly, al termine di un lungo cerimoniale che ha visto succedersi sul palco le autorità locali e i premiati dei diversi concorsi indetti da Verona Fiere. «Vinitaly ha il primato assoluto in Italia nel campo delle fiere vinicole» ha esordito «e l'incremento del 45% di pre-accreditati in più rispetto al 2005 la dice lunga sull'inutilità di creare tanti doppioni. Le fiere o sono di eccellenza o falliscono». Le parole di Alemanno paiono riferirsi a MiWine e al Salone del Vino, che recentemente hanno cercato, sia pur con intenti positivi, di mettere in discussione il primato veronese. Vinitaly ha quindi aperto la sua quarantesima edizione, la più grande di sempre, con 4200 aziende da 25 Paesi, come ha affermato il Presidente di Verona Fiere Luigi Castelletti, con buone ragioni per festeggiare. La situazione del comparto vino fotografata da Alemanno rivela una flessione del 21% dei prezzi all'origine per il vino da tavola e del 15% per quello di qualità. Questo significa una compressione del reddito agricolo, principale problema oggi per il settore agricolo nazionale. A fronte di questo, c'è da registrare una crescita dell'11% del valore delle sportazioni, e un calo del consumo interno del 2%. Grande potenzialità quindi a livello internazionale, ma difficoltà a tutelare il reddito dei produttori. La ricetta del Ministro passa per la riforma dell'Ocm (Organizzazione Comune di Mercato), in cui l'Unione Europea dovrà ascoltare le esigenze dei Paesi a vocazione enologica; per la battaglia in sede WTO volta al riconoscimento delle denominazioni d'origine; per la determinazione di regole comuni a difesa della qualità indicate direttamente dalla filiera. E qui il riferimento era alla questione dei controlli da svolgersi direttamente a cura dei Consorzi di Tutela, che di recente ha suscitato qualche polemica. «Si deve ritrovare unità, un prezzo troppo alto è stato pagato alle divisioni e ai contrasti»


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452  Fa’ la cosa giusta!

Ieri a Milano si è svolta la conferenza stampa di presentazione della fiera Fa' la cosa giusta! dedicata al consumo critico e agli stili di vita sostenibili: due giorni, sabato 18 e domenica 19, in cui 8.000 metri quadrati di Superstudiopiù in via Tortona saranno affollati di visitatori interessati a un consumo più responsabile. Giovanni Petrini, responsabile dell'organizzazione, ha sottolineato come “siano ormai alla portata dei consumatori prodotti, merci, servizi che costituiscono una concreta alternativa al mercato cieco e senz'anima.” Un modo per far sentire chi acquista protagonista di un cambiamento positivo, che ha suscitato anche l'apprezzamento ufficiale del Presidente della Repubblica Ciampi. Fa' la cosa giusta! è coerente con i propri contenuti e mette in atto buone pratiche affinché in fiera tutto sia riciclabile e non inquinante. La selezione stessa degli sponsor è stata affidata ad un'agenzia di rating indipendente che valuta come un'azienda interagisce con il proprio contesto territoriale e sociale. Un passo necessario dal momento che la fiera sta uscendo da una dimensione regionale per assumere sempre più connotati nazionali. Poiché la tematica principale della fiera quest'anno è il cibo, significativa importanza assume la partecipazione di Slow Food. Ci sarà un'area dedicata ai progetti a difesa della biodiversità, gestita dalla Condotta Slow Food di Milano: qui sarà possibile acquistare e degustare prodotti dei Presìdi Slow Food italiani e internazionali. L'incasso delle tre giornate sarà devoluto, attraverso la Fondazione Slow Food per la Biodiversità. Uno specifico spazio Slow Food sarà inoltre dedicato all'Educazione del Gusto per gli studenti delle scuole elementari e superiori. Per ulteriori informazioni, vedi il comunicato stampa alla pagina web press.slowfood.it


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451  Sri Lanka: una carovana per salvare la società del riso

E' partita ieri e attraverserà, fino al 31 marzo, i più importanti Distretti di produzione del riso dello Sri Lanka. E' la People's Caravan “Save our rice and our rice farmers”, una campagna lanciata dal Monlar che diffonderà le proposte dei produttori per arrestare la crisi del riso. Generata in parte nel 1977 dai Programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale (l'obiettivo era passare da una produzione di riso per il mercato interno ad una agricoltura intensiva per l'esportazione), la crisi ha portato ad un aumento della povertà nelle aree rurali e ad altri mali alimentari e sociali che hanno aggravato le condizioni di circa 18 milioni di famiglie. A partire dal 1994, una congiuntura negativa ha determinato prezzi di acquisto del riso sempre più bassi con un conseguente aumento dell'indebitamento da parte dei piccoli produttori, che non riescono più a sostenere neppure i costi della produzione. Negli ultimi anni le associazioni agricole hanno cominciato ad organizzarsi con iniziative come la Carovana partita ieri, che raccoglierà consensi di produttori e consumatori sul documento da presentare al Governo come contributo alla risoluzione della crisi. Questi, in breve, i punti salienti: 1. Rafforzare la domanda dei produttori affinché il Governo attribuisca un prezzo ragionevole attraverso appropriate politiche di intervento in agricoltura; 2. Chiedere la mediazione del Governo affinché le famiglie di basso reddito dello Sri Lanka possano accedere a sufficienti quantità di riso a prezzi accessibili; 3. Iniziare un rapido processo di diffusione di sistemi a basso costo ed ecologici per la produzione di riso in tutto il Paese; 4. Utilizzare i benefici dei metodi ecologici, come il risparmio per le spese sanitarie, le maggiori risorse idriche, ecc… per assistere i produttori nella conversione, in maniera tale che l'iniziale incentivo economico sia un investimento e non una forma di sussidio. Fonte: www.viacampesina.org - www.monlar.org


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450 Una filiera in ginocchio

Gabbie di polli disperatamente vuote, scatole d’uova terribilmente invisibili... Anche gli infaticabili venditori ambulanti di polli che fino a ieri “aggredivano” i clienti vicino ai mercati, sono quasi spariti dalla circolazione. Il 27 febbraio scorso, sono stati confermati quattro casi di contaminazione da virus H5N1 in un allevamento nel Sud del Niger. Fino ad oggi, soltanto una provincia, quella di Magaria, è stata toccata. Le autorità hanno comunque preso drastici provvedimenti: proibizione di importare e di trasportare il pollame e i suoi sotto-prodotti. Questi divieti sono fatti rispettare con sistematici posti di blocco e controlli sanitari. Si stima ufficiosamente che nel Paese esistano tra i 25 e i 40 milioni d’uccelli, allevati in piena libertà, ovunque e senza particolari cure. Una “cassa di risparmio su zampe” e a portata di mano dalla quale gli abitanti delle campagne prelevano uno o due uccelli periodicamente per comprare prodotti di prima necessità e per pagare le cure sanitarie o le tasse. Nelle città, dove si tentava di costruire un’avicoltura più moderna, la situazione è altrettanto drammatica. Gli affari degli allevatori di gallinacei sono crollati dall’arrivo dell’influenza aviaria e per gli avicoltori del Niger, indebitati fino al collo, si pone un ulteriore problema: è impossibile rimborsare i debiti alle banche e sarà difficile chiedere nuovi prestiti. Tutta la filiera è disastrosamente colpita, dai piccoli ristoratori ai venditori di polli arrosto, i “polli bicicletta”, ai commercianti di carbone. Un’economia basata su un sistema di piccoli crediti dai fornitori è in ginocchio. Le misure di compensazione finanziaria promesse dal Governo per l’abbattimento dei volatili, qualora venissero effettivamente erogate, non coprono neppure il prezzo di importazione di un pulcino dalla Francia o dall’Egitto.


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449 Il business dell’acquisto “etico”

Una delle ultime tendenze, rilevate nei consumi sia a livello nazionale che internazionale, è la crescita dei prodotti caratterizzati come equosolidali. L’ultima arrivata è l’acqua “etica”: il gigante americano del caffè, Stairbucks, compra l’acqua minerale Ethos e reinveste parte dei guadagni in programmi di sviluppo per garantire acqua pulita in Bangladesh, Etiopia ed India. Sulle linee principali dei treni della Virgin, in Gran Bretagna, si serve solo solo tè certificato Fairtrade (commercio equo), marchio internazionale che garantisce condizioni di lavoro umane ed eque. Segno che anche le multinazionali stanno “saltando sul carro del business etico” per non rimanere fuori da una fetta di mercato in crescita costante e sempre più appetibile, in grado di garantire anche un ritorno in immagine. Anche perché l’identikit del consumatore di equo solidale non è più soltanto quello nella fascia di 40-50enni, ma tocca anche molti giovani. Come ha rilevato recentemente il presidente di Slow Food Petrini, la crescita dei grandi gruppi che vendono prodotti equo solidali “sarebbe davvero positiva solo se non ci fosse il sospetto di trovarsi di fronte alla classica “foglia di fico”, inventata per coprire i vizi di sempre. Com’è possibile che aziende che praticano prezzi al ribasso su tutto, sui prodotti, sui coltivatori, sui contadini, si convertano di colpo all’equo e solidale? Qualche incongruenza c’è nell’essere equi e solidali per alcuni prodotti e non esserlo affatto per tutti gli altri. Se tanto si insiste su un modello alternativo di produzione, non si può prescindere anche da una certa severità di valutazione nei confronti di chi produce, premiando solo chi, anche a fatica, rimane fedele a questi principi. Altrimenti, si rischia di mettere tutti sullo stesso piano e a trarre i benefici maggiori dalla certificazione sarà proprio chi la usa in modo solo strumentale”. Fonte: Repubblica, Specchio


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448 L’Irlanda e gli ogm

BASF, la più grande azienda al mondo nel settore delle biotecnologie, ha recentemente fatto domanda all’EPA (Environment Protection Agency) per avere il permesso di condurre esperimenti all’aria aperta con patate geneticamente modificate nella Contea di Meath, in Irlanda. BASF sostiene che le patate potrebbero garantire una maggiore resistenza alle malattie. Una questione ancora molto sentita in Irlanda, a causa della grande carestia che colpì il Paese tra il 1845 e il 1849, quando l’apparizione di una patologia delle patate causata da un fungo, la peronospora, distrusse un terzo circa del raccolto della stagione e l'intero raccolto del 1846. “Molte colture geneticamente modificate - sostiene Darina Allen, chef della Ballymaloe Cooking School - dovrebbero essere immuni dai pesticidi ma, finora, non è stato proprio così e sovente è necessario l’utilizzo di altre sostanze chimiche”. Esistono casi di produttori che, negli Stati Uniti e in Canada, hanno sporto denuncia alle aziende proprietarie delle sementi gm proprio a causa di questi effetti. Senza contare che se l’Irlanda prendesse questa direzione, rileva ancora la Allen, "dovrebbe poi trovare un mercato aperto agli ogm, cosa alquanto difficile in Europa attualmente, considerando che nella maggior parte dei casi i prodotti gm sono vietati. Ma la cosa più “incredibile” è che le sementi gm sono brevettate. Con questo paradossale effetto: secondo gli accordi del Wto, i coltivatori i cui raccolti sono stati contaminati, per esempio attraverso il polline portato dal vento, non sono più automaticamente proprietari di queste sementi". Basti citare il caso del canadese Percy Schmeiser, presente anche a Terra Madre 2004, con la Monsanto alla quale è stato riconosciuto il diritto di royalty sulle sementi contaminate, nonostante il tribunale avesse riconosciuto la non volontà di Schmeiser di tale contaminazione. Finora, il governo irlandese non ha mai votato contro gli ogm al Parlamento europeo. E le associazioni dei produttori e coltivatori non hanno ancora preso una posizione al riguardo. Intanto, già adesso parte della carne irlandese viene da animali nella cui dieta ci sono ingredienti che contengono sostanze gm. Fonte: http://www.irishexaminer.com/pport/web/supplements/Full_Story/did-sgWhX0RgvUwqIsgdL11Zs5FWAE.asp


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447  Da Pollenzo a Kyoto

Sarà un fine settimana fitto di incontri quello del direttore dell’Unisg Vittorio Manganelli, del coordinatore relazioni esterne e stage Giacomo Mojoli e di Masayoshi Ishida dell’ufficio Slow Food Internazionale, ospiti in Giappone per rappresentare l’Università di Scienze Gastronomiche. Segno di una crescita a livello internazionale delle attività dell’Università, anche grazie alla presenza di studenti da tutto il mondo che si fanno poi portavoce nei loro paesi di ciò che hanno imparato. Ed è proprio uno dei primi diplomati del Master in Scienze Gastronomiche tenutosi quest’anno nella sede di Colorno, il giapponese Shigemi Hara, ad aver seguito l’organizzazione di questi incontri. D’altronde, considerando la varietà e l’unicità del patrimonio gastronomico nipponico, desta sempre maggior preoccupazione l’avanzare dell’omologazione dei sapori e dell’offerta alimentare che si sta verificando. Per questo, sono molto cresciute le attività e i soci di Slow Food in Giappone e, recentemente, sono saliti a bordo dell’Arca del Gusto internazionale i primi nove prodotti del territorio. Nella mattina di venerdì 10 marzo, a kyoto, la delegazione, accompagnata dal professor Shigeru Imasato, incontra Yamada Keijii, Governatore della Regione di Kyoto, Takashi Kurakake, responsabile del Dipartimento regionale dell’Agricoltura, Niikawa Tatsurou e Hatta Eiji, rispettivamente Preside e Rettore della prestigiosa Università di Doshisha. Nel pomeriggio potranno assistere alla cerimonia tradizionale del tè officiata dal monaco Soen Ozeki nell’antico tempio Daitokugi; quindi incontrano Ookura Haruhiko, presidente della Gekkeikann, azienda produttrice di sakè. Sabato 11 marzo presso l’Università Doshisha si terrà un simposio dedicato all’educazione alimentare al quale intervengono Giacomo Mojoli e Vittorio Manganelli. Dal 12 al 15 marzo la delegazione sarà infine a Tokyo. Per informazioni: Ufficio Comunicazione UNISG: tel. +39 0172 458 507/505/519 - www.unisg.it


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446 Greenpeace presenta il primo rapporto mondiale su OGM e contaminazione genetica

Greenpeace ha presentato ieri alla stampa il primo rapporto mondiale su ogm e contaminazione genetica. Il rapporto, disponibile on line sul sito www.gmcontaminationregister.org, mostra 113 casi verificatesi in 39 Paesi del mondo, il doppio dei Paesi nei quali la coltivazione di piante ogm è consentita. Sopratutto, dai casi riportati si rileva che la frequenza degli "incidenti" è purtroppo in aumento, con 11 nuovi casi che si sono aggiunti alla lista nera nel solo 2005. Il rapporto è un resoconto degli incidenti esposti sul "Registro on-line delle Contaminazioni" curato da Greenpeace e GeneWatch UK. "Non esiste un registro ufficiale a livello nazionale o internazionale di casi di contaminazione genetica", ha dichiarato Federica Ferrario, responsabile ogm di Greenpeace. "Chiediamo che venga reso obbligatorio un registro a livello internazionale di questo tipo e che vengano concordati standard minimi per l'identificazione e l'etichettatura di tutti i trasporti di colture ogm. Altrimenti, senza questi standard di biosicurezza, la tracciabilità diventa impossibile, e di conseguenza impossibile rintracciare e ritirare eventuali ogm pericolosi". Il rapporto viene pubblicato a pochi giorni dall'avvio dell'incontro dei 132 Paesi firmatari del Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza. Nella scorsa riunione, un accordo rigoroso sulla biosicurezza e la tracciabilità era stato bloccato da Brasile e Nuova Zelanda, sostenuti dai maggiori esportatori di ogm, Usa, Argentina e Canada. Questi tre paesi non hanno aderito al Protocollo, e cercano di ostacolarlo in ogni modo, riducendo le informazioni sui trasporti internazionali ad un banale quanto inutile "potrebbe contenere ogm". "Ci auguriamo che il Brasile, che ospita la conferenza a Curitiba, non tradisca i Paesi in via di sviluppo”, ha concluso la Ferrario, “piegandosi agli interessi delle multinazionali biotech, e a spese dell'ambiente". Fonte:www.gmcontaminationregister.org, www.biodiv.org/biosafety


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445 Greenpeace presenta il primo rapporto mondiale su OGM e contaminazione genetica

Greenpeace ha presentato ieri alla stampa il primo rapporto mondiale su ogm e contaminazione genetica. Il rapporto, disponibile on line sul sito www.gmcontaminationregister.org, mostra 113 casi verificatesi in 39 Paesi del mondo, il doppio dei Paesi nei quali la coltivazione di piante ogm è consentita. Sopratutto, dai casi riportati si rileva che la frequenza degli "incidenti" è purtroppo in aumento, con 11 nuovi casi che si sono aggiunti alla lista nera nel solo 2005. Il rapporto è un resoconto degli incidenti esposti sul "Registro on-line delle Contaminazioni" curato da Greenpeace e GeneWatch UK. "Non esiste un registro ufficiale a livello nazionale o internazionale di casi di contaminazione genetica", ha dichiarato Federica Ferrario, responsabile ogm di Greenpeace. "Chiediamo che venga reso obbligatorio un registro a livello internazionale di questo tipo e che vengano concordati standard minimi per l'identificazione e l'etichettatura di tutti i trasporti di colture ogm. Altrimenti, senza questi standard di biosicurezza, la tracciabilità diventa impossibile, e di conseguenza impossibile rintracciare e ritirare eventuali ogm pericolosi". Il rapporto viene pubblicato a pochi giorni dall'avvio dell'incontro dei 132 Paesi firmatari del Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza. Nella scorsa riunione, un accordo rigoroso sulla biosicurezza e la tracciabilità era stato bloccato da Brasile e Nuova Zelanda, sostenuti dai maggiori esportatori di ogm, Usa, Argentina e Canada. Questi tre paesi non hanno aderito al Protocollo, e cercano di ostacolarlo in ogni modo, riducendo le informazioni sui trasporti internazionali ad un banale quanto inutile "potrebbe contenere ogm". "Ci auguriamo che il Brasile, che ospita la conferenza a Curitiba, non tradisca i Paesi in via di sviluppo”, ha concluso la Ferrario, “piegandosi agli interessi delle multinazionali biotech, e a spese dell'ambiente". Fonte:www.gmcontaminationregister.org, www.biodiv.org/biosafety


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444 Filiera corta, anzi cortissima

Il bollettino dell’Associazione per l’agricoltura biologica riferisce che la Cina è, per superficie coltivata a biologico, il secondo paese al mondo dopo l’Australia; inoltre, nel 2004, quasi la metà della sua produzione è stata destinata alle esportazioni. All’interno del paese sono tre le principali categorie di consumatori di biologico: 20-40enni di educazione e reddito medio alti; gruppi specifici come donne incinte, neonati e bambine; acquirenti istituzionali. Del resto, a conoscere un boom è tutto il comparto biologico che, però, in molti casi sta diventando “globale”: i suoi prodotti, infatti, al pari di tutti gli altri, percorrono migliaia di chilometri mantenendo così intatta la distanza nella filiera fra produttori e consumatori. Per questo, il progetto “filiera corta”, diffuso in Brasile, Francia, Stati Uniti e adesso anche in Italia, si propone come obiettivo quello di ridurre ai minimi termini il sistema distributivo, avvicinando il più possibile le due figure chiave, il produttore e il consumatore. Si tratta di un’alternativa preziosa dal punto di vista ecologico e sociale, soprattutto quando riesce a collegare piccoli coltivatori di alimenti di qualità e consumatori non abbienti. In Italia, stanno anche crescendo i gruppi d’acquisto solidale (Gas), dove un caso interessante è rappresentato dall’area di Roma: lo “Sportello Filieracorta”, nato il 7 novembre 2004 con un numero verde (800 032667) e un ufficio aperto al pubblico alcuni giorni la settimana, si propone di riavvicinare i tre milioni di abitanti della città alle migliaia di coltivatori delle campagne vicine. Intanto, il Comune di Roma ha riservato il 15% degli spazi nei mercati rionali ai coltivatori diretti. Riuscirà la filiera corta a erodere una tendenza generale che, secondo i dati dell’Ismea, vede aumentare le percentuali di spesa ortofrutticola nei supermercati e nei discount, quelli della “quarta gamma” (ortaggi e frutta imballati, lavati e pronti) e della “quinta gamma” (precotti)? Fonte: Il Manifesto


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443 Si riunisce in Sicilia l’Onu del cioccolato

Quest’anno è la città di Modica, nel ragusano, ad ospitare da ieri una delle due sessioni annuali dei lavori dell’Icco (International cocoa organisation), l’organizzazione che viene considerata come “l’Onu del cioccolato” e riunisce l'80% dei paesi produttori e importatori di cacao. I lavori dell' "Onu del cacao" s'inseriscono nel programma di Eurochocolate, la kermesse di nove giorni (cominciata sabato scorso e che si concluderà domenica prossima) dedicata al cioccolato, e in particolare a quello di Modica, che si caratterizza per essere lavorato secondo l'antica ricetta atzeca. E' stato l'olandese Jan Vingerhoets, direttore dell'Icco, ad aprire i lavori: "Bisogna accrescere e rendere stabile - ha sottolineato - la domanda di cioccolato per dare certezze ai paesi produttori concentrati in gran parte nell'America latina e in altre aree del Sud del mondo dove la risorsa, nonostante la sua importanza preziosa per volumi di fatturato indotto, non riesce a remunerare il fattore lavoro in modo adeguato". "Per ottenere questo risultato - ha aggiunto il presidente dell'Icco - bisogna approvare nuovi protocolli per disciplinare l'intero apparato della produzione e rivedere il metodo di calcolo degli stock di cacao". Una delle proposte che saranno discusse riguarda la possibilità di ottenere l’azzeramento di tutti i dazi doganali per i prodotti semifiniti derivati dal cacao. Remunerare il lavoro in modo adeguato rimane comunque una delle priorità del settore, anche perché il cacao rappresenta la principale risorsa economica per ben 18 paesi al mondo che, nonostante questo, vedono andare la maggior parte dei ricavi ai produttori finali. Fonte: Ansa


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442 Una nuova legge per l’Amazzonia

Un intervento diretto del Governo brasiliano sull'Amazzonia per fermare la devastazione e la speculazione di cui il più grande polmone verde del mondo è vittima. E' la “legge per la gestione delle foreste pubbliche” che finalmente, dopo anni di discussione, è stata approvata raccogliendo subito il plauso di politici, ambientalisti intransigenti e teorici dello sviluppo a tutti i costi. Nello specifico, la legge permette alle imprese brasiliane di legname (sono esclusi gli stranieri) di ottenere concessioni fino a 40 anni sulla foresta. Ben 13 milioni di ettari, corrispondenti a circa il 3% dell'estensione totale dell'Amazzonia, potranno essere sfruttati per tagliare alberi. Fondamentale il principio di sostenibilità, per il quale la legge si è guadagnata il giudizio favorevole di Greenpeace e Wwf: fortissime limitazioni che permetteranno alla foresta pluviale di rigenerarsi. Ad esempio, ogni 10 anni sarà possibile tagliare soltanto cinque o sei alberi in un'area grande come un campo da calcio. Nell'impossibilità di porre fine all'avanzata di uno sviluppo senza regole e di bloccare l'abuso e la compravendita illegale di proprietà, molto diffusi in Amazzonia, lo Stato brasiliano ha preferito intervenire direttamente, dimostrando grande realismo politico. La legge, inoltre, lancia un forte segnale positivo in un Brasile in cui solo il 5% del legname tagliato viene dichiarato ufficialmente e in cui il boom dell'agricoltura ha fatto registrare il 2004 come il secondo peggior anno della storia per ettari di foresta perduta. Fonte: Corriere della Sera


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441 Acqua: per i consumatori difficile orientarsi tra le etichette

E’ l’acqua minerale la bevanda più diffusa e acquistata dalle famiglie italiane che, nel 97% dei casi, secondo i dati di Mineracqua, l'organizzazione imprenditoriale che riunisce, rappresenta e tutela le industrie italiane che confezionano acque minerali naturali, acque di sorgente e bevande analcooliche, l’acquistano più o meno regolarmente durante l’anno. I consumi crescono da un decennio, attestandosi sui 178 litri a testa del 2004 (mezzo litro al giorno) e l'industria delle acque minerali rappresenta una realtà produttiva ed occupazionale che conta 7.500 dipendenti e 32.500 lavoratori nell'indotto tra distribuzione, macchinari e packaging. Proprio l’Italia vanta il primato nell’Ue, con una produzione/consumo pari al 28% di quella europea, 150 aziende in esercizio e 161 stabilimenti presenti in tutte le Regioni italiane. Il Paese è infatti ricco di sorgenti: ne sono state censite circa 700 delle quali 265 “imbottigliatrici”, per una produzione totale di circa 11 miliardi di litri di acqua minerale con caratteristiche e proprietà molto differenziate, grazie al particolare sistema idrogeologico del territorio nazionale. Un ventaglio di proprietà che è ora al centro dell’attenzione sia da parte del consumatore che dei ristoratori: in alcuni locali, per esempio, si comincia a proporre la carta delle acque minerali o degustazioni guidate con esperti che illustrano le caratteristiche organolettiche di ogni bottiglia. La stessa associazione Mineracqua propone sul suo sito (www.mineracqua.it) una pagina che spiega come leggere l’etichetta e la classificazione delle acque. Inoltre, alcune tra le principali aziende di acqua minerale hanno messo a confronto i marchi più rinomati verificando e comparando i dati sull’etichetta.


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440 L’agribusiness spiegato dai Sem Terra

Il sito Znet (www.zmag.org) ospita le lettere di “informazione” della segreteria nazionale del Movimento brasiliano Sem Terra (Mst) su temi di politica agricola. In una delle ultime, l’argomento è l’agribusiness, un’espressione utilizzata da stampa, docenti e produttori per definire le vaste piantagioni monoculturali ricche in tecnologia, meccanizzazione e uso di ogm, ma povere invece di lavoro manuale. Nella maggior parte dei casi, la produzione è per l’export: canna da zucchero, caffè, cotone, soia, arance, cacao e bovini. Niente di nuovo, dunque, rispetto al periodo coloniale, a parte le tecniche moderne e il lavoro salariato, il cui basso costo è tuttora il vero vantaggio competitivo sui mercati internazionali. Alle motivazioni dell’opinione pubblica circa il fatto che l’agribusiness rappresenti un fattore chiave per la crescita del Pil per il rilancio dell’industria e, soprattutto, che contribuisca a una crescita dell’agricoltura e del reddito nelle campagne, i Sem Terra hanno provato a opporre alcuni dati. L’agricoltura e l’allevamento rappresentano solo il 12% di tutto il Pil e, se sommate alla trasformazione agroindustriale, si arriva al 37%; l’importanza di questa percentuale non dipende però dalle superfici coltivate, bensì dall’estensione del mercato dei consumatori. Infatti, l’area coltivata in Brasile non è affatto cresciuta. Perché, dunque, l’opinione pubblica appoggia così assiduamente questo progetto? Perché la borghesia delle piantagioni e dell’allevamento si è alleata alle multinazionali che forniscono gli input e gli sbocchi sul mercato. Lo stesso governo, d’altronde, ha ben poco potere al riguardo, essendo fondato su alleanze di classe e partiti che sono ostaggio del capitale internazionale. Di fronte a questo, il Mst chiede priorità per l’agricoltura contadina, incentivando le piccole aziende familiari a produrre la maggior parte del cibo necessario al fabbisogno locale e interno. Fonte: Il Manifesto


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439 Cibo: sempre più bello ma meno nutriente

La Food Commission, l’organismo di controllo del Regno Unito sulla qualità dei cibi, ha appena pubblicato sulla rivista Food Magazine i risultati di uno studio in cui si comparano diversi dati tratti da “The composition of Foods” (la composizione dei cibi) di Mc-Cance e Widdowson. Quello che ha lasciato tutti sorpresi è stata la grande differenza che molti dei cibi in esame hanno mostrato nelle due annate di riferimento. Per esempio, si legge che i livelli di ferro contenuto in una bistecca sono precipitati del 55%, mentre quelli del magnesio del 7%. Un altro esempio è quello del latte e dei suoi derivati: il ferro contenuto nel latte è precipitato del 60%, e di oltre il 50% nella panna e in otto tipi di formaggio. Come è dunque possibile una tale differenza? Il direttore della Food Commission, Tim Lobstein, sostiene che è dall’Ottocento che i minerali sono facili da individuare e misurare, per cui non può certo essere questo fattore a spiegare una tale differenza. Piuttosto, sostiene, sono i metodi dell’agricoltura moderna che non permettono al suolo di arricchirsi, oltre al fatto che l’uso di fertilizzanti chimici non riesce a sostituire l’ampia varietà di elementi nutritivi di cui hanno bisogno gli esseri umani e le piante. La Soil Association, che riunisce i produttori biologici, è dello stesso parere: i fertilizzanti chimici “fanno fare marcia indietro alla biologia del suolo. Mantenere vitale la popolazione dei migroorganismi nel suolo è vitale”. Anche il direttore del consorzio del parmigiano, Leo Bertozzi, ammette che pur non essendo cambiato il metodo di produzione del parmigiano, il latte nel 1940 era decisamente diverso rispetto a quello odierno. Basti pensare al fatto che le mucche producono cinque o sei volte di più e il loro mangime è assolutamente diverso. Fonte: Tst, La Stampa


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438 Il manifesto umanista della Generation C.

“Nessuno è più sciovinista di chi non lo è”, aveva detto una volta il presidente di Slow Food Petrini. Ma chi si sarebbe aspettato che a prendere sul serio questo motto fosse il paese che meno ti aspettavi, vale a dire la Francia? E’ accaduto al Food Festival di Le Havre del 20-21 febbraio, organizzato dalla rivista Omnivore, editore di “Les 150 tables de la Jeune Cuisine”, guida emergente tra le ormai consolidate Michelin e Gault&Millau. Un movimento di chef come Gilles Choukroun, Lionell Lèvy, Vèronique Abadie, Eric Guèrin, David Zuddas, Benoit Bordier e altri ancora, che si definisce come “Generation C.” (dove “C” sta per cucina e cultura) o “jeune cuisine”, ha messo a punto il proprio manifesto, i cui punti fondamentali sono: aprirsi, confrontarsi, comunicare, trasmettere. Soprattutto, la Generation C. raccomanda di confrontarsi con le altre culture gastronomiche, di rompere l’isolamento avuto in passato, di cercare alleanze con associazioni di colleghi di altri Paesi. E’ un documento umanista, libertario, scritto con un linguaggio che lascia da parte la proverbiale superbia francese. Si chiede agli chef di mettere a disposizione anche dei colleghi il loro sapere acquisito e di mostrare l’evoluzione della ristorazione in tema di diritti e di salari dei dipendenti. Una delle parole più importanti del manifesto è dunque “trasmettere”, dove grande attenzione deve essere data alla formazione e ai formatori, inclusi i proprietari dei ristoranti. Alla manifestazione mancava tutta la generazione della nouvelle cuisine (Bocuse, Senderens, Gherard), così che il solo “trait d’union” tra le diverse generazioni era rappresentato da Alain Ducasse e da Michel Bras. Fonte: Il Sole 24 Ore


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437 L’Università di Scienze Gastronomiche festeggia i suoi primi 25

E’ stata una giornata speciale quella che si è tenuta ieri, domenica 26 febbraio, presso la Reggia di Colorno, sede insieme a Pollenzo dell’Università di Scienze Gastronomiche. Sono infatti stati proclamati i primi 25 diplomati del Master in Scienze Gastronomiche e Prodotti di Qualità. La giornata è incominciata nella mattinata con l’Assemblea dei Soci dell’Associazione Amici dell’Università di Scienze Gastronomiche, che ha analizzato l’attività svolta in generale e approvato il bilancio al 31 agosto 2005. A seguire, nel pieno spirito di quella che è la sua filosofia, c’è stata l’intitolazione di un’aula dell’Università a Peppino e Mirella Cantarelli, osti in Samboseto (PR) dal 1948 al 1983. Questo momento celebrativo è stato accompagnato dalla proiezione di un estratto dal documentario Viaggio nella valle del Po di Mario Soldati, in cui lo scrittore intervistava i due osti nel 1957. Il presidente di Slow Food Carlo Petrini ha poi consegnato le targhe di sede didattica agli enti e alle aziende che hanno ospitato gli studenti del Master. Infine, il rettore dell’Università Alberto Capatti ha nominato i 25 diplomati del Master, alla presenza del Presidente della Provincia di Parma, Vincenzo Bernazzoli, del Presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani e dell’Assessore Bruna Sibille per il Piemonte, le due regioni che ospitano le sedi dell’Unisg. Gli studenti diplomati sono: per l’Italia, Astrua Corrado, Bon Federica, Callegari Claudia, Calza Roberta-Linda, Di Furia Giuliana, D’Onorio Annalisa, Goria Cristina, Lusoli Nico, Savoye Nathalie, Zilio Eleonora; per la Svizzera, Bindella Adrian, Deflorin Judith, Gelpke Sibilla, Hofstetter Catrin, Leupin Jérôme; per gli Usa, Clark Sarah, Garcia Francee, Seder Julie; per il Giappone, Hara Shigemi, Nakano Miki, Shibata Kaori; per la Finlandia, Lehtinen Marika, Makela Anna-Liisa; per il Messico, Redon José Carlos e Rousseau Geneviève per il Canada.


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436 Accade fuori dal Mediterraneo

Mentre a livello europeo tiene banco la disputa tra la Commissione europea e la Norvegia, “accusata” di esportare il salmone norvegese a un prezzo inferiore a quello interno, in Australia, durante una conferenza, si è discusso su come gestire le acque internazionali del Pacifico meridionale. Anche in quell’area, infatti, vi è poco controllo sui metodi di pesca e sulla gestione delle riserve ittiche non migratorie. Buone notizie arrivano dalla Nuova Zelanda, dove il ministro della pesca Jim Anderton ha annunciato che un terzo delle acque territoriali della Nuova Zelanda, per un totale di 1,2 milioni di kmq, sarà chiuso alle forme più invasive di pesca come quella a strascico di fondo, o bottom trawling, in cui i pescherecci trascinano pesanti reti lungo il fondo marino, catturando pesci ma anche distruggendo banchi corallini ed altri organismi. Nel dare l'annuncio, il ministro ha detto che si tratta della più vasta area marina esclusa al bottom trawling entro la Zona economica esclusiva di una nazione, ed ha definito l'accordo raggiunto con le grandi compagnie di pesca, come una vittoria sia per gli ambientalisti che per i pescatori. L'annuncio è stato accolto con qualche riserva dalle organizzazioni ambientaliste, che hanno mantenuto una presenza di alto profilo durante la conferenza, con eventi e mostre fotografiche che testimoniavano della gran varietà di specie marine presenti in quei mari. A proposito dell'accordo, la portavoce di Greenpeace Carmen Gravatt, ha detto che "il diavolo è nascosto fra le righe", poichè le aree comprese nella zona protetta non sembrano rappresentare tutte quelle a rischio. Secondo Lorraine Hitch del WWF, "è increscioso che i governi continuino con misure settoriali nella gestione delle riserve ittiche, che sono già fallite altrove in modo spettacolare, anzichè adottare un approccio di gestione basato sulla protezione dell'intero ecosistema". Fonte: Ansa, La Stampa


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435 Vincent

di John Irving Ho saputo della morte di Vincent Schiavelli durante le festività natalizie, proprio nel momento in cui stavo coronando il sogno di una vita: stare su una spiaggia caraibica — nella fattispecie, una spiaggia cubana. Con spensieratezza, ho inviato un SMS a mia sorella in Inghilterra: «HAPPY CHRISTMAS». Dopo pochi minuti, lei mi ha risposto: «VINCENT SCHIAVELLI’S DEAD». A Cuba, il quotidiano del partito Granma non ha riportato la notizia e, in quei giorni, il Noticiario televisivo della sera parlava solo di Fidel, di Evo Morales, di Hugo Chavez e di ospedali. Solo tornando in Italia ho potuto verificare che Schiavelli era stato stroncato a 57 anni da un male incurabile. È morto a Polizzi Generosa, in provincia di Palermo, il paese di famiglia. Nel primo Novecento, Andrea Coco, monzù (cuoco) nelle cucine del barone Rampolla, il latifondista del posto, è partito per La Merica, e si è stabilito a Brooklyn, dove è stato raggiunto dalla fidanzata. Ben presto i due si sono sposati. È questa la storia dei nonni materni di Schiavelli, che l’ha raccontata, insieme a quella della propria infanzia in Bruculinu America, un libro pieno zeppo di racconti e aneddoti su usi, costumi, feste e personaggi legati all’isola d’origine. Le atmosfere ricordano un po’ Il padrino, un po’ West Side Story. «Crescere in quelle strade — scrive Schiavelli — era come essere con un piede negli Stati Uniti degli anni Venti e l’altro piede nella Sicilia della metà del Cinquecento». Uno dei leitmotiv del libro è l’amore per la cucina che Schiavelli ha ereditato dal nonno (in fondo al volume ci sono pure 14 ricette), amore che ha conservato per tutta la vita, anche quando, dopo essersi laureato in studi teatrali presso l’Università di New York, si è trasferito a Los Angeles per cercare fortuna nel mondo del cinema e della televisione. Il successo non ha tardato ad arrivare, tant’e vero che in pochi anni, Schiavelli è diventato uno dei più noti caratteristi di Hollywood. Grande amico di Milos Forman ha lavorato in tutti i film “americani” del regista ceco, da Taking Off a Amadeus. Dopo lunghe ed accurate ricerche, ho calcolato che Schiavelli ha interpretato ben 91 ruoli in altrettanti lungometraggi: chi non lo ricorda nel ruolo del “matto” in Qualcuno volò sul nido del cuculo, o in quello del fantasma della metropolitana in Ghost? Sempre a Hollywood, nel 1997, in occasione di un congresso dell’IACP (Associazione internazionale dei professionisti culinari), ha scoperto Slow Food. È rimasto talmente colpito dalla filosofia del movimento che, insieme a Panos Nicolau (un produttore televisivo e cinematografico cipriota di origine greca che ama la cucina non meno di lui), ha fondato il Convivium Slow Food di Los Angeles. Cinque anni dopo, è addirittura venuto a farci visita a Bra, sede di Slow Food, in qualità di presidente della giuria della prima edizione di “Food On Film”, il nostro festival biennale di “corti gastronomici” (la prossima edizione si terrà, sempre a Bra, dal 26 aprile al 1 maggio). È in quell’occasione che ho potuto conoscerlo: il suo humour, la sua cultura e il suo dialetto siculo-italiano dal sapore arcaico. Negli ultimi anni, Schiavelli tornava sempre più spesso — almeno una volta all’anno — a Polizza Generosa, dove voleva aprire una scuola di cucina per stranieri. Stava anche giocando con l’idea di scrivere un romanzo ambientato nell’amata Brooklyn. Peccato che quel libro non vedrà mai la luce. John Irving, collaboratore di Slow Food, si occupa delle pubblicazioni del movimento e della comunicazione in lingua inglese.


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434 Eccessi e restrizioni alimentari in Europa

Il 5° simposio organizzato dall’Istituto Europeo di storia e delle culture alimentari (Iehca), tenutosi recentemente a Tours, quest’anno ha concentrato l’attenzione sul tema degli eccessi e delle restrizioni alimentari in Europa. La presenza di studiosi del calibro di Allen J. Grieco, dell’ Harvard University Center for Italian Renaissance Studies, Mary Hyman, Peter Scholliers, Massimo Montanari e molti altri, è stata una garanzia per affrontare sotto più punti di vista un capitolo della storia alimentare: dal consumo di pesce nella Grecia antica, agli eccessi alimentari nella Scandinavia medievale. Divieti e restrizioni alimentari sono sempre stati presenti non solo a causa di improvvise carestie o guerre, ma anche nel rispetto di norme religiose, sociali, mediche persino. Insomma, è esistito lungo i secoli un rapporto ambivalente tra limiti ed eccessi, piacere alimentare e sua condanna. Compito degli studiosi presenti è stato quello di rilevare similitudini, differenze ed itinerari attraverso secoli di storia dell’Europa. Prima di tutto, come le società di allora, rispetto a quelle attuali, giudicavano e valutavano gli eccessi alimentari. Quali cibi e bevande, per esempio, venivano “presi di mira”? Oppure: esistevano alcuni luoghi e momenti in cui tali eccessi erano consentiti? E da dove avevano origine? Altro tema affrontato è stato il rapporto tra cibo e identità, in particolare in che modo tali momenti di convivialità ed eccesso erano capaci di “generare” gruppi identitari. Ma anche come tutto questo veniva valutato dal pensiero economico nei secoli XVI - XIX. Infine, il rapporto con la qualità. Se i banchetti nel rinascimento o i primi ristoranti frequentati da appassionati gourmet nel 1800 sono stati un esempio di spazio riconosciuto per il piacere alimentare, quando, dove e attraverso quali forme si è cominciato a parlare di qualità? Fonte: http://calenda.revues.org/nouvelle6247.html


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433 Dall’impero alla perestroika

di: Alexandra Grigorieva In Georgia si fa vino (Sakartvelo) da tempo immemorabile, come attestano sia l’evidenza archeologica (alcuni resti di Vitis vinifera hanno più di 8000 anni) sia la leggenda. L’arca del primo vitivinicoltore della storia, il biblico Noè, sarebbe sbarcata nei pressi. La mitica Colchide dell’antichità (così era chiamata la Georgia) era famosa non solo per il Vello d’oro e Medea, ma anche per i vini. Quando il paese abbracciò il cristianesimo, nel 337 d.C., fu battezzato con la croce, portata da San Nino, fatta di viti legate con i tralci, che costituisce tuttora una delle reliquie più venerate della chiesa ortodossa georgiana. La tradizione vinicola è stata portata avanti nel corso delle epoche e le campagne collinose e i villaggi isolati hanno conservato per noi un’eredità unica: oltre 500 varietà autoctone (anche se solo 27 coltivate su larga scala). Questa diversità trova riscontro nella lingua, con più di 1200 termini relativi alla viticoltura, di cui 32 solo per descrivere i vari stadi di maturità dell’uva. Quando la Georgia entrò a far parte dell’impero russo (ai primi dell’Ottocento), i russi si entusiasmarono per la qualità dei suoi vini. Alexander Pushkin, sommo poeta russo, scrivendo del viaggio a Erzerum dichiarò che i vini della Georgia orientale eclissavano certi fini Bourgogne. Descrisse anche lo sciagurato destino di un dragone russo che, avventuratosi ad assaggiare il vino del suo ospite georgiano, annegò in un orcio enorme, il kvevri. Questi grandi vasi d’argilla con doppia parete per secoli sono stati impiegati per la vinificazione e sono utilizzati tuttora nelle case in cui si fa il vino. Seppelliti in terra e dotati di coperchi di legno, sono riempiti con il mosto di uve pigiate con i piedi e tradizionalmente – sia per i bianchi sia per i rossi – anche con il raspo. La fermentazione, i travasi e l’affinamento avvengono nel kvevri, in cui solitamente il vino è lasciato fino al momento di berlo (4-5 anni o più, a seconda della quantità e della qualità). Nella seconda metà dell’Ottocento mercanti russi e proprietari terrieri georgiani (tra cui un nipote di Murat, maresciallo di Napoleone, che aveva sposato una principessa russa) si dedicarono a produrre vini di qualità destinati all’esportazione. All’epoca furono piantate molte varietà francesi (tra cui cabernet sauvignon e aligoté), ma erano ancora le varietà locali a dominare la scena. Le vecchie tecniche tradizionali invece furono spesso abbandonate: diventò di moda l’affinamento in rovere, si producevano vini spumanti e così via. Le regioni più promettenti per fare vino di qualità su larga scala erano già ben definite allora: Kakhetia (Georgia orientale), Imereti (Georgia occidentale fino alla zona costiera subtropicale) e Racha-Lechkhum, una regione montuosa chiusa a nord dell’Imereti, con un microclima naturale favorevole ai vini semi-dolci. In tutta la Georgia, invece, si trovavano fattorie con pergole di vite Isabella (ibrido dell’americana Vitis labrusca, qui detta Odessa) sotto la cui piacevole ombra anfitrioni e ospiti banchettavano e bevevano. Rossi, bianchi e semi-dolci Quanto alle varietà autoctone georgiane, i rossi di maggior spicco che ne derivavano sono sempre stati il Saperavi (monovitigno, secco e semi-dolce, la vera stella della Kakhetia), Alexandrouli e Mudzhuretuli (uvaggi semi-dolci, a volte secchi e perfino spumanti) del Racha-Lechkhum, Odzhaleshi e Aladasturi (per lo più monovitigno, secchi e semi-dolci), le vecchie viti rampicanti maglari dell’Imereti, piantate in modo non dissimile dalla Vitis marita dell’antica Roma. Un’altra varietà eccellente è il Chkhaveri che dà vini secchi monovitigno poco colorati, con una sfumatura ramata, e rosati semi-dolci. Le cultivar bianche più conosciute sono Rkatsiteli e Mtsvane (bianchi monovitigno e non, secchi e semi-dolci, la prima consumata anche come uva da tavola) che danno risultati meravigliosi in Kakhetia; Tsolikouri e Tsitska (monovitigno secchi, uvaggi spumantizzati, la prima usata anche per fare vini monovitigno semi-dolci) nell’Imereti e dintorni; e Rachuli Tetra (monovitigno semi-dolci) in Racha-Lechkhum. I vini semi-dolci sono molto importanti nella tradizione enologica georgiana, ma data la loro instabilità solo uno era imbottigliato su larga scala prima della rivoluzione: il più delizioso rosso semi-dolce della Georgia, il Khvanchkara, un assemblaggio di Alexandrouli e Mudzhuretuli del Racha-Lechkhum, prodotto ufficialmente dal 1907. Si tratta di un rosso di colore rubino con sfumature porporine e un bouquet di lampone, rosa e viola. Nel periodo sovietico la sua produzione fu quasi abbandonata finché, nel 1942, Stalin si informò sul vino presso i capi comunisti della repubblica. Fu immediatamente inventata una tecnologia per l’imbottigliamento a caldo dei vini semi-dolci in modo da aumentare e facilitare la produzione. Oltre al Khvanchkara, alla fine del 1942 esistevano il rosso granato Kindzmarauli, a base di uve saperavi della Kakhetia, dagli aromi di nocciolo di ciliegia e ribes nero, e il monovitigno Odzhaleshi dell’Imereti, dalla veste rosso porpora e un bouquet di lampone e altre bacche rosse. I famosi bianchi semi-dolci sono successivi; tra essi spiccano due voluttuosi prodotti dorati con sfumature verdi del Racha-Lechkhum: il Tetra a base di uve rachuli tetra (dal 1945), dall’aroma di fiori di montagna, e il Tvishi da uve tsolikouri (dal 1952), con un bouquet di miele e fiori che si apre lentamente e una bella persistenza sul palato. Diversamente dai vini semi-dolci, molti celebri vini secchi erano prodotti in Georgia ancor prima della rivoluzione, in gran parte in Kakhetia. I vini del principe Uno dei maggiori protagonisti dell’enologia georgiana fu il principe Alexander Chavchavadze, che nel 1886 trasformò la tenuta di famiglia a Tsinandali in azienda vinicola. Quasi tutti i migliori vini di stile europeo della Kakhetia, sia rossi sia bianchi, nacquero là. Il Saperavi monovitigno dalla veste granata, semplice, fresco e fruttato, era già stato imbottigliato da altri (dal 1866), ma è a Tsinandali che si iniziò a produrre fini monovitigno, affinati per un minimo di tre anni, con uve saperavi provenienti da vigneti specifici: il serico e potente Mukuzani (dal 1888), con note di nocciolo di ciliegia e ribes nero, l’elegante e meno ricco Napareuli (dal 1890), con un bouquet di frutti rossi. Anche il Tellani (dal 1897), prodotto con uve cabernet sauvignon, affinato per tre anni e ricco di note di bacche rosse, ciliegia e violetta, ebbe immediato successo. Ma il primo vino prodotto a Tsinandali (1886) fu l’omonimo bianco elegante, frutto di un taglio di Rkatsiteli e Mtsvane, dalla veste oro pallido e dagli aromi floreali, affinato per almeno due anni di cui sei mesi in rovere. Un altro bianco, il Gurdzhaani (dal 1887), taglio delle stesse uve affinato per un pari periodo, proviene da un terroir diverso, che gli conferisce un tono più speziato. Un bianco completamente diverso è il monovitigno Rkatsiteli (dal 1892), fermentato nel kvevri con le uve pigiate alla maniera tradizionale georgiana e poi affinato in rovere per un anno. Il risultato è una veste ambrata, un naso ricco di note di rosa tea, un palato fruttato (da non servire freddo). Lo scempio Dopo la perestroika il controllo statale ha cominciato a vacillare e, poiché la domanda della Russia e delle altre repubbliche era molto forte, i vini originali ben fatti si sono persi nel mare di una produzione adulterata: intrugli dolciastri con un sapore chimico privi di bouquet e corpo, mosto d’uva di origini ignote colorato artificialmente e addizionato di alcol. Questo scempio probabilmente fu in parte dovuto all’inutile distruzione di una quantità di viti proprio all’inizio della perestroika, nel quadro della campagna contro l’alcolismo; ma la sua causa principale fu la prospettiva di un guadagno immediato e facile, molto più facile che lavorare le vigne e fare vino vero in un paese in cui, dopo la fine dell’Unione Sovietica, per anni si è potuto disporre dell’elettricità solo per due o tre ore al giorno e la povertà era (ed è ancora) profonda. Nel 1984 in Georgia si raccolsero 520 000 tonnellate di uva, che nel 1993 si erano già ridotte a 50 000. Poi la situazione dei vini georgiani è decisamente migliorata. Oggi esistono aziende vinicole affidabili che dispongono di vigneti propri e lavorano meticolosamente per produrre vini di qualità. Alcune hanno anche cominciato a studiare e sperimentare terroir diversi. Il governo georgiano sta progettando un sistema di denominazioni controllate. Ma che dire della biodiversità e delle oltre 500 varietà autoctone da salvare? L’enologia tradizionale georgiana non dovrebbe essere studiata e tradotta di più in pratica? Quanto ci vorrà per vedere sul mercato i singoli produttori con i loro vini in bottiglia? Saranno in grado di farlo? Speriamo che i meravigliosi vini e le grandi varietà della Georgia superino le difficoltà e si rivelino in tutto il loro splendore. È ora che tutto il mondo conosca un altro aspetto significativo del nostro retaggio. Articolo tratto da Slowfood n. 11


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432 Nebbiolo Grapes 2006

Dalla Valtellina alle Langhe: Nebbiolo Grapes, la grande convention internazionale che celebra il vitigno nebbiolo, approda ad Alba, dove sarà protagonista dal 9 al 12 marzo 2006: tre giorni per parlare di nebbiolo, confrontarsi, incontrarsi, degustare. Tre giorni dedicati al nobile vitigno, fare il punto sulla situazione internazionale e prospettare il futuro dei grandi vini che da esso derivano. Il congresso, che avrà luogo nella prestigiosa cornice del Teatro Sociale, sarà strutturato in tre sessioni, le prime due a carattere scientifico e la terza dedicata invece al marketing e alla comunicazione, mentre i produttori di nebbiolo provenienti da tutto il mondo (Italia, Stati Uniti, Sud Africa e Australia) potranno far degustare alla stampa internazionale e al pubblico i propri prodotti presentati ai banchi d’assaggio, allestisti presso la nuova struttura dell’Ampelio, futura sede del Consorzio e ampliamento dell’Università di Agraria. La sessione viticola di venerdì 10 marzo vedrà avvicendarsi al microfono illustri relatori che affronteranno il vitigno Nebbiolo sotto diversi aspetti: dal punto di vista genetico e clonale (A. Schneider e F. Mannini - Istituto Virologia Vegetale – US Viticoltura – CNR Torino), della gestione agronomica del vigneto (S. Guidoni - Università degli Studi di Torino), del Microclima termico e luminoso e dell’ accumulo di antociani (G. Cola, M Rossoni, L. Rustioni, L. Mariani, O. Failla – Università degli studi di Milano, D. Eberle – Terre da Vino S.p.A. – Barolo CN; G. Murada – Fondazione Fojanini – Sondrio), del ruolo del portinnesto (G. Gay, A. Morando – Istituto Virologia Vegetale – US Viticoltura – CNR Torino). La sessione enologica focalizzerà l’attenzione sulla vinificazione del Nebbiolo (V. Gerbi, A. Caudana, L. Rolle – Di.Va.P.R.A. - Università degli studi di Torino) sulla struttura chimica dei tannini (F. Mattivi, U. Vrhovsek, L. Valenti – Istituto Agrario San Michele all’Adige), sul colore dei vini derivati (E. Cagnasso, G. Zeppa – Università degli studi di Torino) e sugli aromi (D. Borsa, F. Torchio, L. Sotgiu, L. Ponticelli). “L’idea di un cammino – afferma Giovanni Minetti, presidente del Consorzio – dedicato al nebbiolo e percorso da tutti i produttori legati al vitigno si è concretizzata due anni fa con la nascita di Nebbiolo Grapes a Sondrio, grazie all’iniziativa del Consorzio di tutela Valtellina e del suo presidente Casimiro Maule. A due anni di distanza siamo onorati di poter ospitare ad Alba per tre giorni la community internazionale del nebbiolo, che nella nostra terra vede molto probabilmente le sue origini e dove, in ogni caso, ha raggiunto forse il massimo livello di espressione qualitativa. Durante le tre sessioni in programma i lavori e le relazioni perseguiranno l’obiettivo di confrontare le esperienze dei produttori provenienti dai quattro continenti in cui viene allevato il nebbiolo nell’ottica di un arricchimento di esperienze davvero universale. Un grande interesse sarà poi dato dalla possibilità di degustare vini tra loro assai diversi, pur provenienti dalla stessa uva ma coltivata in ambienti tra loro del tutto dissimili”. Le degustazioni saranno aperte al pubblico (ingresso a pagamento) sabato 11 marzo dalle ore 15.30 alle ore 19.00 e domenica 12 marzo dalle ore 10.00 alle ore 18.00.


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431 Alla scoperta del formaggio raviggiolo e della razza bovina romagnola

Per gli studenti del I anno dell’Università di Scienze Gastronomiche questa settimana è arrivato il momento di “incontrare” due prodotti e due territori di grande tradizione. Infatti, dal 21 al 24 febbraio 2006 saranno ospiti delle Comunità Montane dell’Acquacheta e dell’Appennino Forlivese. Entrambe raggruppano diversi comuni dell’Appennino Tosco Romagnolo: la prima comprende i comuni di Dovadola, Modigliana, Portico e S. Benedetto, Rocca S. Casciano, Tredozio; la seconda i comuni di Civitella di Romagna, Galeata, Meldola, Predappio, Premilcuore e Santa Sofia. Due gli oggetti di studio, il formaggio raviggiolo e la razza bovina romagnola, oltre alla visita all’azienda produttrice del dolce al cioccolato Modigliantica, la cui ricetta – nata oltre un secolo fa - è stata tramandata oralmente fino ad oggi. La romagnola, una delle razze bovine più antiche, era largamente diffusa fino al 1953, con almeno mezzo milione di capi, mentre oggi se ne contano appena 15.000. La causa principale è legata alla crisi generale degli allevamenti estensivi. Per evitare la sua graduale estinzione, Slow Food ha istituito un presidio, sta lavorando alla stesura di un disciplinare di allevamento e, grazie a un gruppo di allevatori, si propone di realizzare un lavoro di tracciabilità diretta tra allevatori, macellai e consumatori. Altro prodotto simbolo dell’Appennino tosco-romagnolo è il raviggiolo, anch’esso presidio Slow Food, nato per salvaguardare la locale produzione a latte vaccino crudo e per distinguersi dall’omonimo cacio prodotto con latte ovino. Questo formaggio di consistenza leggermente burrosa, prodotto esclusivamente nelle vallate della zona, ha una storia secolare, di cui si trovano attestazioni sin dal 1515. Ancora oggi viene ricavato dal latte crudo solo da alcuni casari e, a causa della sua ridotta conservabilità, si trova, garantito da disciplinare, solo nei mesi compresi tra ottobre e marzo.


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430 Dop, il controllo sarà affidato solo agli organismi controllori

Le nuove regole in tema di Dop e Igp non riguarderanno solo gli aspetti legati al Wto. Sembra infatti che la Commissione europea intenda modificare anche le regole della certificazione di conformità, partendo proprio dagli Organismi controllori. Oggi, gli Organismi controllori che operano in Italia e in Europa devono dimostrare di essere in possesso dei requisiti di terzietà previsti dalla norma En 45011. Nel nuovo testo, invece, viene precisato che tali Organismi dovranno essere accreditati. Un cambiamento di non poca importanza: molte strutture non lo sono e lavorano sulla base di una semplice autorizzazione ministeriale che certifica la loro conformità alla norma. Se il testo venisse dunque approvato, il ministero sarebbe costretto a revocare l’incarico a tutte le strutture non in regola e i Consorzi dovrebbero rivolgersi solo a quelle accreditate. In questo caso, assisteremo nei prossimi mesi a una corsa all’accreditamento da parte degli organismi attivi? Un’altra novità riguarda gli aspetti igienico sanitari. Con il nuovo approccio, la Commissione chiede agli Stati membri di inserire i produttori interessati alle Dop e alle Igp anche nei sistemi di controllo previsti per mangimi, alimenti e per il benessere degli animali. Ciò significa che prima ancora di essere sottoposti a certificazione di conformità secondo le norme dei disciplinari di produzione, i prodotti Dop e Igp dovranno essere controllati anche dal punto di vista sanitario. Il messaggio, da parte della Commissione, sembra chiaro: tradizione e igiene devono trovare il modo di coesistere. La qualità dei prodotti tutelati deve essere prima di tutto qualità sanitaria. Molti, dunque, i possibili cambiamenti in arrivo: l’importante è che non ci si dimentichi troppo delle “ragioni del gusto” a mero discapito dell’igiene. Fonte: Il Sole 24 Ore, Agrisole


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429 La prima città ecosostenibile?

Di quartieri ecologici, abitati da decine di migliaia di persone, costruiti con criteri di risparmio energetico e magari liberi dalle auto, ce ne sono in diverse città del mondo, soprattutto in Nord Europa, e ne stanno sorgendo anche in Italia. Vikki, per esempio, è un quartiere residenziale ecologico in Finlandia, con 13 mila abitanti, che ha come obiettivo l’autosufficienza non solo energetica ma perfino alimentare, con numerosi orti urbani, e occupazionale, con impieghi assicurati per metà degli abitanti. A Malmoe, in Svezia, il quartiere Bo01 è stato voluto come modello di sostenibilità urbana, grazie a una totale autosufficienza energetica che utilizza pale eoliche e impianti solari. A questo punto, la sorpresa arriva dalla Cina, dove la città di Shanghai sta pianificando una grande espansione con la costruzione, nelle sue vicinanze, di una nuova città della taglia di Manhattan. Dongtan, questo il nome, sarà appunto una “ecocittà”, progettata dall’agenzia londinese di design urbano Arup, mentre la realizzazione sarà coordinata dalla Shanghai Industrial Investment Corporation. La prima fase sarà completata entro il 2010, in tempo per l’Esposizione universale: avrà edifici costruiti in modo da ridurre il più possibile il consumo di energia e da utilizzare le rinnovabili, parchi urbani e ecologici, aree per la raccolta dell’acqua. Tutto bello, apparentemente. Un solo dubbio: l’area della futura Dongtan è ora in gran parte terra agricola, con diverse aree umide ecologicamente importanti e delicate; le quali saranno ovviamente spazzate via dall’ecocemento… Fonte: Il Manifesto


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428 Prima della Rivoluzione

di Carlo Bogliotti «Quest’anno cade il centesimo… no, il duecentesimo anniversario della venuta di Francisco de Miranda nel nostro Paese. Arrivò a portarci gli ideali della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità. Per aprirci gli occhi, ci portò la rivoluzione dall’Europa. Bene, io ora dico che la rivoluzione può darsi che nei prossimi anni farà la strada inversa, per ritornare laggiù, partendo dal Sud America. E la gente meravigliosa che ho visto in questo Forum Sociale, proveniente da tutto il mondo, mi conforta che tutto ciò sarà molto probabile». Ecco uno stralcio del discorso conclusivo del presidente venezuelano Hugo Chavez al VI Forum Sociale Mondiale policentrico di Caracas. L’ultimo di una serie quasi quotidiana, il più alluvionale: tre ore nette. A colpi di frasi come queste, a forza di riferirsi al Forum come “Forum anti-imperialista”, Chavez, potente animale mediatico, è riuscito a monopolizzare (e strumentalizzare) il Forum. O almeno per quanto riguarda l’opinione pubblica venezuelana, che di conseguenza ha amato l’evento esattamente nella misura in cui ama il suo presidente: c’è chi lo adora e chi lo odia. C’era anche Slow Food nella Caracas estiva, calda, ma per la stagione stranamente piovosa del Forum. Abbiamo presentato Terra Madre in un incontro informale – non eravamo nel programma ufficiale per un ritardo nell’iscrizione non dovuto alla nostra responsabilità – presso l’Università Centrale del Venezuela (una delle 9 sedi deputate agli incontri dei delegati): sono nati nuovi interessanti contatti con comunità del cibo sudamericane. Dopodichè il nostro tempo è stato speso alla disperata ricerca degli appuntamenti giusti per fare nuovi incontri utili a Terra Madre. I primi due giorni di programma erano stati stampati completamente sbagliati, molti incontri saltavano all’ultimo per difficoltà logistiche e la distribuzione dei singoli incontri non aveva un criterio tematico, per cui era necessario spostarsi continuamente tra sedi molto lontane in una città presa in ostaggio da un traffico esagerato. Nonostante tutto abbiamo ovviato i problemi di organizzazione (sottolineati anche dagli habituées dei Forum passati) e siamo tornati a casa con buoni contatti, soprattutto dagli Stati sudamericani che avevano minori rappresentanze nella scorsa edizione di Terra Madre. L’impressione generale - bisogna essere obiettivi - è che il magma del Forum, che spazia in migliaia di appuntamenti dalla lotta antimperialista alla pace, dal cicloturismo alle battaglie per la riforma agraria, dall’attesa degli extraterrestri (giuro! Era in programma!) al riscatto della situazione femminile nel mondo, generi infine nella realtà più confusione che altro, ma merita senz’altro la pena esserci. Magari più organizzati, magari già con almeno un’esperienza di questo tipo alle spalle, perché si può comunque incontrare davvero tanta gente interessante per quanto riguarda le nostre tematiche e la filosofia del nostro movimento. I contadini sono la forza più impressionante del Forum, gli unici che sembrano davvero capire in che mondo viviamo, che hanno coscienza che un altro mondo non soltanto è possibile, ma necessario. Si riconfermano così ogni anno, nonostante la globalizzazione affetti in negativo anche altri settori produttivi, i cui lavoratori non sembrano però altrettanto partecipativi. Ciò che manca in questi Forum – per formazione dei protagonisti - forse è ancora la sintonia con Slow Food sui temi più strettamente gastronomici e culturali, per cui vale spesso ancora l’idea per cui il mangiare bene significa peccato o imborghesimento: quando dicevamo che mangiare “è un atto agricolo” e produrre un atto gastronomico non tutti coglievano subito, ma con il dovuto approfondimento si creava immediatamente sintonia e voglia di lottare insieme. Spiace che Chavez (a prescindere dal fatto che si condividano le sue idee o no) abbia cercato di fare suo il Forum, che molti venezuelani non sapessero cosa stava accadendo nella loro città perché in fondo «era un regalo di Chavez ai suoi alleati esteri, fatto con i soldi dei venezuelani» (non è vero, tutti i delegati hanno pagato la loro quota di iscrizione per finanziare l’evento nda). Spiace che la disorganizzazione abbia provocato tanti inconvenienti e negato opportunità, ma ce ne siamo tornati a casa con il rafforzamento della convinzione che un altro mondo è davvero possibile. Perché più che da Chavez, forse, la vera rivoluzione partirà dai campi, e in maniera pacifica, poco ideologizzata: è quello che stanno facendo quotidianamente le comunità di Terra Madre con il loro semplice lavoro, per intenderci. La vera alternativa sono loro – che al Forum c’erano, anche se un po’ oscurati dei proclama anti-imperialisti - e senza di loro siamo destinati a non veder saziata la nostra “fame di cambiamento”. L’umanità presente al Forum era naturalmente bellissima, e tante piccole discussioni, tanti incontri informali, i tanti momenti di vera e propria festa stanno lì a dimostrarlo. Ma alla sacrosanta denuncia è davvero giunta ora di proporre delle alternative concrete (come penso sia Terra Madre), altrimenti più che una rivoluzione, si rischia che si verifichi un’involuzione. Che del resto a Caracas ha già manifestato i primi sintomi. Carlo Bogliotti, giornalista, è un collaboratore Slow Food


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427 Il nostro “cuore verde” continuerà a battere

Finalmente una buona notizia. Il governo brasiliano ha annunciato che verranno salvati dalla deforestazione 6,4 milioni di ettari di foresta amazzonica, un'area grande il doppio del Belgio. «E' un grande passo avanti per la protezione di una delle ultime foreste primarie del pianeta - commenta Sergio Baffoni, responsabile foreste di Greenpeace -, minacciata dall'avanzare della deforestazione, da incendi e siccità e dalla crescita delle coltivazioni di soia. Negli ultimi tre anni abbiamo perso una superficie di foresta immensa, l'equivalente di 18 campi di calcio al minuto». L'area che verrà protetta è particolarmente vulnerabile allo sfruttamento perché è interessata da una strada che sta per essere asfaltata, la Br-163, nello stato del Parà. Secondo il decreto presidenziale, ci saranno 3 livelli di protezione nell'area: 1,5 milioni di ettari saranno completamente protetti; permessi di taglio sostenibile verranno concessi su ulteriori 2,8 milioni di ettari; severe linee guida verranno applicate sui rimanenti due milioni di ettari. «In tutto il mondo - conclude Baffoni - rimane intatto solo il 20 per cento delle foreste primarie. La notizia arriva dopo l'annuncio del Canada di proteggere 2 milioni di ettari di foresta pluviale temperata e alla vigilia della Conferenza sulla Biodiversità, che si terrà il prossimo a marzo in Brasile, nella quale si dovrà decidere l'istituzione di una rete internazionale di aree protette». Fonte: Greenpeace Italia


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426 Vivai hawaiani

di Kent Fleming Per un migliaio d’anni prima che il Capitano Cook, nel 1778, scoprisse questa catena di isole, i re hawaiani hanno apprezzato il pesce moi (Polydactylus sexfilis). Tuttora la sua carne bianca e umida, pur non essendo altrettanto conosciuta del mahi mahi, del tonno ahi e del pesce spada, è una prelibatezza della cucina delle Hawaii. Nelle acque dell’arcipelago il moi si pesca ancora, ma la sua popolazione si è tanto ridotta da non costituire più una fonte di reddito affidabile. La pesca eccessiva iniziò quando gli hawaiani nativi persero il controllo della loro nazione un secolo fa. Prima dell’opprimente influenza occidentale, che ebbe avvio a partire dagli inizi dell’Ottocento, il moi era allevato in tradizionali vivai – o loko – lungo le coste delle isole. Purtroppo quasi tutti quegli antichi vivai sono in rovina e ben pochi sono tuttora utilizzati per il moi. Recentemente, per fortuna, qualche persona intraprendente ha iniziato a sperimentare metodi moderni di acquacoltura per allevare moi per il mercato, onde soddisfare la domanda crescente di quello che tanti considerano il pesce più squisito delle Hawaii. Il vivaio hawaiano è costituito da un muro permeabile di rocce, il kaupa (spesso circa un metro e alto poco di più) che racchiude una piccola insenatura, creando uno stagno con una superficie da 5 a 20 ettari di acqua di mare che circola liberamente. L’ingegnosa struttura permette ai pesci dell’oceano, compreso il moi, di entrare nel loko con l’alta marea attraverso una “porta”, chimata makaka, che può essere poi chiusa per trattenerli. È però impegnativo e faticoso erigere i muri di roccia e riparare i danni provocati dalle ricorrenti tempeste invernali. Gli ali’i – gli antichi capi dei villaggi – disponevano di manodopera abbondante e fedele ma, a partire dall’Ottocento, la loro autorità e la fedeltà dei sudditi si ridussero notevolmente. I muri dei vivai non venivano più riparati dopo essere stati danneggiati dal mare e molti furono inghiottiti dal fango o sopraffatti dalle mangrovie. Il vivaio hawaiano è caratteristico di questo arcipelago e non si trova in nessun’altra isola del Pacifico. Si calcola che quando giunsero i primi europei vi fossero 360 vivai che producevano quasi un milione di chili di pesce all’anno, mentre oggi sono attivi solo sei loko tradizionali. Sono stati fatti numerosi tentativi di ripristinarli, in particolare con la rinascita di interesse per la cultura hawaiana, negli ultimi decenni. Ovviamente, la manodopera servizievole d’un tempo non esiste più, ma le moderne macchine di movimento terra e la tecnologia per costruire in mare hanno conseguito risultati simili. L’ostacolo più serio alla rinascita economica dei vivai sono le severe norme sulla conservazione delle coste che valgono per tutti i litorali hawaiani. Paradossalmente, queste leggi varate per proteggere il paesaggio dagli abusi edilizi e dallo sfruttamento non consentiranno neppure l’utilizzo della tecnologia che potrebbe ripristinare gli antichi vivai. Pertanto la domanda crescente di moi, in primo luogo da parte dei numerosi ottimi cuochi delle Hawaii, viene al momento soddisfatta dall’acquicoltura commerciale: un vivaio statale fornisce i piccoli di moi ad aziende private che li allevano al largo della costa in gabbie costruite con i materiali più moderni. Gli chef che servono moi nei loro ristoranti sostengono che la qualità degli esemplari allevati in tali strutture è pari a quella dei moi cresciuti nei loko. Tratto da Slowfood, no. 1, gennaio 2004 Kent Fleming è docente di economia all’Hawaii University. Traduzione di Davide Panieri


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425 Ocm vino. La nuova legge tutela i Passiti e i vitigni autoctoni

Positivo il commento dell'Associazione Città del Vino sulle nuove norme approvate lunedì in Senato, in sede legislativa, alla vigilia della scadenza di legislatura. Il nuovo testo sull'Ocm del vino (l'organizzazione comune di mercato) presenta molti aspetti qualificanti per il comparto vitivinicolo italiano. Tra questi, sottolineano le Città del vino, la definizione del "vino passito". Il disegno di legge definisce infatti il passito "vino sottoposto ad appassimento, anche parziale, naturale sulla pianta o dopo la raccolta", senza il ricorso a pratiche di arricchimento del titolo alcolometrico naturale delle uve prima o dopo l'appassimento. La definizione di vino passito si applica anche ai vini da uve stramature nonchè ai vini a indicazione geografica tipica e ai vini di qualità prodotti in aree determinate, laddove i rispettivi disciplinari lo consentano. Il decreto definisce inoltre il "vitigno autoctono italiano" come quel vitigno la cui presenza in aree geografiche nazionali delimitate risalga ad almeno cinquant'anni e che sia registrato dalle Regioni o Province autonome, specificando la diffusione sul territorio, il nome, la descrizione e le caratteristiche agronomiche del vitigno. I registri dovranno in seguito essere predisposte dalle stesse Regioni e Province autonome. Alla prossima legislatura è domandata invece la riforma della legge sulle denominazioni, un testo fondamentale per la vitivinicoltura italiana per una nuova e corretta “governance” del settore. "E' un buon risultato - commenta il presidente di Città del Vino, Floriano Zambon - E' il primo provvedimento legislativo che mette ordine nella definizione dei vini passiti e liquorosi e inquadra le problematiche sui vitigni antichi e autoctoni italiani. La parte più debole di questa legge riguarda invece il sistema sanzionatorio, per il quale è stato approvato un ordine del giorno distinto per invitare il governo a rivederlo”. Fonte: Ufficio stampa Città del Vino


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424  Si è conclusa Fieragricoltura a Verona

Si è appena conclusa a Verona la quattro giorni di Fieragricoltura, manifestazione internazionale dedicata alla meccanica, ai prodotti e ai servizi per l’agricoltura. L’appuntamento di questa edizione ha segnato una forte apertura verso i paesi del sud del mondo grazie alla presenza dei Paesi Sadc (South African Development Community): Angola, Botswana, Congo, Lesotho, Malati, Mauritius, Mozambico, Namibia, Seychelles, Sudafrica, Swaziland, Tanzania, Zambia e Zimbawe. L’idea di fondo è stata quella di mettere il più possibile in contatto i paesi presenti al fine di trovare un comune approccio per un’agricoltura sostenibile. Proprio il primo giorno della manifestazione si è discusso delle regole degli scambi commerciali a livello internazionale, affrontando il tema dei rapporti con il Wto. Questo ha permesso di evidenziare le posizioni negoziali dell’Europa e dell’Italia, degli Stati Uniti e dei Paesi emergenti. Evento nell’evento è stata Bioenergy World, il 1° Salone internazionale delle fonti energetiche rinnovabili in agricoltura, importante per capire l’attuale stato delle cose. In Italia, per esempio, dal primo luglio l’1% dei carburanti dovrà essere di origine agricola, percentuale che dovrà salire di un punto all’anno fino al 2010. A livello europeo, invece, si stima che con un piano strategico di sviluppo dei biocarburanti condiviso si produrrebbero almeno 300 mila posti di lavoro. L’agricoltura, dunque, resta una grande opportunità da valorizzare con adeguate e mirate politiche, sviluppando tanto i biocarburanti che i biocombustibili solidi come la legna e il biogas. L’esempio viene da paesi come la Germania, dove c’è un boom di impianti di biogas o dalla Svizzera, dove le auto a metano utilizzano già per il 40% gas di origine agricola. Fonte: www.fieragricola.com


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423 A Berlino il cinema incontra il cibo

Dal 11 al 14 febbraio, su invito del Festival del Cinema di Berlino, Carlo Petrini, Alice Waters, famosa chef americana e vice-presidentessa di Slow Food e Vandana Shiva, ricercatrice e attivista indiana, parteciperanno al Talent Campus, il cui tema quest'anno sarà Food, Hunger and Taste (Cibo, fame e sapore). La sezione del Talent Campus di Berlino riunisce 520 giovani cineasti e talenti provenineti da 101 paesi del mondo che hanno la grande possibilità di confrontarsi con esperti del settore affrontando gli aspetti essenziali del fare film: filosofia, pre-produzione, produzione, post-produzione e promozione. Oltre ai tre rappresentanti legati a Slow Food saranno presenti, tra gli altri, Tom Luddy, produttore e co-direttore del Film Festival di Telluride, Angie Lam, montatrice di film di successo come Hero e Seven Swords, e Juan Pittaluga, produttore associato e operatore per il documentario Mondovino. Carlo Petrini sarà direttamente coinvolto in un paio di tavole rotonde: la prima si terrà domenica 12 ed avrà come titolo ‘Eat and shoot the indie way ‘ (mangiare e filmare a l’indipendente ), la seconda il giorno successivo, dal titolo ‘The case for Taste’ (letteralmente ‘Il caso del gusto’). Suoi compagni di questa chiacchierata saranno Juan Pittaluga e Michael Ballhaus, storico operatore di Fassbinder, Coppola e Scorsese. Il programma completo in inglese del Talent Campus si può scaricare al seguente link: http://berlinale-talentcampus.de/alotta/user/www/img/000/000/519.pdf


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422 Quando le leggi del commercio scavalcano ogni divieto

Per ora si tratta soltanto di una “decisione preliminare”, ma la direzione che il Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, ha intrapreso sembra quella: dichiarare le norme europee che bloccano l’importazione di organismi geneticamente modificati in contrasto con i trattati commerciali internazionali. A questo punto, se così andranno le cose, sorge spontanea la domanda: vinceranno le regole del commercio? Tutto incomincia nel ’98, quando la Comunità Europea, adducendo come motivo la salute dei consumatori, fissa una moratoria nei confronti degli ogm in attesa di avere la sicurezza scientifica dell’innocuità dei prodotti geneticamente modificati. Nel 2003 Stati Uniti, Argentina e Canada avviano una “procedura d’infrazione” di fronte al tribunale dell’organizzazione mondiale del commercio per chiedere che il divieto degli ogm in Europa venga giudicato in contrasto con le norme del libero scambio. Dopo la denuncia, l’Unione europea “corregge”, nel maggio 2004, la propria posizione, ammettendo in maniera limitata l’importazione di alcuni ogm. Viene così autorizzata la vendita del mais dolce Bt 11, prodotto dalla Syngenta. Bisogna però aggiungere che, oltre al mais Bt 11, altri 34 prodotti – anche se non tutti alimenti – erano già stati autorizzati fin dal 1998; e altri 8 sono stati autorizzati dopo il maggio 2004. Per questo, la Commissione europea si mostra “serena” di fronte a questa possibile sentenza del Wto, che farebbe riferimento al divieto totale del ’98. La decisione ufficiale si saprà in questi giorni, ma la sentenza lascia un certo sapore di sconfitta e rischia di creare un precedente anche per gli altri Stati che impongono limiti o regole stringenti – le etichettature, per esempio – agli ogm: la Cina, l’India, l’Indonesia, il Giappone, il Messico, la Nuova Zelanda, l’Australia e la Russia. Fonte: Il Sole 24 Ore


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421 La Coca Cola e una morte sospetta

Il signor V. Kamsan era il presidente del gram sabha (consiglio di villaggio) di Gangaikondan, nello stato meridionale indiano del Tamil Nadu, quando, il 23 agosto scorso, ha presieduto una tempestosa riunione in cui il consiglio ha votato una risoluzione contro uno stabilimento dove imbottigliare bibite con il marchio Coca Cola. Sette giorni dopo, il signor Kamsan è morto all’ospedale di Tirunelveli, il capoluogo di distretto, la qual cosa ha fatto aprire un’inchiesta giudiziaria. Lo stabilimento che aveva ricevuto il voto contrario del consiglio di villaggio fa capo alla South India Bottling Company, che opera in franchising per conto della Hindustan Coca-Cola. La ditta ha avuto la concessione per il suo stabilimento nella “zona industriale”, a una ventina di chilometri dal villaggio, facendo sapere che per imbottigliare le sue bibite attingerà circa 500mila litri d’acqua al giorno dal fiume Thamirabani. Ed è questo che ha suscitato l’opposizione della comunità locale, che teme che attingere acqua in quelle quantità sarà un danno per l’agricoltura nei distretti di Tirunelveli e Tuticorin, che soffrono già di una cronica scarsezza. Alcuni fatti avvenuti, però, suscitano delle domande: poche ore dopo che il gram sabha aveva espresso la sua opposizione, il signor Kamsan consegna un comunicato stampa al quotidiano The Hindu che dice tutto il contrario di quanto approvato dal consiglio, dichiarando di essere sotto un’immensa pressione da parte del pubblico, della polizia e di alcune altre parti. Infine, la sera stessa, racconta la moglie, si presentano a casa sua dei rappresentanti della ditta in franchising Coca Cola e gli ordinano di seguirlo. Lo riaccompagnano a casa quattro giorni dopo, e racconta alla moglie di essere stato trattenuto in un hotel e “imbottito” di raccomandazioni a lasciar perdere la risoluzione del villaggio. Dopodiché Kamsan entra in ospedale e là muore il 30 agosto. La questione resta aperta.


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420 Prodotti tipici, il bollino della discordia

“E’ tutto nato da un equivoco: quello che Dop e Igp dovessero funzionare come spinte commerciali, mentre il loro senso è quello della tutela dei prodotti artigianali di qualità dalle contraffazioni. Se poi mi chiede se la produzione industriale sia una contraffazione rispetto a quella artigianale, le rispondo di sì, lo è. Perché cambia la natura stessa del prodotto”. Sono le parole del presidente della Fondazione Slow Food per la biodiversità Piero Sardo a seguito dell’ennesimo stravolgimento del disciplinare di produzione che regola le Dop (Denominazione di origine protetta) e le Igp (Indicazione geografica protetta). La legge di tutela europea delle produzioni di qualità, nata nel 1982 ma applicata a partire dai primi anni ’90 è in crisi: colpa dei governi che non ci credono, delle industrie che premono, dei cittadini che si adeguano. Risultato: i piccoli produttori non reggono i costi, mentre i grandi sono insofferenti perché vorrebbero produrre a loro piacimento. Gli ultimi casi riguardano due formaggi, il Bitto e il Castelmagno, retrocessi da formaggi di pascolo per eccellenza a produzioni semi industriali. Con il Castelmagno i produttori della pianura hanno ottenuto di produrlo anche loro utilizzando due dop, una per quello prodotto in montagna e una a valle, ma non prima di aver ridotto la dicitura “alpeggio” a 1000 metri, per di più svincolata dal pascolo. Peggio ancora con il formaggio valtellinese Bitto, per il quale si vogliono far passare fermenti lattici industriali e mangimi. Anche a livello europeo, i segnali non sembrano incoraggianti. La commissaria all’agricoltura Marian Fischer Boel ha annunciato la volontà comunitaria di adeguarsi alle esigenze del Wto nella registrazione dei prodotti. In contemporanea, a Roma è stata creata l’Associazione italiana consorzi indicazioni geografiche per supportare il ministero nell’opera di modifica dei disciplinari. Fonte: La Repubblica


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419 Nel Mali una conferenza regionale per l’Africa organizzata dalla Fao

Dopo il Social Forum, il Mali ha ospitato nei giorni scorsi la 24esima Conferenza regionale per l’Africa organizzata dalla Fao. Il principale obiettivo dell’incontro era quello di “cercare di definire strategie praticabili ed efficaci per sostenere progetti di sviluppo per l’agricoltura di un continente che ne ha estrema e immediata necessità”. In particolare, grande attenzione è stata dedicata alle possibili applicazioni di biotecnologie per incrementare la produttività e all’utilizzo di organismi geneticamente modificati (ogm). Ancora poco chiaro sembra essere l’indirizzo che anche le grandi organizzazioni internazionali vogliono prendere nei confronti degli ogm in Africa. Infatti, un documento redatto per la conferenza dichiarava che “è stato ampiamente riconosciuto che le moderne biotecnologie, se correttamente sviluppate, potrebbero offrire un nuovo enorme potenziale per contribuire alla sussistenza della popolazione(…) Allo stesso tempo, però, la velocità dei cambiamenti resi possibili dall’ingegneria genetica potrebbero rappresentare un nuovo potenziale fattore d’impatto sulla biosfera”. La confusione di questi giorni era evidente da alcuni fatti riportati: per esempio, mentre nello Zimbawe era ospite per una conferenza il professor Thomas De Gregori, noto specialista di biotecnologia dell’università di Houston e grande sostenitore dell’utilizzo di queste in Africa, nel Mali alcune associazioni contadine sfilavano contro gli ogm. Lo stesso documento della Fao, inoltre, sottolineava le difficoltà per gli agricoltori africani di poter disporre di semi di buona qualità ed è stata pertanto avanzata la proposta di realizzare un apposito programma (denominato “Seed system development”), finalizzato a individuare e sviluppare le sementi più adatte alla coltivazione in aree specifiche. L’impressione, però, è che sia piuttosto urgente definire una serie politica alternativa agli ogm se non si vuole che questi entrino pian piano nei suoli africani. Fonte: ItaliaOggi


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418 Io sto con la tartaruga

Per fortuna, ogni tanto si torna ancora a parlare di lentezza, magari stimolati dalla lettura di un libro, di un dibattito o dall’osservazione di come va la vita. Questa volta, lo spunto arriva da un articolo sull’Espresso che riassume alcuni testi e libri che, in questi anni, hanno affrontato la lentezza. Indimenticabile, rimane l’intuizione di Milan Kundera nel suo libro La Lentezza, quando dice: “C'è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio(…) Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all'intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all'intensità dell'oblio(...)”. Ci sono, poi: “Buongiorno pigrizia”, edizioni Bompiani, di Corinne Maier, “Sul buon uso della lentezza” di Pierre Sansot (Nuove Pratiche), “Elogio della lentezza” di Lothar J. Seiwert (Sperling Paperback), “..e vinse la tartaruga” di Carl Honoré (Sonzogno), una delle figure guida del movimento slow (www.inpraiseofslow.com). Adesso, anche su Internet si sono sviluppati interessanti siti al riguardo: www.longnow.org pubblicizza le attività della Long Now Foundation: tra i fondatori, il musicista Brian Eno, tra i progetti la costruzione di un orologio che scandisca il tempo più lentamente. Su www.newurbanism.org si sponsorizzano progetti urbanistici in cui tutto è a portata di piedi, mentre il gruppo www.tempogiusto.de sostiene che la nostra esecuzione della musica classica è più veloce di come fosse in origine. Fonte: L’Espresso


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417 3-4 febbraio - Ercolano - Villa Campolieto - "Sapori, Vini e Vulcani"

Ritorna a Villa Campolieto l’appuntamento con il gusto e la cultura.( venerdì h.17.00 23.00 - sabato h.12.00 -23.00 .Ingresso al pubblico € 20,00 ( convenzioni € 15,00) .ingressi a incosntri e tavole rotonde gratuiti. ingresso alla degustazione del sabato mattina gratuito : parcheggio custodito interno Villa Campolieto) Si inaugura venerdì 3 febbraio a Villa Campolieto la seconda edizione di SAPORI, VINI e VULCANI, la manifestazione che propone in esposizione e degustazione i vini e i prodotti provenienti dalle aree vulcaniche del nostro paese. Protagoniste naturalmente le aziende vesuviane, saranno presenti anche cantine e produttori provenienti da altre Regioni, per un totale di oltre 40 marchi, proposti al visitatore in un originale percorso enogastronomico nel quale gli accoppiamenti vino – cibo, saranno organizzati secondo le indicazioni di esperti enologi e gourmet. La manifestazione è ospitata e organizzata dall’Ente per le Ville Vesuviane in collaborazione con Makers Associati , con l’Accademia di Degustazione Mediterranea, e con la Delegazione di Napoli dell’Accademia Italiana della Cucina. Al piano nobile di Villa Campolieto, distribuite in dieci diverse sale, oltre cento etichette di vino( partecipano primarie aziende da Campania, Lazio, Basilicata e Sicilia) accompagneranno un menù curato dagli chef di SIRE Ricevimenti che comprenderà piatti di tradizione e di tendenza, in un viaggio nel gusto e nella tradizione enogastronomica mediterranea. Dopo il saluto inaugurale di venerdì alle ore 16,30, alla presenza dei rappresentanti delle Istituzioni, i lavori proseguiranno con la tavola rotonda sul tema “Influenza dei territori di origine vulcanica sulle produzioni agroalimentari”, momento di approfondimento scientifico con docenti universitari e studiosi, che sottolineerà lo straordinario valore delle colture e dei prodotti provenienti dalle aree vulcaniche. Alle 19,30 poi si aprirà ufficialmente il percorso di visita e fino alle 23,50 largo alle degustazioni, agli accostamenti, agli assaggi e non mancheranno momenti di musica e spettacolo. Sabato 4 febbraio ingresso per il pubblico già dal mattino e poi nuovo momento di approfondimento alle 16,30 con l’incontro sul tema “ Raccontare il vino, cosa si scrive, quanto si legge”, previsti interventi di giornalisti, editori e autori ed esperti di comunicazione e promozione del settore. Durante l’incontro si approfondiranno i temi del rapporto fra i lettori, i libri e i giornali in un momento nel quale vi è grande interesse per l’enologia e per le tradizioni gastronomiche e a questo interesse corrisponde un’altrettanto cospicua produzione editoriale. La serata sarà poi di nuovo dedicata al percorso enogastronomico, con il brindisi di chiusura a mezzanotte. Dopo il lusinghiero successo della prima edizione, SAPORI, VINI e VULCANI, che gode del Patrocinio della Regione Campania, della Provincia di Napoli, del Comune di Ercolano e dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, propone oggi una formula nuova ed originale, i visitatori infatti, potranno intraprendere un viaggio guidato in un percorso che saprà affascinarli e conquistarli. Per i scoi Slow Food prezzo 15,oo euro Info line 3398789602: prenotazioni: tel. 081 2451209.


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416 Salvaguardia dell’habitat marino, un passo in avanti da parte di Bruxelles

Bruxelles ha accolto con grande soddisfazione la decisione della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (Cgpm) di gettare le basi per una gestione più attenta alla salvaguardia dell'habitat marino. Per questo, sono state vagliate alcune misure attuative quali la chiusura di alcune aree ecologicamente sensibili situate in acque internazionali e la messa a punto di programmi per controllare lo sforzo di pesca, soprattutto per le specie pelagiche e abissali. Per la Commissione europea, l'approvazione di queste e altre misure tecniche - che erano state proposte dall'Ue insieme al comitato scientifico - rappresenta una svolta negli sforzi della Cgpm di rafforzare le pratiche sostenibili di pesca. Il Cgpm ha infatti deciso di vietare, come raccomandato dal loro Comitato scientifico, la pesca a strascico profondo in tre aree distinte. In primo luogo nella barriera corallina di Lophelia, nelle acque internazionali al largo di Santa Maria di Leuca, allo scopo di proteggere il corallo. Quindi, nella zona di fuoriuscita di idrocarburi freddi del Delta del Nilo; infine, la terza area riguarda il "monte sottomarino Eratosthemes", situata nel Mediterraneo orientale tra la piattaforma levantina a Sud e l'area di Cipro a Nord. Sul fronte dello sforzo di pesca, invece, il Cgpm ha deciso di vietare - dal primo gennaio al 14 agosto - l'uso di alcuni dispositivi per la concentrazione dei pesci. Con queste misure il Cgpm si pone come autorità per la gestione dell'attività della pesca nelle acque internazionali del Mediterraneo, in linea con la dichiarazione della Conferenza ministeriale per lo sviluppo sostenibile della pesca nel Mediterraneo del novembre 2003, a Venezia.


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415 Dal Belgio maiali alla diossina

Duecento volte più del consentito, questo è l’agghiacciante risultato di un controllo che ha portato alla messa in quarantena di circa 300 allevamenti di maiali e polli in Belgio e Olanda. Si chiama diossina la sostanza cancerogena trovata nei mangimi esaminati e deriva sia dalla combustione della plastica che da quella degli oli minerali. L’origine della contaminazione da diossina nelle forniture di grasso per l’industria dei mangimi, sostiene l’Agenzia per la sicurezza alimentare del Belgio, è stata identificata “con grande certezza” nel processo di scioglimento delle ossa suine da cui si ricavano grasso e gelatina con l’utilizzo di acido cloridrico definito “impuro”. Durante la produzione di acido cloridrico, uno dei fornitori di quest’acido all’industria mangimistica ha usato, per tre settimane, filtri difettosi tra il 6 e il 28 ottobre scorsi. L’acido cloridrico non ripulito dalla diossina è stato quindi venduto alla “PB Gelatins”, azienda che, dopo aver fabbricato il grasso, lo ha venduto alla ditta Profat, da cui si approvvigionano le fabbriche di mangimi composti Leroy e Algoet. Adesso, le autorità del Belgio stanno svolgendo le necessarie indagini per ricostruire la mappa completa della contaminazione. Intanto, una poco consolante nota di Bruxelles annuncia che “non c’è attualmente un pericolo immediato per la salute pubblica per quanto riguarda le gelatine, ma resta intatto l’allarme per il grasso, che è stato contaminato con quantitativi di diossina fino a 400 nanogrammi per chilo”. Nel frattempo, nessun animale dei circa 300 allevamenti in questione potrà essere messo in commercio, ma il fatto allarmante è che la stessa Agenzia belga per la sicurezza alimentare ha ammesso di non aver stabilito se animali o prodotti contaminati siano stati esportati durante il periodo a rischio e verso quali paesi. Fonte: La Stampa


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414 Salsicce matte da gustare

Anche in gastronomia ci sono fenomeni davvero bizzarri che giocano con l’idea di diversità. Come le salsicce: non quelle “ufficiali” con tanto di denominazione d’origine, neppure la salsiccia di Bra, l’unica a essere prodotta con carne bovina. Le “diverse” hanno una definizione che è un programma: “matte”. In questo aggettivo c’è il sentir popolare dei borghi, che bolla così chi si discosti dal modo comune di comportarsi. In tutte le sue espressioni locali la salsiccia diversa è un giacimento che viene manipolato con le interiora del suino e con l’aggiunta di patate o rape, a seconda dell’offerta del territorio, per mascherare la carenza di materia prima pregiata, cioè il magro di maiale. Oggi, la più nota tra le “matte” è la “ciuiga”, prodotta nel territorio delle Giudicarie Esteriori fra Trento e Madonna di Campiglio, nonché a San Lorenzo in Banale, con frattaglie, sangue e interiora di maiale macinate con l’aggiunta di rape bianche, tipiche del territorio. Nell’Alta Romagna troviamo invece il “ciavar” o “sanbudello romagnolo”, salsicce matte nel cui budello vengono immessi i ritagli meno pregiati: lembi della gota, della testa, del cuore debitamente macinati, e poi impastati con sale, pepe e tanto aglio. Il “ciavar”, contiene nell’impasto anche vino sangiovese. Nelle Marche, invece, la salsiccia matta è costituita da un insaccato di carne bovina e suina di una quindicina di centimetri, condita con sale, pepe e cotta in uno speciale forno con carbonella di rovere, in modo da ottenerla lievemente affumicata. Oppure, c’è che preferisce cuocerla nel brodo. Non manca al sud “la diversa”, chiamata in dialetto lucano “nnglia” ma conosciuta come la salsiccia dei pezzenti, ovverosia dei poveri, perché nel budello viene messo solo ciò che resta dopo la produzione degli altri insaccati: testa di maiale, cuore, polmone, trippa, reni e lingua. Fonte: Il Sole 24 Ore


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413 Noè a Firenze

di Sarah Freeman Per tre giorni, a Firenze, mi è parso di trovarmi in un altro mondo. Non ero mai stata a un incontro internazionale dell’Arca, e non sapevo che cosa aspettarmi. È risultato non soltanto una fonte d’ispirazione ma anche una delle esperienze più conviviali e gradevoli di tutta la mia vita. Purtroppo, mi sono persa l’inizio. Infatti, dopo aver trascorso il precedente fine settimana al Congresso di Fondazione di Slow Food UK sull’isola di Skye, ero sicura che il mio volo fosse di venerdì invece che giovedì, e ho scoperto il mio errore proprio quando mi sarei dovuta trovare al check-in dell’aeroporto. Ilaria, che aveva organizzato l’itinerario dei delegati, si è dimostrata abilissima: subito non nutriva grandi speranze di poter cambiare il biglietto, ma nell’arco di mezz’ora mi aveva già prenotato un posto sul primo volo della mattina seguente. Pur arrivando troppo tardi per assistere alla cerimonia di apertura per l’inaugurazione dell’Accademia dei Georgofili come sede ufficiale della Fondazione per la Biodiversità, sono riuscita a unirmi al resto del gruppo per una gita nelle colline a visitare prima i Presìdi del Pollo e della Tarese del Valdarno, e poi Montevarchi. Avremmo dovuto visitare anche il Presidio del Fagiolo Zolfino, ma la visita è stata sospesa per mancanza di tempo. Invece, ci siamo recati subito a una degustazione di vini condotta sotto la direzione di Fausto Ferroni, il sindaco di Montevarchi, nel chiostro di un palazzo che, a quanto ci è stato riferito, era originariamente un monastero francescano. Gli spostamenti sono avvenuti in pullman, il che ha contribuito a rafforzare lo spirito di gruppo. Al mio arrivo conoscevo soltanto John Fleming, anche lui del Regno Unito, Silvia Monasterolo e Anya Fernald, che era arrivata dalla California per l’occasione. Ma al momento di prender posto alla degustazione di vini, avevo già conosciuto anche Ilaria, Sara, Luca, Eugenio, Ugo e Winnie di Slow Food, oltre a molte altre persone provenienti da diverse parti del mondo: allora non mi era possibile memorizzare i nomi di tutti, ma ci sono riuscita durante l’incontro del giorno successivo. La spedizione si è conclusa con uno splendido banchetto organizzato dal Municipio di Montevarchi durante il quale, oltre a tante altre prelibatezze, ci hanno servito anche i fagioli Zolfino. Tutta la giornata di sabato è stata occupata da questioni di lavoro. Per cominciare, c’è stato il benvenuto pronunciato da Alice Perlini, Direttrice dell’Istituto Agronomico per l’Oltremare (IAO), dove eravamo alloggiati. In seguito si è discusso delle nuove direttive per le nomine nelle varie categorie dell’Arca e del Presidio; poi è arrivato il momento del pranzo all’IAO, che è rimasto per me memorabile grazie soprattutto a delle pesche deliziose. Nel pomeriggio, ai delegati che avevano proposto nuove nomine è stato chiesto di presentarle. Io avevo scelto sei prodotti, tra i quali una sorta di chutney definito “Burro nero di Jersey”, che deve essere mescolato tanto a lungo che la sua preparazione è stata trasformata in una festa annuale, con canti e balli che tengono svegli i mescolatori. Gli altri prodotti erano le mele e il sidro Jersey, le patate Jersey Royal, l’“Highland beremeal”, un antico tipo di orzo, e l’agnello Manx Loaghtan, appartenente a una razza ovina primitiva con quattro corna, che si trova soltanto sull’Isola di Man. La sera siamo dinuovo saliti tutti in pullman (assieme al gruppo Slow Food eravamo in una sessantina) e ci siamo diretti verso uno speciale mercato dei Presìdi e poi a cena a Bibbiena, nelle colline a nord di Arezzo. Siamo riusciti anche a vedere una mostra fotografica tratta dal libro intitolato Immagini del gusto, edito dalla Fondazione per la Biodiversità insieme con la Federazione Italiana Associazioni Fotografiche (FIAF). La cena, organizzata dal Comune e dal Convivium del Casentino, si è svolta nel cortile di un antico palazzo restaurato splendidamente, che un tempo fungeva da prigione. Domenica abbiamo visitato due dei più straordinari Presìdi di tutta Italia. Siamo partiti all’alba per un viaggio di quattro ore verso Orbetello, sulla costa, dove una laguna poco profonda è l’ambiente ideale per l’allevamento del muggine. In Gran Bretagna questo pesce è stato dichiarato non commestibile a causa dell’inquinamento; ma poichè nella laguna di Orbetello ci sono solo tre sbocchi verso il mare aperto, è abbastanza facile tenerne sotto controllo il livello di inquinamento. Per sfruttare al meglio la loro attività, i pescatori hanno creato una cooperativa e ora, oltre al pesce fresco, producono anche anguilla e muggine affumicati e la bottarga, uova di muggine salate ed essiccate. La cooperativa ha aperto inoltre un ristorante sul molo, dove abbiamo divorato un pranzo indimenticabile a base di bottarga ( che ha un sapore intenso, con un vago gusto di limone), una frittura di pesciolini, un piatto speziato di anguilla cotta nel vino rosso, una deliziosa insalata fresca e muggine. Sotto il sole di mezzogiorno, fuori del ristorante, mi sono resa conto di quanto fossi poco attrezzata per il clima mediterraneo. Mentre in Scozia servivano cashmere, caffè caldo e un ombrello, qui avrei avuto bisogno di un cappello a falde larghe, del latte solare e una borsa capiente in cui infilare una bottiglia d’acqua. Anche l’irlandese Aveen Henry temeva il sole: Luca e il gentile delegato australiano, Robert MacLennan, ci sono venuti in soccorso tirando fuori come per magia dei cappelli e un ombrello merlettato, progettato per resistere alle peggiori burrasche degli antipodi, che noi abbiamo usato come parasole. L’ultima visita del fine settimana presso l’Azienda Regionale l’Alberese, sede del Presidio della Mucca Maremmano. Gli animali sono alti e atletici,di un bianco cenere, tranne i maschi che sono in parte grigi, con enormi occhi neri e corna magnifiche (solo due, non quattro come quelle degli ovini Manx Loaghtan). Come il bestiame del Far West americano, anche questi sono animali allo stato brado che vengono tenuti a bada da cowboy (o butteri): la nostra prima impressione è stata quella di una colonna di polvere che si spostava all’orizzonte seguita dal profilo di un uomo a cavallo, esattamente come nelle sequenze iniziali dei film western. I cavalli dei butteri sono eleganti quanto il bestiame maremmano: mi chiedo ancora se la sella che usano, con il pomello posto in alto, sia stata inventata in Toscana o in Texas. Con l’immagine del bestiame brado maremmano impresso nella mente ho fatto ritorno in Gran Bretagna, ripromettendomi di nominare molte altre delle nostre antiche razze, inclusi i bovini Red Polle, i maiali dell’Essex e altri ancora; al momento non abbiamo un prodotto che possa assomigliare alla bottarga, ma i salumi del Presidio della Tarese mi fanno pensare all’“haslet” e ad altri salumi che meritano anch’essi dei Presìdi, o almeno un posto nell’Arca. Per adesso abbiamo solamente nove prodotti nell’Arca, e quattro Presìdi, rispetto ai 95 prodotti americani e ai 409 prodotti italiani nell’Arca. Dobbiamo darci da fare qui in Gran Bretagna! Sarah Freeman è una giornalista e scrittrice e vive a Londra. Traduzione di Luisa Balocco


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412 Definito il contributo di Slow Food per il recupero del mercato di Missira

Si è chiuso il Forum sociale mondiale policentrico di Bamako con il passaggio di testimone tra la capitale del Mali e Nairobi (Kenya), futura sede del Forum plenario nel 2007. Forse proprio in vista del prossimo appuntamento africano, nella conferenza stampa conclusiva l'ex ministro Dani Ogo, a nome del comitato organizzatore, ha fatto autocritica per i problemi logistici e organizzativi, sottolineando, comunque, l'importanza di questa prima esperienza. Nel complesso si è dimostrato che un tale evento in Africa può raggiungere un considerevole livello di partecipazione internazionale. Si stima che fossero 325 le organizzazioni presenti, per un numero di partecipanti intorno ai 20 000 (di cui 5 000 dal Nord del mondo) e un budget complessivo di circa un milione e mezzo di euro. I temi più discussi sono stati il recupero della cultura africana, il ruolo delle donne e dei giovani, l'emigrazione. Un po' in ombra i problemi delle società contadine, anche se José Bové ha annunciato che nel febbraio 2007 si terrà di nuovo in Mali il primo Forum internazionale sulla sovranità alimentare, organizzato da Via Campesina e Foram (Forum pour un autre Mali, l'associazione guidata da Aminata Traoré che è tra i maggiori organizzatori del Fsm). Bilancio positivo per Slow Food: molti contatti utili e sensibilità notevole per i nostri temi. A seguito dell'incontro con Aminata Traoré, confermato il coinvolgimento di Slow Food nel recupero del mercato di Missira, già avviato grazie all'ex ministro Traoré e alla Fondazione Danielle Mitterand. Il sostegno avverrà tramite un finanziamento della Fondazione Slow Food per la Biodiversità. Oltre alla consulenza per l'organizzazione del mercato in sé, si penserà anche ad attività di formazione che contrastino la tendenza all'omologazione nella cultura gastronomica maliana: a causa dell'aggressività sui mercati africani dei prodotti occidentali d'importazione si sta verificando una perdita di saperi e di memoria dalle conseguenze tragiche. In società caratterizzate da fragili equilibri economici, basta la massiccia importazione di prodotti scadenti e a basso costo da paesi industrializzati per far sparire interi settori dell'economia agricola locale. di Roberto Burdese, vicepresidente di Slow Food


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411 Terra Madre in soccorso

di Ermina Martini Il 29 agosto 2005 un uragano di quinta categoria con raffiche di vento che hanno raggiunto le 145 miglia orarie si è abbattuto sul Sud Est degli Stati Uniti. Il suo nome era Katrina, ma a breve ne è seguito un altro, questa volta chiamato Rita. L’area maggiormente colpita corrisponde a quella che viene definita Gulf Region, che include parte di Florida, Mississipi, Tennessee, Alabama e Louisiana. Solo per dare un’idea dei danni, secondo le stime prodotte dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, la Louisiana ha perso il 9% della produzione nazionale di canna da zucchero; il 70% del raccolto di avocado della Florida è stato spazzato via dall’onda di vento; più di 10.000 capi di bestiame e milioni di polli sono stati abbattuti; l’industria della pesca, specie dei gamberetti, e dell’allevamento di ostriche della Louisiana è stata completamente messa in ginocchio con danni che raggiungono i 151 milioni di dollari; piccoli produttori e contadini hanno subito danni ingenti a causa di infiltrazioni di acqua salata nel terreno e di contaminazioni di gas fuoriuscito da cisterne e depositi, nonché magazzini distrutti, recinti abbattuti e macchinari danneggiati. L’elenco dei danni potrebbe continuare ancora e potrebbe essere seguito dalla panoramica sulla completa assenza di coordinazione ed efficienza dei mezzi di soccorso e sulla lentezza della macchina dell’emergenza messa in moto dal governo americano. Quel che è certo è che, a distanza di quasi quattro mesi da quello che è stato definito uno dei peggiori disastri naturali che si siano mai abbattuti sugli Stati Uniti, la situazione nell’area colpita è ancora estremamente grave. Slow Food non poteva chiudere gli occhi davanti un disastro di tale portata e ha deciso di intervenire attraverso gli strumenti che dispone per soccorrere quel gruppo di beneficiari che meglio rientrano nella filosofia che guida l’organizzazione: contadini, pescatori e produttori locali di cibo. Ray, pescatore della Louisiana conduce una piccola attività familiare specializzata nella pesca di gamberetti e di altre specie tipiche delle acque del Golfo, come i granchi della specie blue crab e il pesce gatto. Ha iniziato a pescare quando aveva 15 anni e non ha più smesso fino a quando Katrina non ha affondato il suo peschereccio, distrutto la sua casa e tutto quello che aveva. Roko ha una storia simile: emigrato dalla Croazia a New Orleans, ha iniziato 40 anni fa una piccola attività di raccolta delle famose ostriche della Louisiana. L’uragano ha distrutto la più grande delle sue due imbarcazioni, e la seconda può solo pescare nelle acque meno profonde. Rimangono senza elettricità e sistemi di refrigerazione per conservare le ostriche. Isabel, invece, è una delle poche persone che ancora coltiva la rara fragola della Louisiana – prodotto dell’Arca del Gusto americana –, piccola produzione a conduzione familiare, integralmente organica e venduta localmente. E tutto è andato distrutto a causa dell’uragano. Questi sono solo alcuni dei beneficiari che Slow Food, attraverso un’attenta valutazione che ha tenuto in considerazione sia i danni subiti sia il rispetto dei principi slow, ha individuato e vuole aiutare. Sono stati individuati anche alcuni ristoratori che hanno contribuito a caratterizzare la tradizione agroalimentare di New Orleans, come Tony Mandina o Angelo Brocato, entrambi originari della Sicilia: il primo gestisce una piccola trattoria dove servono ottimi piatti tradizionali, il secondo è il più autentico gelatiere della città. Entrambi hanno dovuto chiudere le loro attività dopo Katrina.La lista completa dei beneficiari degli aiuti che Slow Food si è impegnata a raccogliere è disponibile sul sito di Slow Food USA www.slowfoodusa.org, inclusi i loro contatti. Siamo convinti che supportare questi produttori sia un dovere in quanto autentici custodi di un patrimonio agroalimentare che va preservato. Va preservato per continuare a mantenere la ricchezza di una eredità che è stata tramandata nell’area del Golfo attraverso i vari gruppi di immigrati provenienti da paesi lontani. L’area del Golfo – e New Orleans ne è forse il simbolo più esplicativo – è caratterizzata da un insieme di gruppi immigrati in diverse epoche che hanno portato con loro tradizioni culinarie e agricole diverse e le hanno adattate e mischiate creando un patrimonio culturale unico: pescatori dalla Croazia, pasticceri dalla Sicilia, contadini dall’Africa, macellai dalla Germania. L’intervento che Slow Food ha strutturato in supporto dell’area colpita da Katrina e Rita rientra sotto il grosso ombrello Terra Madre: Terra Madre non è stato solo un incontro di oltre di 1200 comunità del cibo provenienti da tutto il mondo. Terra Madre è una rete di uomini e donne che in forme diverse operano per la salvaguardia delle tradizioni agroalimentari minacciate da un mondo globalizzato e troppo fast. Ciò che è accaduto nell’area del Golfo è stata l’occasione per testare la solidarietà delle rete: un appello è stato lanciato a tutte le comunità del cibo chiedendo supporto e solidarietà per i loro amici contadini e pescatori che si trovano in difficoltà. Può essere una forma simbolica di aiuto, un’espressione di solidarietà, o l’invio di attrezzature o la raccolta di fondi. Ogni piccolo gesto può avere un grosso significato. I fondi raccolti dai convivium locali o da singole donazioni verranno tutti inglobati in un unico Fondo Terra Madre e ridistribuiti ai beneficiari individuati. Inoltre per rafforzare il legame tra produttori dell’area e Terra Madre, i beneficiari dei finanziamenti e del supporto saranno nominati per partecipare al prossimo incontro di Terra Madre programmato per ottobre 2006. Sarà l’occasione per condividere l’esperienza vissuta, conoscere delegati di comunità del cibo con problemi simili, incontrarsi e stringere il collante che tiene unita la rete. Infine, oltre alla raccolta fondi e il coinvolgimento della rete di Terra Madre, Slow Food USA, grazie alla collaborazione di un’organizzazione partner, Seed Savers Exchange, ha distribuito, in occasione della riapertura del mercato di New Orleans lo scorso 22 Novembre, 2500 confezioni di sementi di rare varietà ai contadini della Louisiana colpiti da Katrina.La generosa donazione fatta dal Seed Savers Exchange, organizzazione non profit impegnata nella catalogazione e nella salvaguardia di semi a rischio di estinzione, ha permesso a molti contadini di seminare ortaggi che potranno raccogliere e vendere in primavera; allo stesso tempo ha contribuito a salvaguardare la biodiversità favorendo la crescita di varietà ricche di storia ma di difficile reperibilità sul mercato. Quattro mesi dopo Katrina la strada per la ricostruzione dell’area devastata è ancora lunga; ma Slow Food non ha dimenticato i pescatori, i contadini e i produttori che hanno bisogno d’aiuto. Terra Madre è pronta a offrire soccorso. Ermina Martini lavora presso la sede di Slow Food USA a New York,


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410 Al Fsm di Bamako presentato ieri il concetto di nuova gastronomia secondo Slow Food

Mentre il Forum sociale mondiale policentrico di Bamako si avvia alla conclusione, possiamo iniziare a tracciare un bilancio dal punto di vista di Slow Food. Il fatto più evidente è che all'interno del dibattito sui problemi delle società contadine i temi cari a Slow Food sono, forse prevedibilmente, quasi del tutto assenti. Si è parlato molto dei danni prodotti dal neoliberismo, dalle politiche economiche e finanziarie internazionali. Si è parlato di ingiustizie, perdita di biodiversità, problemi fondiari, errori e malefatte dei governi. Si sono accennate soluzioni: sovranità alimentare, localizzazione dei consumi, alleanze tra organizzazioni contadine, difesa della proprietà delle sementi e della terra, agricoltura familiare. Si è data voce, soprattutto, a contadini e a rappresentanti di organizzazioni che hanno testimoniato in prima persona il dramma che il settore agricolo sta vivendo in ogni angolo del pianeta, e in Africa più che altrove. Però non si è mai parlato della qualità del cibo. Non si è fatto cenno al gusto e al piacere (diritto di tutti e non solo dei ricchi), fisiologicamente connessi all'atto del mangiare. Eppure tra i danni più evidenti prodotti dall'agrobusiness, tra le più devastanti conseguenze della distruzione delle società contadine, c'è proprio il peggioramento della qualità del cibo: qualità organolettica, ma anche nutrizionale e talvolta sanitaria. Due argomenti che potrebbero essere alleati formidabili delle piccole comunità non sono trattati in seno ai dibattiti del Forum. Quando giunge il momento della nostra conferenza, provo dunque a impostare il mio intervento su questi temi: la nuova gastronomia, il concetto di qualità secondo Slow Food (buona, pulita e giusta), la ridefinizione del ruolo del consumatore (e il suo divenire co-produttore). Proseguendo nell'evocazione dell'esperienza di Slow Food, dalla difesa del diritto al piacere al recupero della memoria gastronomica («l'unica memoria gastronomica è la fame»), vedo illuminarsi il volto dei miei interlocutori. E quando tocca a loro intervenire ecco che il nostro punto di vista diventa anche il loro. Un leader contadino del Pays Dogon ci descrive la qualità superiore delle cipolle della regione, una varietà autoctona precoloniale che ancora oggi sostiene l'economia dei produttori in un rapporto perfettamente armonico con l'ambiente. Il rappresentante di alcune comunità del Niger racconta dell'inspiegabile successo del riso cinese e tailandese nel suo paese, nonostante sia più caro e di qualità inferiore rispetto alle varietà tradizionalmente coltivate in loco. Un giovane, che partecipa come delegato dal Burkina Faso, raccoglie il nostro stimolo di fare del mercato locale il punto privilegiato in cui costruire la nuova relazione tra produttori e co-produttori. La piccola ma significativa esperienza di Slow Food fa breccia nei cuori (e nelle teste) dei presenti, e conferma la grande potenzialità delle nostre idee anche - e soprattutto - nei paesi dell'Africa Occidentale di cui qui a Bamako stiamo conoscendo le storie. di Roberto Burdese, vicepresidente di Slow Food


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409 Comunicato Stampa: Slow Food in Mali al Forum sociale mondiale

Slow Food parteciperà al Forum sociale mondiale. Roberto Burdese, vicepresidente di Slow Food, condurrà il 21 gennaio a Bamako il seminario dal titolo Terra Madre e il ruolo delle comunità di piccoli produttori nella creazione di un modello sostenibile di produzione alimentare. Dal 19 al 23 gennaio infatti nella capitale del Mali si aprirà la prima tappa del WSF, cui seguiranno gli appuntamenti di Caracas (Venezuela), di Karachi (Pakistan) e di Atene (Grecia). Quella di Bamako sarà la prima tappa di avvicinamento a Terra Madre (a Torino dal 26 al 30 ottobre 2006) e la partecipazione di Slow Food avviene nell'intento di estendere e rafforzare sempre più la rete mondiale di contatti tra coloro che intendono il cibo come un valore culturale imprescindibile per la salvaguardia dell'ambiente e delle identità locali. La portata internazionale dell'associazione Slow Food, che conta circa 85 000 iscritti in 107 Paesi, la realizzazione nell'ottobre 2004 del primo meeting Terra Madre, che ha messo a confronto tra loro 5 000 operatori del settore agroalimentare rappresentativi di modi di produzione ecosostenibili da 150 nazioni, la creazione dal 2002 ad oggi di circa trecento iniziative di aiuto e promozione per cibi e coltivazioni a rischio di scomparsa nei cinque continenti, i Presìdi Slow Food; tutto ciò rende la partecipazione di Slow Food al Forum un passo obbligato e un contributo di ulteriore crescita per la rete sociale che si oppone agli effetti più deleteri e disumanizzanti della globalizzazione. La partecipazione al Forum sarà l'occasione per avviare anche un progetto concreto, nello stile che caratterizza da sempre l'azione di Slow Food. Roberto Burdese incontrerà infatti Aminata Traoré, ex ministro della cultura maliana, per definire il sostegno da parte della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus alla ristrutturazione del mercato di Missira, a Bamako. Si tratta di uno storico mercato ortofrutticolo della capitale con una bella struttura in pietra rossa maliana, il cui recupero è stato avviato da poco grazie all'intervento di Aminata e sotto la supervisione di Assétou, docente di biologia dell'Università di Bamako e leader delle comunità maliane di Terra Madre. L'obiettivo è quello di restituire agli agricoltori uno spazio per la vendita diretta dei loro prodotti, per assicurare loro guadagni dignitosi e preservare la tipicità delle coltivazioni locali, contribuendo nello stesso tempo alla ristrutturazione di un complesso architettonico espressione del patrimonio culturale maliano (seguirà il progetto Séverine Petit, referente Slow Food per i Presìdi e Terra Madre nell’Africa francofona). Ufficio stampa Slow Food: Valter Musso, Paola Nano tel. 0172 419615/645, fax 0172 421293 e-mail v.musso@slowfood.it - p.nano@slowfood.it


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408 Francavilla: nasce il centro per confezionare e vendere il pescato

Con l’inaugurazione di questa mattina, la città di Francavilla al Mare, in provincia di Chieti, può salutare con gioia la nascita di un centro per il confezionamento e la vendita del pescato all’interno del mercato coperto di Salita Michetta. Si tratta del punto d’arrivo di un progetto in cui la città di Francavilla al Mare ha saputo credere in una politica di valorizzazione e tutela dei propri pescatori, migliorandone le strutture e investendo in questo centro per il confezionamento e la vendita del pesce. “Dopo l’installazione sull’arenile – spiega una nota – di circa 20 chioschi per il rimessaggio delle attrezzature e di carretti di acciaio per la vendita del pescato giornaliero, che garantiscono una maggiore igiene e migliori condizioni di lavoro all’intera comunità dei pescatori, sarà consegnato alla cooperativa Piccola Pesca Sirena anche il centro per il confezionamento delle lumachine di mare e, in generale, del pescato vivo locale. La struttura coinvolgerà in questo modo anche le mogli dei pescatori”. E saranno proprio i pescatori del luogo ad essere investiti del ruolo di guardiani del mare. Mentre i più anziani di loro riceveranno un apposito diploma come riconoscimento a tanti anni di attività. “Con la realizzazione di questo centro – ha dichiarato il sindaco Roberto Angelucci – si completa l’impegno dell’amministrazione comunale nel ridare piena dignità alla piccola pesca”. Fonte: Il Tempo; il Centro


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407 Agricoltura di conservazione per l’Africa

La “Conservation Agriculture” (Agricoltura di Conservazione) si basa su una scommessa radicale: coltivare la terra rinunciando per sempre all’aratro, e utilizzando la bio-diversità dei suoli come fattore chiave per aumentarne la produttività e controllare l’erosione. Un risultato che è possibile ottenere solo applicando in modo rigoroso tre principi-chiave: semina diretta, rotazione ed associazione delle colture, copertura permanente dei suoli. La Conservation Agriculture ha conosciuto, negli ultimi dieci anni, una rapida diffusione nel mondo, a partire da un nucleo di paesi latino-americani quali Brasile, Paraguay, Argentina, che per primi la hanno praticata in modo sperimentale. I vantaggi di questa tecnica si evidenziano in particolare nella riduzione dei tempi di lavoro e dei costi, nell’aumento della fertilità del terreno, della capacità di ritenzione idrica dei suoli e, di conseguenza, nella crescita delle rese nel medio-lungo periodo. Sono queste caratteristiche che hanno motivato molte agenzie di co-operazione internazionale, in primo luogo la FAO, a promuovere l’impiego e la diffusione della Conservation Agricolture in Africa come risposta appropriata alle sfide difficili e complesse che la produzione agricola pone in questo continente. Il III Congresso Mondiale di Agricoltura di Conservazione, tenutosi a Nairobi dal 3 al 7 ottobre 2005, ha impresso una forte accelerazione a questo processo. Il progetto Kunanisa, in Swaziland, ne rappresenta una delle prime e più significative esperienze in Africa: iniziato nel 2003, coinvolge 2 comunità rurali – Shewula e Kambhoke - e combina l’approccio dell’agricoltura di conservazione con quello dell’agricoltura biologica, incentrandosi sulla coltivazione di colture indigene. Inoltre, il gruppo di lavoro è rappresentato da un nucleo di 23 contadini del luogo – in maggioranza donne – formatesi nel corso degli ultimi 2 anni. La posta in gioco è quella di restituire vitalità ed efficienza all’agricoltura contadina di comunità, garantendo l’autosufficienza alimentare della popolazione. Fonte: Il Manifesto; www.greenplanet.net


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406 Pedavena si salva: Heineken vende alla Birra Castello

Pedavena continuerà ad essere sinonimo di birra. Cinque mesi dopo lo stop degli impianti della più antica fabbrica italiana di birra decisa dalla Heineken, che aveva rilevato lo storico stabilimento nel 1974, con la mediazione al Ministero del Welfare del sottosegretario Maurizio Sacconi è stata raggiunta un’intesa per la cessione alla Birra Castello, una “giovane” società friulana. Il piano industriale che Birra Castello aveva esposto nelle scorse settimane ai lavoratori e agli enti locali prevede una produzione di circa 400mila ettolitri di birra all’anno, rispetto ai 600mila della multinazionale olandese, in parte a marchio Pedavena ed in parte private label. Salvaguardata anche la sinergia con il parco-ristorante annesso alla fabbrica: ci sarà una continuità di stretta collaborazione tra produzione e punto di ristorazione. Si chiude così una vertenza che si trascinava ormai da quindici mesi, e cioè da quando Heineken aveva ufficializzato l'intenzione di chiudere lo storico stabilimento di Pedavena, mettendo fine a oltre cento anni di storia. È stato proprio facendo leva su questa secolare tradizione che i sindacalisti e i lavoratori hanno da subito mobilitato, con ogni mezzo, politici, amministratori e gente qualunque. Tutti a sostenere la stessa causa: impedire la chiusura della Birreria Pedavena. Fonte: Il Sole-24 Ore; www.birreriapedavena.info


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405 LO STABILIMENTO DI PEDAVENA E' STATO ACQUISITO DALLA DITTA CASTELLO DI UDINE.

Anche grazie al Vostro sostegno, siamo finalmente arrivati alla cessione dello stabilimento di birra di Pedavena, da parte di Heineken Italia S.p.A. S.p.A., con grande soddisfazione da parte dei Lavoratori, RSU, Organizzazioni Sindacali, Istituzioni, Comitato, Comunità locale e Politici. Ora inizierà una nuova vita con la ditta friulana che speriamo entro breve tempo porti il birrificio di Pedavena ad un aumento della produzione e conseguente riassorbimento di tutte le maestranze. Il primo passo sarà il ripristino degli impianti, fermi da luglio 2005, per procedere prima possibile alla produzione di birra, la cui qualità non è mai stata messa in discussione nemmeno dopo l'annuncio della chiusura del 22/09/04. Naturalmente ci auguriamo che tutti coloro che ci hanno sostenuto durante la nostra lotta, d'ora in poi, berranno la nostra blasonata birra Pedavena, prodotta esclusivamente nel centenario stabilimento di Pedavena! Vi aggiorneremo sugli eventi futuri e continuate a seguirci visitando il nostro sito appena rinnovato: http://www.birreriapedavena.info


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404 Riflessioni del fine settimana

Nel suo nuovo libro Buono, Pulito e Giusto, Carlo Petrini ci racconta che “alcuni studiosi si sono impegnati a calcolare in modo scientifico i costi delle food miles (miglia alimentari), le distanze che percorre il cibo prima di giungere alle nostre tavole: hanno concluso che se gli inglesi consumassero solamente cibo prodotto nel raggio di venti chilometri da casa loro, il risparmio annuale totale per la società sarebbe di 2,1 miliardi di sterline all’anno”. Viene da pensare a queste considerazioni leggendo il pungente Blog di Beppe Grillo: “(...)Perché le salsicce vendute a Norimberga devono essere fatte con maiali bavaresi portati a macellare a Mola vicino a Napoli? (...)E nei supermercati di Stoccarda deve arrivare acqua minerale irlandese a prezzi inferiori a quella tedesca? E lo speck "nostrano" altoatesino deve essere fatto coi maiali belgi?(...)La Gran Bretagna importa ogni anno duecentomila tonnellate di carne di porco straniero. Ma esporta anche duecentomila tonnellate di porco britannico. E se ognuno si mangiasse i porci suoi?”. Se approfondiamo questo ragionamento, riflette Petrini, il cibo prodotto e consumato a livello locale può essere addirittura più sostenibile, più “verde” del biologico. Infatti, perchè un cibo sia “pulito” devono essere sostenibili non soltanto le fasi agricole e della trasformazione, ma devono essere inclusi anche tutti i possibili costi ambientali. Ancora una volta, ritorna utile utilizzare tutto il sarcasmo di Grillo: “(…)Un pomodoro prodotto in Cina , in Italia deve costare 50 euro, 10 centesimi di prodotto e 49,90 di danno ambientale. Poi chi vuole il pomodoro esotico lo compri pure(…) In questo folle su e giù per il pianeta di aerei, navi, traghetti, camion e treni sempre più TAV chi ci guadagna è il commercio e non più la produzione ”. Per questo, sostiene Petrini, “la scelta dei consumatori tra biologico e convenzionale, tra locale e globale, ha importanti ripercussioni sull’ambiente e sui sistemi agricoli: ripeto, si tratta di dati quantificabili e da considerare come veri e propri costi”. Anche perchè, ci dice Grillo, “se i prezzi di una bottiglia di vino australiano trasportato fino in Piemonte o di acqua San Pellegrino trasportata fino a Sidney, bruciando a ogni viaggio una bottiglia di petrolio, coprissero anche i costi dei danni ambientali generati, quel vino e quell'acqua costerebbero il doppio, il triplo, il quadruplo”. Forse, riflette Petrini, “non è neanche tanto insensato cominciare a proporre ai governanti di studiare un’adeguata politica di tassazioni, incentivi e meccanismi regolatori. Includere il prezzo in food miles in etichetta sarebbe una mossa di marketing geniale, nonchè un servizio alla comunità…”. Fonte: “Buono, Pulito e Giusto” di Carlo Petrini; www.beppegrillo.it


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403 L’amaro mondo dello zucchero

Lo zucchero è la sostanza che più di altre associamo al gusto dolce e, quindi, a uno stato di benessere, ma purtroppo si trascina dietro storie anche amare. Si può estrarre dal Saccharum officinarum, meglio nota come canna da zucchero - al mondo se ne coltivano 20 milioni di ettari - e in misura minore dalla Beta vulgaris, la barbabietola da zucchero, coltivata soprattutto nella Federazione Russa e in Ucraina. Alcuni dati elaborati dalla Fao per l'anno 2004, riportano che il 70% della produzione mondiale di zucchero è suddiviso tra Brasile (18%), India (14%), Unione europea (12%), Cina (7%), Usa (6%), Tailandia (5%), Messico e Australia (4%). Come sta accadendo per la soia, i più grandi commercianti di zucchero a livello mondiale stanno sperimentando un processo accelerato di integrazione, con pochi soggetti che controllano sia la produzione che la raffinazione e la distribuzione. Sono tre le trasnazionali protagoniste di questo commercio che ogni anno supera i 70 miliardi di dollari : la statunitense Cargill, la francese Dreyfus e l'inglese Tate&Lyle. Cargill commercializza più di 6 milioni e mezzo di tonnellate di zucchero grezzo proveniente dal Brasile; Tate&Lyle, tra grezzo e raffinato, controlla quasi 5 milioni di tonnellate e recentemente ha aperto centri di distribuzione in Egitto, Israele, Algeria e Indonesia. La Dreyfus ne muove ogni anno oltre 4 milioni di tonnellate. Nei paesi dove si coltiva la canna da zucchero, immense piantagioni sono controllate da latifondisti senza scrupoli che non riconoscono alcun diritto sindacale ai lavoratori né tutele per l'ambiente. Il nordest brasiliano è la regione più importante al mondo per produzione di zucchero ma è anche la più povera. Secondo l'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) sono moltissimi i bambini sfruttati nelle piantagioni. In Bolivia, per esempio, oltre 10 mila bambini e bambine lavorano nelle coltivazioni e sono state segnalate gravissime violazioni nelle zone di piantagioni di canna in Repubblica Dominicana. Insomma, il sapore dello zucchero è diventato anche amaro Fonte: greenplanet.net


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402 L’Insieme

di Paola Nano Che il vino, consumato saggiamente in modica quantità, sia benefico per arterie, radicali liberi, colesterolo e quant’altro riguarda la nostra salute ce lo hanno detto spesso gli scienziati negli ultimi tempi e ce lo ricorda la saggezza popolare. Che il vino sia benefico nel senso più concreto del termine, cioè applichi forme di generosa solidarietà nei confronti di chi ha bisogno, questa è una prerogativa invece piuttosto rara. È il caso de L’Insieme. Per ciascuna bottiglia prodotta, L’Insieme accantona un contributo di 5.16 €, devoluto ogni anno a interventi in campo sociale e culturale. Questo vino ha una caratteristica molto particolare, probabilmente unica: è sempre lui ma è anche diverso, perché come un’esecuzione musicale cambia a seconda del direttore d’orchestra. L’Insieme è fatto da un gruppo di vignaioli, ciascuno nei suoi vigneti e con le proprie uve, interpretato secondo le diverse sensibilità e abilità, venduto sempre sotto la stessa etichetta. È insieme frutto del lavoro individuale e dello spirito associativo finalizzato a opere di bene. È anche espressione di un territorio prospero e felice, le Langhe, che conserva la memoria della dura fatica che costava il lavoro della terra, ingrato ancora fino a qualche decennio fa. I produttori di vino de L’Insieme non dimenticano la povertà da cui le loro colline si sono felicemente affrancate, e attraverso il loro saper fare hanno trovato il modo di aiutare chi ha meno fortuna di loro, vicino a casa oppure in paesi lontani nel mondo. Il gruppo dei fondatori si è andato pian piano allargando dai lamorresi Elio Altare, Giovanni Corino, Federico Grasso, Mauro Molino, Fratelli Revello, Mauro Veglio con l’amico monfortino Gianfranco Alessandria ai nove nomi attuali, raggiunti grazie all’ingresso di Giuseppe Caviola e di Giulio e Paolo Morando. In cinque anni di attività, il progetto ha devoluto in beneficenza circa 400 000 euro, una media di 80 000 ogni anno. Una bella cifra, che fa pensare al potenziale enorme che questo territorio potrebbe esprimere. Pensate a cosa si potrebbe fare se l’esperienza de L’Insieme fosse replicata, o se ogni ristoratore destinasse pochi euro – magari l’anacronistica voce pane e coperto – a finanziare progetti etici... ma per ora questa resta un’avanguardia volenterosa. Il criterio cui si sono ispirati i produttori, affiancati da un comitato di “saggi” che annualmente discute e decide gli stanziamenti, è quello di finanziare progetti che siano efficaci e la cui fattibilità si verifichi grazie a quanto viene donato; non si vuole cioè aggiungere una goccia nel mare di aiuti genericamente intesi, ma si interviene su indicazioni e necessità molto concrete e controllabili. Recentemente la riunione dei produttori e dei saggi ha deciso la destinazione del denaro raccolto grazie a L’Insieme nel 2005: - 22 000 euro all’associazione di volontariato La Carovana Onlus di Alba: i fondi serviranno all’assunzione per un anno di una figura professionale di educatore che sostenga e coordini le attività dei volontari che si occupano di organizzare attività di accompagnamento e ricreative per handicappati, a sostegno o in sostituzione delle famiglie - 10 000 euro alla cooperativa Pausa Caffé, la quale all’interno del carcere delle Vallette di Torino ha realizzato una torrefazione che lavora il caffé guatemalteco di Huehuetenango (Presidio Slow Food), per l’inserimento e la formazione di altri due detenuti - 15 000 euro all’associazione Clown One Italia di Patch Adams, per contribuire alla creazione in Nepal di un centro di accoglienza, con scuola e laboratorio artigianale, per bambine e ragazze sfruttate sessualmente e/o malate di Aids - 10 000 euro alla Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus per il Presidio del cacao nacionàl dell’Ecuador, in favore di un gruppo di famiglie Quichua, per garantire, attraverso la lavorazione del cacao, la conservazione delle risorse naturali e il sostegno economico ai produttori. In particolare, con i soldi del contributo si costruirà una struttura unica destinata alla fermentazione ed essiccazione delle fave di cacao, dove queste ultime saranno lavorate seguendo protocolli tecnici prestabiliti, ricavandone un cacao dagli standard costanti. Attualmente, ogni produttore raccoglie il suo piccolo quantitativo di fave e lo lavora a casa propria, cosa che rende difficile la commercializzazione e il successivo utilizzo - 8 000 euro al carcere di Alba, per l’allestimento di un laboratorio di manualità creativa per i detenuti - 18 000 euro all’Università di Scienze gastronomiche, progetto in cui i produttori de L’Insieme dichiarano di porre molte aspettative per lo sviluppo di una seria cultura enogastronomica e la formazione di professionisti preparati Il comitato dei saggi, da parte sua, si è autotassato in favore del Gruppo volontari del soccorso di La Morra-Verduno. Paola Nano lavora all’Ufficio Stampa di Slow Food


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401 Non solo merlot

di: Sylvie Augerau Se anche il numero di vitigni autorizzati in Francia (circa 200) è di molto inferiore rispetto a quelli autorizzati in Italia, la loro eterogeneità sul territorio è rispettata in modo evidente. Le grandi differenze di clima, la permeabilità delle frontiere, la navigabilità di fiumi e mari hanno lentamente cementato il mosaico. I colori sembrano avere ormai tendenza a uniformarsi. Nel 1958 i 20 vitigni più coltivati in Francia rappresentavano la metà del vigneto nazionale. Oggi, questi vitigni hanno colonizzato l’85% della superficie a vigna. Monovarietà Alcune regioni hanno dunque puntato tutte le loro carte su una sola uva. La Borgogna bicolore si è votata allo chardonnay per i bianchi e al magico pinot noir per esprimere i suoi sassi. A volte, in una cassa da vendemmia affiora un cugino più chiaro: il pinot grigio, o pinot beurot, che si ritroverà più in alto sulla cartina dell’Hesagone, a destra, in Alsazia, con il nome di tokai. Ma i ceppi di pinot nero sono ancora più numerosi lassù nella Champagne, dove lo chardonnay frizza anche nei grand cru. Nella Loira, in alcune regioni centrali è stato scelto come cavallo di battaglia il cabernet franc. A Saumur, nell’Anjou, a Chinon, a Bourgueil e Saint-Nicolas gli si accorda fiducia fin dai tempi di Rabelais, che lo chiamava «breton», perché si spingeva fino a lambire Nantes. In realtà il cabernet franc proveniva dal Bordolese, dove è tuttora in auge; e proprio come nella sua Gironda, oggi lo si associa volentieri con il merlot… Il merlot incantatore! Il vitigno rosso oggi più diffuso in Francia. Nel Bordolese copre il 58% delle superfici a vigna, contro il 38% del 1970, riuscendo a cavarsela anche nelle annate difficili: matura prima e si può anche bere presto. Il cabernet franc esige invece affinamento e pazienza. Invecchiato, spesso evolve in sentori di tartufo e si confonde facilmente con il mourvèdre, dalla pelle altrettanto dura. Il mourvèdre, in effetti, ha eletto il proprio domicilio sulla Costa Azzurra. La Aoc Bandol ha issato nel suo porto il pesante vessillo in velluto nero che lo disegna. La colonna vertebrale, la scura struttura dei vini del sud, sembra maturare bene soltanto qui. Nel Languedoc se ne impianta sempre di più, ma non raggiunge la maturità che in alcuni isolotti immersi nel sole (Banyuls, Calce, altipiani del Minervois). Nell’oceano del Languedoc, le cuvée che lo contengono si distinguono molto spesso nelle degustazioni. Sono quelle di Gérard Gauby, di Jean-Baptiste Sénat o di Iris Rutz-Rudel. La salvezza grazie alla memoria Se il nord patisce per l’accentuazione dell’effetto millesimo legato al vino monovarietale, il sud traccia il proprio avvenire sulla linea dell’assemblaggio. La regione del Rodano trova da sempre un punto di equilibrio grazie al duo grenache-syrah. Quest’ultima si è conquistata le sponde del Mediterraneo: da meno di 2000 ettari nel 1958 è passata a 55 000 ettari in questo secolo (contro i 100 000 ettari del grenache)! Il più delle volte la syrah viene a sostituire il cinsault, che per altro non meriterebbe di essere emarginato: questo “gamay del sud” ha coraggiosamente resistito alla canicola del 2003 e continua a fiorire in dolci note speziate. Alcuni ne fanno ormai delle cuvée pure e golose (Clos Centeilles) e suo cugino, il loin de l’œil o œillade si assicura da alcuni millesimi la riconoscenza di Thierry Navarre, vignaiolo radicato a Roquebrun. Navarre si sfianca anche a reimpiantare il dimenticato riverain, che i vendemmiatori andavano a piluccare appena messo un piede nella parcella. Mentre i neo-vignaioli del Languedoc sradicano e piantano al ritmo dettato dalla domanda, quelli del posto si afferrano a volte alle loro radici: il Domaine Barral di Faugères e il giovane Croix Saint-Privast di Aniane fanno dei bianchi sconvolgenti grazie al terret. Nel Minervois, Pierre Cros ha realizzato una cuvée con vitigni che intorno a lui vengono maledetti: Les Malaimés assembla alicante, piquepoul noir, aramon e carignan. Dopo essere stato il primo dei vitigni rossi francesi, quest’ultimo è diventato una “vite da abbattere”. Controcorrente, alcune cuvée pure emergono poco a poco, dimostrando che il carignan, guidato con dolcezza, raggiunge delle profondità sanguigne abissali: il giovane Cyril Fahl, di Latour de France, lo ha portato al vertice. Su queste alture dei Pirenei Orientali il patrimonio della biodiversità è un poco fuori mano e così le vecchie vigne qui sono legioni. Il macabeu non ha ceduto terreno al muscat e domina ancora con la sua soave complessità. Jean-Hubert Verdaguet ne trae dei Rivesaltes Ambrés da perdersi. Henry Lhéritier fa lo stesso con la malvoisie. Questi “vini della memoria” conservano il patrimonio del Roussillon. Resistenza partigiana Sembrerebbe, facendo un passo indietro, che la diversità sia meglio curata da coloro che incontrano difficoltà a vendere le loro bottiglie. Gli angolini della Touraine minacciati dagli sradicamenti nascondono, notoriamente, alcune varietà praticamente sconosciute, come il menu-pineau o il romorantin, entrambi cugini dell’illustre chenin. Il primo se ne differenzia grazie a chicchi più piccoli e a succhi meno sostenuti. Il romorantin fa valere la sua maggiore freschezza. I due vitigni si nascondono dalle parti di Cheverny e alcuni giovani vignaioli locali vanno a stanarli nelle loro vigne più vecchie: Thierry Puzelat e Hervé Villemade hanno messo su piccole imprese commerciali per acquistare uve portate a maturità che il grande commercio si rifiuta di trattare per il loro prezzo elevato. Da queste parti, e anche più a ovest, verso la Sarthe, è stato mantenuto il favoloso pineau d’Aunis, che sarebbe poi la versione nera del chenin, e dunque anche la sua origine. Nel Saumurois, che pure lo ha visto nascere, non ce n’è più un solo ceppo… Nelle Côteaux du Loir e du Vendômois, lo si vinificava in rosé e allietava i bei giorni di primavera della vicina capitale o della confinante Champagne. Oggi, decimato, il pineau d’Aunis è la punta di diamante di alcuni testardi vignaioli: Émile Hérédia, Patrice Colin, Éric Nicolas, Christian Chaussard e Jean-Pierre Robineau che ne fanno decozioni di spezie in bottiglia. Nel sud-ovest si coltivano da sempre vigne multicolori: si reintroduce la négrette, si confermano il tanat e il cot, si reimpianta il fer-servadou e si pensa persino di recuperare dalla sua condizione di reperto museale lo stupefacente prunelard. A Gaillac la battaglia viene portata avanti, da alcune generazioni, dai Plageoles che già avevano esumato il mauzac tanto da renderlo… frizzante. In prossimità dei rilievi riparati, da sempre ci si difende dalle aggressioni dei normalizzatori. Nei Paesi Baschi sono stati conservati il gros manseng, il petit manseng e il courbu, per la gloria dei bianchi locali. In Savoia i rossi si identificano con la mondeuse e i bianchi con il jacquère e l’altesse. Nell’Arbois il poulsard e il trousseau danno un succo che profuma di fragola, il savagnin fa dei bianchi da capogiro. I vicini pinot, gamay e chardonnay hanno anche tentato un’invasione di campo, ma l’identità montanara ha respinto l’assalto. Sull’insieme del territorio francese, il processo di normalizzazione sembra innescato. Il consumatore vuole delle etichette leggibili e dei contenenti facili. Ostile alla sorpresa, tiepido di fronte alla scoperta, cerca dei riferimenti dietro alle immagini delle uve. Se il vignaiolo pianta un’immagine, il panorama si striminzisce, se il vignaiolo pianta un patrimonio l’orizzonte si illumina.


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400 Il Santuario profanato

Da quasi un mese ambientalisti di Greenpeace e balenieri giapponesi si fronteggiano nei gelidi mari tra l'Australia e il Polo sud. Una vera e propria battaglia con gommoni da una parte, arpioni e cannoni ad acqua dall'altra. E'successo di nuovo ieri mattina: i balenieri hanno puntato minacciosamente il loro arpione contro uno dei gommoni di Greenpeace, che dal 21 dicembre stanno cercando in tutti i modi di impedire l'ennesima campagna di caccia alle balene nel Pacifico meridionale, condotta formalmente per «fini scientifici». E' una vera guerra quella che si sta consumando nelle acque gelate dei mari del sud, dal `94 dichiarati ufficialmente dalla Commissione baleniera internazionale «Santuario delle balene». Una guerra che si alimenta di atteggiamenti aggressivi in acqua, di corse inaspettate ma anche di dichiarazioni minacciose. In una lettera aperta a Greenpeace il direttore generale dell'Istituto di ricerca sui cetacei, Hiroshi Hatanka, ha accusato gli ambientalisti di assumere comportamenti pericolosi: «Chiedo con forza che Greenpeace smetta immediatamente di inseguire le nostre navi di ricerca e si astenga dall'avvicinarsi ancora in futuro. Le vostre azioni costituiscono pirateria». Ancora peggiori le accuse contro l'imbarcazione della Sea Shepherd conservation society partita insieme a Greenpeace. Per Hatanaka sono «ecoterroristi». Come se non bastasse, in un bollettino dell'Istituto si afferma che è stata addirittura chiesta la sorveglianza della marina Usa, proprio in virtù dei presunti atti di pirateria in corso. «Come documentano le immagini di Greenpeace le balene a bordo vengono pesate, sezionate e impacchettate per raggiungere i mercati del pesce», denuncia Greenpeace sul suo sito. Il Giappone sostiene di dover cacciare le balene per «studiare come l'ecosistema marino venga condizionato dalle abitudini di procacciamento del cibo dei cetacei, ma sono solo dichiarazioni di facciata». Intanto quest'anno il Giappone ha più che raddoppiato il suo universo di studio: ad essere cacciate saranno 935 balenottere minori, 50 megattere e 50 esemplari di balena comune. Per saperne di più: www.greenpeace.org


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399 Crolla il prezzo del miele italiano

Prezzi in caduta nel 2005 per il miele italiano, con un calo del 15-20% rispetto alla passata stagione. Lo rileva l'Ismea sottolineando che l' andamento del settore nel 2005 segue quello già negativo del 2004 con quotazioni in calo del 10-15%. La domanda di prodotto italiano è apparsa, per tutto il 2005, debole o comunque limitata a modesti quantitativi di merce. Il miele nazionale, d'altra parte, soffre da mesi il peso della concorrenza straniera, con i millefiori di provenienza cinese o argentina quotati a 1,10-1,30 euro il chilogrammo, vale a dire circa l'80% in meno rispetto al prodotto italiano. Non è una novità, osserva Andrea Rigoni, amministratore delegato dell'omonima azienda di Asiago. «C'è una scarsa e distorta conoscenza del miele da parte del consumatore italiano, ma la colpa è anche dei produttori: filiera troppo lunga e dispersa, insufficiente se non nulla azione di marketing e promozione». Con queste premesse, dice l'industriale vicentino, l'import è destinato ad aumentare. Cina e Argentina sono al vertice della produzione mondiale, con il Paese sudamericano che produce quasi 10 volte più del Made in Italy e sicuramente ha una capacità d’esportazione maggiore dei cinesi (primi produttori). L'output italiano è pari a 10mila tonnellate con una quota inferiore al 20% di miele biologico. «Il miele italiano, in generale, ha una qualità superiore -commenta ancora Rigoni- ma è chiaro che si tratta di una risorsa non correttamente valorizzata. E i risultati si vedono». Come in un circolo vizioso i bassi livelli di consumo si riflettono sui prezzi e quando si acquista miele si preferisce un prodotto a costi competitivi che non può essere quindi quello italiano che (per la qualità millefiori, la più comune) ha un prezzo medio attorno ai 2,20 euro al chilo. Fonte: ANSA, GreenPlanet.net


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398 Morìa di pesce in uno dei principali stagni dell'Oristanese: Slow Food sostiene le rivendicazioni dei pescatori.

Comunicato stampa, 29/12/2005 Le arselle di Corru s'Ittiri a rischio di estinzione a causa dell'inquinamento. Arselle, orate, spigole morte galleggiano sull'acqua torbida dello stagno di Corru s'Ittiri e i pescatori del Consorzio delle Cooperative Riunite di Terralba da ieri picchettano gli ingressi della 3A di Arborea (Or), azienda che lavora il latte degli allevamenti locali ritenuti responsabili dell'inquinamento delle acque. Ma questa volta i pescatori non vogliono risarcimenti in denaro, vogliono il risanamento delle lagune di Arborea e intendono mantenere i picchetti fino a quando non riceveranno dalla Regione rassicurazioni in merito. Lo stagno di Corru s'Ittiri, vicino ad Arborea, benchè protetto dalla Convenzione di Ramsar quale zona umida di importanza mondiale per la conservazione del patrimomonio biologico del pianeta, è sottoposto alle conseguenze dell’insediamento a più alto sviluppo zootecnico della Sardegna. Nello stagno i pescatori locali raccolgono le arselle autoctone una ad una, con lo specchio e un attrezzo simile a un coltello, ma dopo il disastro ecologico di giovedì scorso l'annata è persa ed è fortemente pregiudicata anche per i prossimi anni. Slow Food sostiene le rivendicazioni dei pescatori. Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la biodiversità Onlus, afferma: «In questa zona di altissimo valore ambientale si pratica una pesca tradizionale sostenibile che ci permette di gustare ancora arselle appartenenti alla specie Tapes decussatus, del tutto diverse dalle “filippine” – le Tapes philippinarum - che hanno invaso i fondali delle lagune italiane eliminando progressivamente la specie autoctona. Ma non solo: le vongole sono generalmente pescate con sistemi che devastano i fondali mentre qui, a Marceddì e Corru S'Ittiri, la tecnica antica non danneggia ambiente e risorse. Invece di essere premiati per il loro lavoro, vedono pregiudicato il loro futuro. Slow Food non può che appoggiarli, a cominciare dall’istituzione, già avvenuta nei mesi scorsi, di un Presidio sostenuto dalla Provincia di Oristano e dal SIL (Soggetto Intermediario Locale). Ci auguriamo che gli enti pubblici deputati al controllo e alla gestione delle lagune li ascoltino. La ricchezza della Sardegna è costituita dall’ambiente splendido e incontaminato, ma è una risorsa che va tutelata e difesa». Gli stagni costieri ricoprono centinaia di ettari tra il mare dalla terraferma e danno da vivere a 125 pescatori e alle loro famiglie. Solo poche aree sono rimaste agibili per la pesca: i grandi allevamenti bovini - oltre 33 mila capi intorno ad Arborea (sui circa 47 mila allevati in Sardegna) - che riversano liquami e le aziende agricole di frutta e ortaggi che sovraccaricano di azoto e pesticidi i terreni irrigati causano periodicamente morie di pesci e molluschi. L'area circostante lo stagno di Corru s'Ittiri è già stata definita dalla Regione Sardegna "zona vulnerabile da nitrati di origine agricola", classificazione stabilita dalla Direttiva Europea 91/676: nel corso degli ultimi anni in un'area di circa 55 kmq è stata rilevata una presenza di nitrati nelle acque sotterranee superiore ai 50 mg/l, anzi, in molti rilevamenti anche doppia rispetto agli standard previsti dalla legge. Non è la prima volta che si verificano morie di pesce ma la notizia non va mai oltre le cronache regionali: eppure è una situazione emblematica di una crisi di un modello produttivo che fino ad oggi ha contrapposto chi vive e produce sullo stesso territorio. Da una parte i pescatori con un’attività storica che mantiene l’equilibrio ecologico; dall'altra gli agricoltori e gli allevatori impegnati in una corsa produttivistica poco sensibile alle conseguenze ambientali devastanti. «E' necessario trovare al più presto una soluzione» ribadisce Piero Sardo «già molti stagni negli anni scorsi sono stati definitivamente abbandonati perchè "morti": Santa Giusta, Sena Arubia, San Giovanni. Il fondale di Corru S'Ittiri è ricoperto di liquami e l'acqua del mare che entra ed esce con la marea non riesce più a ripulirlo. Occorre una presa di posizione forte se non vogliamo che nel giro di pochi anni centinaia di pescatori rimangano senza lavoro e con loro vada perso un pezzo importante della straordinaria biodiversità della Sardegna.» Ufficio Stampa Slow Food Via Mendicità Istruita, 14 – 12042 Bra (Cn) Tel 0172/419615-45-66 Fax 0172/421293 E-mail: v:musso@slowfood.it; p.nano@slowfood.it


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397 Il mais transgenico contamina l’ambiente

Notizie allarmanti sulla contaminazione transgenica giungono da una delle regioni di maggiore produzione di Ogm dell'Unione Europea, in Spagna. Il Consiglio aragonese per l'agricoltura biologica (Caae) ha fatto analizzare i mais degli agricoltori dediti al biologico ottenendo risultati allarmanti: il 40% dei campioni è risultato contaminato, con una percentuale che va dal 0,23% al 1,9%. Le contaminazioni corrispondono a geni introdotti in mais ibridi commercializzati da diverse multinazionali. Tali dati, presentati dal Caae e dall’Unione degli agricoltori e allevatori di Aragona (Uaga) in una conferenza stampa, dimostrano che la “coesistenza” tra coltivazioni transgeniche e biologiche è impossibile. "Le autorità, nonostante i gravi rischi per la salute, l'ambiente e l'agricoltura, tollerano queste coltivazioni che stanno contaminando i raccolti degli agricoltori vicini", ha spiegato Juan-Felipe Carrasco, responsabile della campagna contro gli Ogm di Greenpeace. Da quattro anni in Spagna si producono diversi tipi di contaminazione attraverso l'impollinazione, l'inclusione di semi Ogm in lotti di semi convenzionali, miscugli dei raccolti o mancanza di idonea pulizia di macchine e a pagarne le conseguenze non sono mai i contaminatori, ma produttori tradizionali e consumatori. Le coltivazioni non-transgeniche non godono di alcuna protezione. Molti agricoltori biologici coltivano varietà tradizionali di mais, selezionate per la loro rusticità e le caratteristiche adeguate alla zona ma la contaminazione snatura in modo irrimediabile quanto cresce nei loro campi. Fonte: www.greenplanet.net


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396 Usa, manca la materia prima biologica

La crescente popolarità dei prodotti biologici sta provocando, negli Stati Uniti, un effetto paradossale: ovvero, la domanda cresce più della produzione. E’ quanto rileva l’organizzazione Organic monitor, specializzata nelle analisi di mercato del biologico nel mondo, secondo cui la maggior parte dei settori dell'industria alimentare biologica soffre di una carenza di materia prima che ne sta arrestando lo sviluppo del mercato. Proprio la scarsità di prodotti biologici sta spingendo le aziende alla ricerca di materia prima oltre frontiera, soprattutto per frutta, verdura, cereali, legumi ed erbe. Ma anche prodotti finiti, per rispondere alla domanda di "tutto biologico" del consumatore. Si stima che le importazioni negli Stati Uniti superino il valore di 1,5 miliardi di dollari, contro soli $ 150 mila di esportazioni di prodotto americano. Per fare un esempio, la scarsità di materia prima sta conducendo Stonyfield Farm, il maggior produttore di yogurt, a pensare di fornirsi di latte biologico in polvere dalla Nuova Zelanda. Negli anni passati, il basso numero di allevatori biologici negli Stati Uniti ha portato anche a una sottoproduzione di carne, che le aziende di trasformazione e distribuzione superavano importando dall'Australia e dai paesi dell'America latina. Per restare al latte, la sua scarsità ha portato molti rivenditori ad avere scaffali vuoti nel corso dell'anno. Lo stesso sul mercato delle spremute biologiche. Con la crescita della domanda di alimenti biologici che si attende anche negli anni venturi, è probabile che l'insufficienza di materia prima negli Stati Uniti continui. A meno che più coltivatori Usa non pensino alla conversione dell'azienda al biologico, saranno le aziende estere e gli importatori a capitalizzare le opportunità di questo mercato. Fonte: www.greenplanet.net


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395 Girando per Creta – SECONDA PARTE

di Nikki Rose Quando scendemmo alla Taverna di Vasilis, lungo la stretta passerella del porto, la gente ci circondò cercando di farsi riprendere o di fare immortalare le loro taverne. Durante l’intervista di Peta con Vasilis, dovetti bloccare con delle sedie l’accesso al patio della taverna per evitare che i turisti entrassero sul set. Accidentalmente, tutti noi, qua e là durante le riprese, fummo di disturbo al sonoro, ma per fortuna imparammo in fretta. Il rumore sordo delle automobili, i motori delle barche, i bambini che giocavano – i suoni della vita del paese all’improvviso parvero amplificarsi. John, l’addetto al sonoro, non batté mai ciglio. Steve aveva un modo delicato di sembrare invisibile – una telecamera gigantesca, trepiedi e tutto il resto – il che infuse grande tranquillità a intervistati e abitanti del luogo. Era l’ora della siesta quando raggiungemmo Anoghia, un paesino tra le montagne. Qui abbiamo degli amici ma decidemmo di non avvertirli del nostro arrivo, poiché sarebbe stato scortese passare per il paese senza trovare il tempo di fermarsi e stare un po’ con loro. I negozi erano quasi tutti chiusi e dei giovani sorseggiavano il caffé al vecchio kafeneo in piazza. La troupe decise di filmare Peta mentre gustava lo yogurt col miele in questo luogo bellissimo. Di solito però i kafenia non servono lo yogurt, e questo non faceva eccezioni. Gironzolammo un po’ per il paesino, domandando dove potessimo trovare dello yogurt e ricevendo delle occhiate sorprese come risposta. Se mai avessimo spiegato il perché, saremmo rimasti lì tutto il giorno. “Andate al supermercato” ci dissero indicando una strada serpeggiante. Ma una donna aggiunse che il supermercato era chiuso. Chiesi dello yogurt “da portar via” al proprietario di una taverna e lui mi prese per una pazza. “Non ha neanche il tempo di sedersi a mangiare uno yogurt?” Grazie al cielo, scorsi un frigorifero davanti a un negozio di stoffe. Due piccole signore erano di guardia alla porta, esibendo il loro lavoro all’uncinetto. Per fortuna i greci vendono ancora degli spuntini salutari. Prendemmo subito lo yogurt, poi domandammo del miele. “Niente miele... compri questa tovaglia, è bellissima” risposero. Rimanemmo interdetti per un istante: la nostra missione era compiuta solo a metà. Una signora scomparve per un po’ e fece ritorno con un grande vasetto di miele ambrato, della dispensa di casa. Aveva capito che ci interessava molto e disse che costava 20 euro, il doppio del normale prezzo di vendita. Spiegai a quelle dolci vecchiette che non ero ricca. “Ma sì che lo è!” risposero. Appena fecero per allontanarsi con il loro barattolo, allungai loro il contante. Probabilmente un’ora di lavoro della troupe costa di più. E poi è così buono! La prossima volta che verrò ad Anoghia, non finirà così. È difficile concentrare in tre minuti quattro millenni di produzione di olio d’oliva e di vino a Creta. Non invidio l’addetto al montaggio che dovrà tagliare ore e ore di riprese. Stelios Kaliouris, uno dei nostri protagonisti, proprietario di un uliveto, produce un eccellente olio d’oliva biologico, lavora a un museo delle olive e si sta battendo contro i politici locali perché si pratichi una produzione che non usa i pesticidi. Collabora inoltre con noi a un progetto di salvaguardia di un vecchio ulivo indigeno che si chiama Rethymnotiki (che significa proveniente da Rhethymno, Creta), noto anche col nome di Chondrolia (un’oliva grossa e succosa). L’oliva Koronaiki, probabilmente della zona intorno a Koroni, nel Peloponneso, di gran lunga più famosa ma non necessariamente più gustosa né più salutare, sta rapidamente sostituendo la Chondrolia. Con ogni probabilità, la nostra storia racconterà di Stelios e della sua ottima produzione di olio d’oliva biologico. Il mio sopralluogo preferito fu quello della storia sulla produzione del vino. Andreas Dourakis possiede una bellissima azienda vinicola ai piedi delle colline centrali. Per ogni vecchia struttura in pietra esistente sulla sua proprietà – la cantina e i pozzi – aveva una storia divertente da raccontare. Egli colleziona inoltre antichi utensili di campagna, molti dei quali sembrano più pratici dei macchinari di oggi. Le oche si aggiravano per i vigneti, e la fragranza degli alberi di agrumi, dei cespugli di rose e dei fiori selvatici addolcivano il percorso lungo il selciato. Andreas è stato per oltre 20 anni il principale produttore di vino per la Tzantalis, una delle principali aziende vinicole greche, prima di realizzare il suo sogno di aprire a Creta una cantina tutta sua. Molti esportatori greci se la sono vista brutta, e uno dei motivi è da ricercarsi nelle politiche del passato. Ma in questi ultimi decenni, molti saggi produttori greci si sono buttati in una produzione limitata e di alta qualità. E i consumatori se ne stanno accorgendo. La competenza e la passione di Andreas per la produzione del vino risuonarono forti e chiare nell’istante in cui assaggiammo i suoi vini. Inoltre, egli è in grado di creare un perfetto equilibrio tra varietà di uve indigene e varietà internazionali più conosciute, molte delle quali sono coltivate biologicamente. Il suo “vino prodotto da Dio” era sublime ma non in vendita. Sua figlia Evie fece da traduttrice, e fu un’intervista piacevole. Rimanemmo seduti tranquilli sul set, guardando Andreas e Peta intenti ad assaggiare i vini. Era una tortura! Ma noi li gustammo più tardi, insieme con uno spuntino, e ci sarebbe piaciuto rimanere ancora un paio di giorni. La famiglia produce anche formaggio, yogurt, pane e olio d’oliva. Un rifugio tranquillo. Organizzare la dimostrazione di come preparare la pasta sfoglia fu un’impresa. Yiorgos e sua moglie Maria hanno una piccola pasticceria a Rethymno dal 1956. Sono due persone esperte, e noi volevamo vedere tutto del loro modo di lavorare. Yiorgos passò l’impasto come fosse seta preziosa. Essendomi dilettata anch’io con la pasticceria, mi si gonfiarono gli occhi di lacrime alla vista di tanta cura e perfezione. Yiorgos stese un cerchio di pasta, tondo come una pizza, e la gettò sul tavolo, creando una grande mongolfiera senza neppure uno strappo visibile. Che giocoliere! Dovemmo coordinare le riprese nel rispetto dei loro intensissimi tempi di produzione – la pasta sfoglia, il kataifi, le baklava, i nidi d’uccello e gli altri dolci. Li andammo a trovare al negozio tre volte, e ogni volta ne uscimmo con chili di dolciumi. Era un compito pericoloso! Organizzammo una tappa per filmare la fattoria Agreco, un progetto del gruppo Grecotel. Agreco è la ricostruzione di una fattoria cretese del diciassettesimo secolo. Kostas Bouyouris ha progettato e diretto le operazioni, combinando metodi antichi e moderni di coltivazione biologica sostenibile. Agreco ha di tutto: ortaggi, alberi da frutta, viti, ulivi, mulini, pozzi, bestiame, sistemi innovativi per il riciclaggio dell’acqua, forni all’aperto, una taverna… e molto altro. Con un preavviso di poche ore, a causa dei nostri soliti cambi di programma, lo chef della fattoria Agreco, Nikos, si tenne pronto per la sua dimostrazione di cucina con Peta. Prepararono dolmades – foglie di vite ripiene e meravigliosi fiori di zucchini ripieni – e lumache brasate con rosmarino e aceto... che delizia! Eva Maravelaki, la manager di Agreco, fu la nostra gentilissima ospite. Quando la troupe aveva bisogno di una pausa, lei e Nikos ci preparavano degli enormi spuntini di formaggio fresco, cuori di carciofo marinati, pane dakos, olive e vino. Non esiste, nel mondo dell’ospitalità cretese, l’idea di “mangiare un boccone al volo”. Una delle componenti principali della gastronomia cretese è il dakos, noto anche come paximadi, per citare uno dei suoi tanti nomi regionali. Si tratta di un pane biscottato di tradizione cretese, cotto in un forno all’aperto... un antico cracker. Non sono più in molti a fare il dakos in quantità ridotte. Per fortuna noi siamo riusciti a filmarlo alla fattoria Agreco, ma dovemmo aspettare una giornata di sole. All’inizio, il fornaio non era d’accordo a disporre di diversi panetti pronti d’impasto, ciascuno a uno stadio diverso di preparazione, così da accelerare il procedimento di fronte alla telecamera. Non voleva sprecare impasto, il che è comprensibile: non è una bella idea chiedere alla gente di sprecare cibo soltanto per fare delle riprese. Molto di più ci sarebbe da raccontare su questo progetto di una settimana, che sembrò durare due mesi. Erano tutti tranquilli e accomodanti... almeno in apparenza. E trovammo anche il tempo per divertirci. Diamo così tante cose per scontate a Creta: il semplice gesto di raccogliere dei limoni dagli alberi dei nostri vicini (preferibilmente quando non ci sono), di fare il formaggio fresco, preparare la pasta sfoglia o girare il polipo sulla griglia. Quando lo si vede in un filmato, improvvisamente sembra tutto fantastico. In ogni paesino e dietro a ogni curva, c’è sempre qualcuno con una storia da raccontare. Avremmo voluto condividere tanto altro ancora con la troupe televisiva, ma fummo già fortunati a vivere questa breve avventura insieme, e speriamo che lo stesso accada anche ad altri. Il giorno dopo aver concluso il progetto, io e Panos ci recammo sulla costa meridionale per tre giorni di vacanza. Il mio sogno era una bella taverna sul mare, con camere in affitto, nel bel mezzo del nulla e senza nessuno intorno. E la trovammo! Il mio primo pensiero fu: “Questo posto sì che piacerebbe alla NZTV!” Ma poi pensai anche che Creta deve serbare qualche segreto per sé! Nikki Rose è una cuoca professionista, scrittrice e fondatrice dei “Santuari culinari di Creta, programmi di viaggio per preservare la nostra storia culinaria”. Lavora direttamente con i cuochi locali, gli agricoltori e gli scienziati di Creta per promuovere il commercio tradizionale e l’agricoltura biologica sostenibile. I suoi articoli già pubblicati e il suo libro di prossima pubblicaziones trattano questi argomenti e sono apparsi anche sulle pubblicazioni Slow Food, Athens News and Stigmes (Creta). www.cookingincrete.com nikki.rose@sbcglobal.net. Traduzione di Luisa Balocco


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394 Una cantina di paglia

di: Maurizio Gily La paglia di riso in balle è un materiale da costruzione dalle eccezionali proprietà, in particolare per quanto riguarda l’isolamento termico. Nel Nord America tali proprietà sono conosciute e utilizzate fin dagli inizi del Novecento: esiste anche un’associazione dal singolare nome di Casba – Californian Straw Building Association – che fornisce supporto di informazioni sull’argomento (www.strawbuilding.org). Proprio in California, nel 2003, è stato completato, a Lytton Spring, Healdsburg, contea di Sonoma, il più grande edificio al mondo costruito in paglia. Si tratta di una cantina per la produzione di vini d’alta gamma, targata con il marchio Ridge, azienda ora di proprietà di un signore giapponese, ma guidata da quarantacinque anni da un wine-maker carismatico – Paul Draper – e particolarmente specializzata nella produzione dello Zinfandel. Il modello di architettura “ecologica” cui si ispira questa cantina non guarda solo all’impiego di materiali naturali, ma anche al consumo di energia, che, come obiettivo, tende a un bilancio in pareggio. Nei paesi caldi il condizionamento termico dei locali assorbe una quota consistente del fabbisogno annuale di energia di una cantina. A Lytton Spring si è deciso di abbattere questi costi attraverso l’uso di uno tra i più antichi materiali da costruzione, nello sforzo di mettere insieme economia e ambiente. All’opera ha lavorato una squadra di architetti ed esperti americani e inglesi. Due anni (dal ’98 al 2000) sono stati necessari per costruire e validare i modelli di calcolo al computer e ottenere l’autorizzazione edilizia dalla contea di Sonoma, e tutta la costruzione è stata un continuo adattamento e apprendimento per conciliare le soluzioni tecnologiche moderne con l’utilizzo di un materiale tanto insolito. Dove Lytton Spring si trova sulle colline che separano le valli dei fiumi Russian River (Alexander Valley) e Dry Creek, non lontano dalla sorgente Lacrhyma montis a cui si lega il nome dei due più noti pionieri della viticoltura di qualità del XIX secolo in California, Mariano Vallejo, ufficiale messicano in carriera, e Agoston Haraszthy, avventuriero ungherese. Haraszthy potrebbe essere stato tra i primi, anche se verosimilmente non il primo, a impiantare il vitigno zinfandel in California. I terreni della zona hanno una buona capacità di trattenere l’umidità e le notti sono piuttosto fresche: la vite vi si trova a suo agio se non si forzano i raccolti, tant’è che vi sono tuttora molti vigneti di zinfandel ad alberello di oltre sessant’anni, in gran parte piantati da italiani. Un bellissimo vigneto di questo tipo è proprio di fronte alla nuova costruzione e contribuisce all’immagine di produzione “sostenibile” che vuol essere la bandiera della cantina. Come Come si costruisce un edificio di paglia? In realtà le balle di paglia costituiscono il tamponamento interno dei muri: la struttura è integrata da una gabbia in legno lamellare con rinforzi metallici, robusta e leggera. Da sottolineare che siamo in zona ad alto rischio sismico: la paglia ammortizza le sollecitazioni sulla struttura. Per timore che le sostanze normalmente usate come impregnanti antimarciume del legname potessero trasferire difetti al vino, si sono impiegate travi non trattate di cedro giallo dell’Alaska, un legno naturalmente resistente. Le fondamenta e il pavimento sono di cemento armato. Una rete metallica è stata posata sulla superficie esterna dei muri di paglia, poi intonacati con un rivestimento particolare, semipermeabile, composto da terre locali, argilla, diversi tipi di sabbia, paglia e pigmenti naturali (terra d’ombra bruciata, ossido di ferro e solfato di ferro) più il 2% di olio di lino. L’intonaco è gettato e poi spugnato. L’effetto finale è simile al cosiddetto adobe messicano. Il tetto ha falde con sbalzo di sei metri su tutti i lati, per aumentare l’ombreggiamento dei muri perimetrali. Su due lati, a un livello inferiore alle falde del tetto, c’è una struttura a pergola, su cui stanno crescendo piante rampicanti per sottrarre ulteriormente calore. Nell’area esterna sono stati piantati alberi con chioma a sviluppo parzialmente orizzontale per assicurare ombra al parcheggio visitatori e raffreddare l’area esterna. Il sistema di condizionamento è realizzato attraverso aperture mobili nella parte alta dei muri che si aprono di notte sotto il comando di termostati per far entrare l’aria fresca convogliandola verso il basso. Dato l’alto livello di coibentazione dei muri in paglia e il clima della zona, con notti relativamente fresche, questa strategia è sufficiente a mantenere la temperatura ai livelli desiderati nei vari ambienti, malgrado il termometro possa segnare, durante il giorno, i 40 gradi. Esiste comunque un impianto d’emergenza per abbassare la temperatura in casi critici. Il tetto è equipaggiato con 384 pannelli solari fotovoltaici in grado di generare 64 kW di elettricità. Durante tutta l’estate la cantina vende energia alla rete di distribuzione, mentre nel periodo della vendemmia e della vinificazione il fabbisogno supera la disponibilità: nell’anno il bilancio è in pareggio. Fuoco, insetti, roditori… In un paese come l’Italia, anni fa primatista mondiale del consumo di cemento pro-capite (non so se lo siamo ancora, ma certo siamo ben piazzati), nonché patria della teoria del mattone come bene rifugio per eccellenza, l’idea di costruire con la paglia suona di certo stravagante, tale da indurre molte persone al sorriso e al proclama dell’ennesima “americanata”, evocando magari la favola dei tre porcellini e della casetta in paglia spazzata via con un soffio dal lupo cattivo. La regione dove vivo – il Piemonte – ha un grande peso a livello europeo come produttrice di riso, e qui la paglia viene sistematicamente bruciata… Sta di fatto però che questo progetto, e altri che si vanno realizzando, poggiano su una solida base di dati tecnici e ricerche. La paglia di riso in balle pressate ha una bassa capacità di combustione, perché la compattezza del materiale ostacola la circolazione dell’ossigeno necessario ad alimentare il fuoco. Un muro di paglia intonacato ha una resistenza al fuoco di due ore, non intonacato mezz’ora. La paglia di riso ha un alto contenuto in silice, quindi ha una decomposizione molto lenta, come ben sanno gli agricoltori: per questo non viene di norma usata come strame per il bestiame, in quanto ostacolerebbe la fermentazione e la maturazione del letame. Questo materiale è stato ritrovato in eccezionali condizioni di conservazione in tombe egiziane dopo migliaia di anni. Contrariamente al fieno, la paglia di riso contiene pochissimi nutrienti, non è quindi gradita alle termiti e ad altri insetti e anche i roditori non la amano come rifugio. Se mantenuta con un grado di umidità inferiore al 20%, resiste alle muffe. Almeno in climi asciutti e ventilati come quello della California (dove peraltro non mancano periodi piovosi), pare quindi che non ci siano problemi particolari. Qualche numero Per la costruzione si sono usate 3000 balle di paglia di riso: ciascuna misura all’incirca 110 cm di lunghezza, 60 di larghezza e 40 di altezza, mentre il peso varia tra 36 e 45 chilogrammi. È facile intuire che la costruzione è meno leggera di quanto si potrebbe pensare. Lo spessore finale dei muri perimetrali intonacati è di circa 70 centimetri. Il loro coefficiente di isolamento termico è superiore a R60, vale a dire altissimo e tale da rendere l’ambiente all’interno simile a quello di una cantina sotterranea dal punto di vista delle temperature. La costruzione occupa in pianta 5500 metri quadri, misura che ne fa, per l’appunto, l’edificio in paglia più grande del mondo, ed è divisa in sala di vinificazione, affinamento, magazzino e punto vendita. Lo Zinfandel, vitigno conteso Ridge usa in prevalenza rovere americano e i tradizionali barili da “bourbon”. Forma e tecnica di costruzione differiscono dalle barriques, mentre la capacità è simile: il minore sbalzo delle doghe oltre il fondo si traduce in un risparmio di spazio. Dalle degustazioni sembra venire un calcio a tutti i luoghi comuni sul legno di Quercus alba: i prodotti di Ridge sanno ben poco “di legno”, e sono solitamente, nell’ambito dei vini californiani, tra i più apprezzati dai palati europei. Lytton Spring, Geyserville e Monte Bello sono tra i suoi cru, l’ultimo il più prestigioso: il nome stesso dell’azienda deriva da Monte Bello Ridge, cresta di Monte Bello, dove un italo-americano benestante di San Francisco, Osea Perrone, aveva piantato i vigneti che costituirono il primo nucleo dell’attuale azienda, vinificando nel 1892 la prima partita di vino con l’etichetta Monte Bello Winery. Ottima la selezione Three Valleys (Zinfandel, con una piccola quota di Petite Syrah) che dovrebbe essere un vino base ma è impressionante per equilibrio e freschezza. Paul Draper e il suo team sono stati tra i protagonisti – un altro è stato certamente il grande wine-merchant di Sacramento Darrell Corti – della rinascita di questo vitigno, considerato, fino a non molti anni fa, buono per vini di scarso impegno o per il taglio. Il rinascimento dello “Zin” è passato anche per la considerazione che il vitigno fosse quasi da considerare un autoctono californiano, fin tanto che le sue origini rimanevano piuttosto misteriose. Oggi, grazie all’ampelografia e alla genetica molecolare, sappiamo che lo zinfandel corrisponde al primitivo pugliese e al crljenak kasteljanski della Croazia, per cui la contesa sulla primogenitura sembra quindi ormai essersi ristretta a queste due regioni viticole. Un altro vitigno croato assai noto e rinomato, il plavac mali, non corrisponde allo zinfandel – come qualcuno ha sostenuto in passato – ma, in compenso, lo avrebbe come genitore (meredith). E siccome il plavac mali è considerato un vitigno molto antico, ne deriva che il primitivo è ancora più antico… Un vitigno con diverse identità territoriali, dall’America alla Dalmazia, e non propriamente “lo stesso vino”: vuoi per le diverse condizioni ambientali, vuoi per la diversa tecnica enologica, vuoi per la variabilità genetica tra popolazioni che, pur appartenendo alla stessa varietà, si sono evolute autonomamente in regioni tra loro distanti. L’impronta comune di certo esiste, ed è, possiamo esserne certi, quella di uno dei grandi vini del mondo, con caratteri di grande corpo e morbidezza gustativa e prorompente freschezza di viola e frutti neri. Un vino tale da meritare investimenti e attenzioni come queste, in America come in Europa.


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393 La rete della pesca sostenibile

Riuniti nella città di Ushuaia (nel sud dell’Argentina), un centinaio di rappresentanti di organizzazioni di pescatori artigianali e di piccole cooperative di Argentina, Cile, Brasile, Uruguay, insieme ad alcune Ong spagnole, hanno emesso una dichiarazione nella quale si chiede di «promuovere il riconoscimento e la difesa dei diritti sociali, culturali, economici ed ambientali di uomini e donne delle comunità di pescatori artigiani per migliorare le nostre condizioni di vita, conseguire una equità e ridurre la povertà nelle nostre comunità». La riunione era stata convocata dalla rete Redecopades, nata nel novembre 2004 nel porto spagnolo di Lira per iniziativa di alcune cooperative peschiere della cittadina della Galizia. Nella dichiarazione si chiede alla società e ai consumatori di iniziare a sviluppare la solidarietà attiva con questi lavoratori, di creare uno scambio di esperienze fra piccoli pescatori che gli permetta di ottimizzare le proprie tecniche estrattive, ridando valore e dignità a questa professione. Sono decine i rapporti, ultimo quello della Fao pubblicato alcuni mesi fa, che allarmati segnalano la distruzione del patrimonio ittico a causa di un suo eccessivo sfruttamento e a pratiche di pesca incontrollate. La rivista Nature ha anche pubblicato un articolo sull'accelerata acidificazione oceanica causata dall'incremento dell'anidride carbonica nell'atmosfera e all'aumento delle concentrazioni di carbonato nelle acque marine. In questa situazione di emergenza, un ruolo chiave lo può ancora giocare il consumatore nel momento in cui diviene consapevole di quelle che sono le condizioni del pianeta e sceglie di consumare in maniera consapevole e sostenibile ciò che finisce sulla sua tavola. Innanzitutto, imparando a conoscere tutti quei “prodotti marini ottenuti attraverso delle pratiche artigianali di pesca rispettose dell’ambiente ed ereditate spesso da delle culture millenarie che praticano metodi di pesca ecologici, sostenibili e puliti”. Fonte: il manifesto, www.greenplanet.net


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392 Wto, accordo ai minimi termini

La settimana del Wto di Hong Kong sembra essersi conclusa con un compromesso minimo. Ancora una volta l’agricoltura ha bloccato tutto: i paesi ricchi hanno accettato di abolire i sussidi in favore delle loro esportazioni agricole soltanto nel 2013. La scadenza iniziale era prevista nel 2010, ma è stata rifiutata dall’Unione Europea. Inoltre, si sono impegnati ad accelerare i tagli alle altre forme di sovvenzioni. La distinzione fra le due cose è importante perché il commissario europeo Mandelson ha lamentato che i sussidi europei sono diretti e alla luce del sole, quindi facili da abolire in maniera verificabile, mentre quelli di Usa, Canada, Australia e Australia sono altrettanto sostanziosi ma “più nascosti”. Quanto alla tutela dei prodotti tipici, si sono invece fatti pochi passi in avanti: al momento si garantisce con certezza solo per gli alcolici, ma il testo indica nel 31 luglio 2006 una data di incontro per una verifica. Europa e America hanno anche fatto un’altra concessione mirata ai 50 paesi più poveri del pianeta, promettendo a questi ultimi l’abolizione dei dazi doganali sul 97% dei loro prodotti. I sussidi all’esportazione rappresentano però soltanto una parte modesta del protezionismo agricolo europeo. L’abolizione di quegli aiuti pubblici all’export rappresenta in valore 6 miliardi di dollari all’anno, di cui la metà circa sono sovvenzioni europee sulle vendite di carne, latticini e zucchero. Ma la politica agricola comunitaria elargisce sovvenzioni ben più generose sotto altre forme: su oltre 40 miliardi di euro all’anno, la maggior parte vanno agli agricoltori europei come aiuti diretti o sostegni ai prezzi. E a fianco delle sovvenzioni di Bruxelles rimangono in piedi altri finanziamenti nazionali all’agricoltura. Intanto, altre disfunzioni distorcono il mercato lungo tutta la catena distributiva, ma questi temi non sono stati nemmeno sfiorati dal vertice di Hong Kong. Vandana Shiva, sconfortata, auspica una restrizione della giurisdizione e del mandato della Wto, abbandonando i dossier della proprietà intellettuale, dell’agricoltura, dei servizi e degli investimenti. Fonte: La Repubblica, La Stampa, www.greenplanet.net


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391 Pescatori, una specie in via d’estinzione

Una specie in via di estinzione. Questa volta non si tratta di pesci, bensì dei pescatori “artigianali”. Se, infatti, il 76% degli addetti ai lavori ha ereditato il mestiere dal proprio padre, solo il 21% delle nuove leve fa lo stesso mestiere degli avi e la percentuale è destinata a scendere di altri tre punti nei prossimi anni, o almeno così pensano i diretti interessati. Ultracinquantenni nel 63% dei casi, costituiscono l’unica fonte di reddito nelle loro famiglie (che sono però un po’ più numerose della media nazionale, 61% con 2-3 figli). È questo l'identikit dei pescatori artigianali delle marinerie italiane tracciato da una ricerca condotta su un campione di operatori su tutto il territorio nazionale dalla Facoltà di sociologia dell'Università di Roma La Sapienza, in collaborazione con i centri di ricerca di Lega Pesca e Federcoopesca. Ma per evitare il rischio che "si perda l'identità di intere comunità locali", sottolinea il professore Marcello Fedele, “una soluzione c'è: creare delle comunità marinare, sulla falsa riga di quelle montane". Un'idea che è piaciuta anche al direttore della Federcoopesca, Gilberto Ferrari. Anche perché se è vero che la piccola pesca non è la categoria economicamente più incisiva, è anche vero che occupa il 50% degli addetti ai lavori e coinvolge il 65% di tutte le imbarcazioni della flotta italiana. Ma perchè i figli non vogliono più seguire le orme dei propri genitori? Livelli di istruzione senza dubbio superiori al passato, ma soprattutto la durezza del mestiere e gli scarsi guadagni. Secondo gli intervistati, il 27% dei figli ha, infatti, "altri progetti", ma il 24% cerca un mestiere diverso perché spera di portare a casa uno stipendio migliore e un altro 24% sfugge, invece, alla fatica imposta dall'andar per mare. Una visione certamente non rosea e che va di pari passo con una valutazione delle politiche della pesca: il 34% giudica quelle attuate nella propria regione "poco attente allo sviluppo" del settore, il 13% addirittura "inesistenti", per il 27% "sono più attente ai problemi dell'ambiente che a quelli della pesca", mentre il 12% lamenta un'insufficienza nelle infrastrutture. Fonte: Ansa


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390 Riso, dribblato l’effetto Pac

Il dato è ormai ufficiale: una primavera tiepida e il maltempo di luglio e agosto consegnano un raccolto di riso non proprio da record ma sostanzialmente buono. Lo dice il rapporto 2005 dell'Ente Nazionale Risi. In autunno, sono state mietute circa 1.438.000 tonnellate di risone, con una diminuzione del 5,6%, anche se la campagna precedente aveva fatto registrare una produzione record. A scorrere i dati contenuti nel rapporto, si scopre che il consumo italiano sta crescendo vistosamente. L’anno scorso, sono state collocate in Italia ben 429.277 tonnellate di riso lavorato, contro le 355.011 della campagna 2003-2004. Anche la risposta dell’Europa è incoraggiante, visto che sono state collocate 537.456 tonnellate, contro le 424.343 della campagna precedente. Alla base di questo ritrovato appeal ci sarebbero gli immigrati extracomunitari, buoni consumatori di riso, e la ristorazione collettiva. In Europa, invece, le industrie italiane avrebbero incontrato soprattutto i gusti dei dieci nuovi partner. La superficie investita a riso è leggermente diminuita, ma per quanto fosse prevedibile un incremento dei risi tondi, tra cui il Selenio, ha sorpreso tutti l’importante decremento del medio/lungo A, l’ingrediente dei nostri risotti, mentre è stabile il lungo B, destinato a contorni e insalate. La maggiore incognita della campagna corrente è rappresentata proprio dalla carenza di risi tradizionali: se si eccettuano il Carnaroli (cresciuto del 25%) e il Vialone Nano, le varietà più commercializzate, quali Arborio, Volano e Roma presentano superfici inferiori rispetto al passato e questa penuria potrebbe creare dei problemi all’industria italiana. Se dunque il riso italiano sta ritrovando la sua competitività, un’ondata di importazioni a dazio agevolato è già alle porte dell’Europa. Oltre al Basmati a dazio zero, oltre alla limatura dei dazi fissi, sta arrivando il prodotto Americano, che beneficerà dell’accordo sul semi-greggio, mentre un’intesa analoga è in corso di ratifica con la Thailandia per il prodotto lavorato. Fonte: Agrisole


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389 Girando per Creta – PRIMA PARTE

di Nikki Rose La troupe della Television New Zealand stava arrivando a Creta per filmare una puntata di Taste Takes Off, il premiatissimo programma di viaggi gastronomici. Ci chiesero di introdurli alla gente, ai luoghi e alla cucina tipicamente cretesi. Molto tempo prima che arrivasse la troupe, io e Kostas Bouyouris conducemmo un recce (si pronuncia “ricki”): è un termine gergale cinematografico inglese che si riferisce alla ricerca di nuove storie da raccontare e al coordinamento dei tempi per le riprese. Avendo un giro sempre più allargato di grandi coltivatori e grandi chef, ci tormentammo a lungo sulle decisioni da prendere. Quali erano le storie più importanti? Chi le avrebbe raccontate meglio? Per ridurre al minimo i tempi di spostamento della troupe televisiva, dovemmo scegliere una sola regione di Creta, e ci accordammo su Rethymno, sulla costa settentrionale. Le decisioni riguardanti il casting richiesero molte visite e parecchi assaggi. Non a tutti piace l’idea di andare in onda, specie su una televisione straniera che probabilmente a Creta non sarebbe mai stata vista. Alcuni coltivatori sono del tutto indifferenti a tali programmi e sospettosi di chi fa domande sulle tecniche usate per la produzione del loro formaggio. Ma i neozelandesi sono amici storici di Creta, e molte persone fecero l’impossibile per dare una mano. La TVNZ ha fatto molta strada durante i nove anni di programmazione, ed è probabile che la troupe abbia visto cose strane e meravigliose. La troupe è molto professionale, cordiale e alla buona: ottime qualità, queste, che si addicono alla loro filosofia di lavoro, soprattutto a Creta, come avremmo scoperto di lì a poco. Chris Wright, il produttore e regista, con cui è stato un vero piacere lavorare, era molto interessato a ogni aspetto della gastronomia cretese. Peta Mathias, la conduttrice del programma, sembrava a proprio agio ovunque andasse, e il suo amore per la buona cucina ha fatto sì che diventasse subito di casa in questi luoghi. Sulla carta, la programmazione per le riprese sembrava perfetta. Nelle tempistiche si erano considerati anche gli spostamenti sulle strade sconnesse e i saluti alla maniera cretese, tutt’altro che sbrigativi. Conoscendo le abitudini e la sensibilità dei cretesi, nell’orario avevamo inserito anche delle pause per il ristoro, che probabilmente sembravano superflue alla nostra troupe. Non ci premeva soltanto che tutti si riposassero e mangiassero bene: era anche inammissibile che degli estranei seguissero un pastore fino in cima a una montagna, gli ponessero una serie di domande, riprendessero ogni sua mossa e poi se andassero via così. Gli affari si conducono a cena, intorno a un tavolo. È necessario conoscersi, dimostrare di essere delle persone fidate che si interessano sul serio al loro lavoro, e dimostrare inoltre di riuscire a bere più di un sorso di raki (una grappa fatta in casa) senza poi comportarsi in modo strano. La troupe superò facilmente tutte queste prove. Il tempo di un coltivatore biologico sostenibile è assai prezioso, a meno che i cibi di laboratorio – come il mais geneticamente modificato e i formaggi trattati – non diventino miracolosamente dei cibi salutari. Sicchè, alle troupe televisive di programmi gastronomici va di gran lusso da queste parti: è garantito lo straordinario e con dei vantaggi a dir poco deliziosi! Si noti che i produttori di raki sostengono che si accompagna bene con qualsiasi pietanza. E che cura addirittura la timidezza. Il primissimo giorno di riprese pioveva a dirotto. La pioggia e i black-out contribuirono all’eccitazione generale. D’estate piove raramente, e gran parte delle riprese che avevamo organizzato era all’aperto, secondo lo stile del progetto. Allora presi il mio programma per la giornata e lo ficcai in fondo alla borsa: dopo tutto, adesso seguivamo i ritmi di Creta! Il nostro protagonista, un pastore, non aveva tempo per fare il formaggio – né per sé né per la telecamera. Di pastori ne conosciamo tanti, ma la storia di questo era davvero particolare, e poi volevamo riprendere gli splendidi scenari montani dove lui lavora. Durante la stagione turistica, a molti pastori non rimane che il tempo di guardare le pecore fra un lavoro e l’altro presso alberghi o ristoranti. Vendono il latte a piccole industrie, che di solito non sono aperte né al pubblico né tantomeno a una troupe televisiva. Fra le ragioni ci sono le loro ricette da matenere segrete e la superstizione che la nostra presenza avrebbe rovinato quella partita. Mentre facevamo uno spuntino alla taverna di un amico, gustando il suo fantastico formaggio, organizzammo al volo dei programmi alternativi. Yiannis ha un piccolo gregge di pecore e si dimostrò entusiasta di mungere le pecorelle davanti alle telecamere. Dovemmo aspettare alcuni giorni perché Yiannis mettesse insieme abbastanza latte affinché sua moglie, Despina, potesse fare il formaggio. Ma valse la pena aspettare per avere un assaggio del loro malakos – un formaggio fresco – direttamente dal pentolone. Despina ci preparò un banchetto eccellente e Yiannis suonò il liuto e cantò le più belle canzoni d’amore tradizionali. Fra le sue molte altre doti, egli è anche un musicista di professione: un’informazione che non avevamo trovato nella sua biografia di “formaggiaio”. Se credete che da queste parti vivano tutti una vita “slow” e rilassata, be’, ricredetevi pure! La signora Tassoula, la protagonista chef, proprietaria della splendida taverna che si affaccia sul mare, si fece prendere dal “panico da palcoscenico” e decise che nella sua cucina non voleva una troupe televisiva. Giudicando dalla sua personalità decisamente estroversa, supponemmo che fosse per mancanza di tempo: il figlio, infatti, aveva annunciato il suo fidanzamento, il che richiede una festa quasi immediata. La signora Tassoula cambiò idea e prendemmo accordi rispettando i suoi impegni. Davanti alla telecamera, stese l’impasto per il pita come fosse un’atleta consumata, facendo sembrare l’operazione semplice come se mettesse a bollire dell’acqua. Il formaggio mizithra fresco e il ripieno alla menta aspettavano da una parte. Non avemmo tempo per filmarla mentre faceva l’hortapita – una verdura selvatica pungente, avvolta nello stesso impasto di prima… ma per mangiarla il tempo lo trovammo! La bellezza di Creta sta nella spontaneità, a meno che non vi sia di mezzo una troupe televisiva… Se dalla signora Tassoula c’era una persona tutt’altro che timida davanti alla telecamera, questa era una nonnetta mingherlina, che faceva fuoco e fiamme in un angolo agitando il suo bastone. Diceva al mio compagno, Panos, che avrebbe dovuto sposarsi e smetterla di correre dietro a una gonnella diversa ogni sera. E per farsi capire meglio faceva un gesto eloquente con le mani. Steve, il cameraman, riprese la scena. Dubito che qualcuno la vedrà mai, ma fu davvero impagabile. Alcuni passanti quasi si gettarono di fronte alla telecamera. Poiché non stavamo riprendendo una partita di calcio, pensai a quanta pellicola e a quanto tempo sprecati. Ormai la troupe è talmente abituata, che sa lavorare anche in queste condizioni. Durante la dimostrazione su come infrollire il polipo e nel corso dell’intervista al pescatore giù al porto, si radunò una folla di negozianti e di turisti, i quali non si accorsero che la loro presenza disturbava le riprese rovinando il suono. Il motore di una barca della guardia costiera rombò per tutto il tempo... pareva quasi che aspettassero un pezzo grosso. Trattenni il fiato, in attesa che lasciassero il porto o spegnessero il motore, ma non accadde… Nikki Rose è una cuoca professionista, scrittrice e fondatrice dei “Santuari culinari di Creta, programmi di viaggio per preservare la nostra storia culinaria”. Lavora direttamente con i cuochi locali, gli agricoltori e gli scienziati di Creta per promuovere il commercio tradizionale e l’agricoltura biologica sostenibile. I suoi articoli già pubblicati e il suo libro di prossima pubblicaziones trattano questi argomenti e sono apparsi anche sulle pubblicazioni Slow Food, Athens News and Stigmes (Creta). www.cookingincrete.com nikki.rose@sbcglobal.net. Traduzione di Luisa Balocco


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388 Wto, il vertice dei veti incrociati

Da ieri è iniziato a Hong Kong il vertice della World Trade Organisation (WTO) che dovrebbe rilanciare la liberalizzazione degli scambi e invece non lo farà, paralizzato dai veti incrociati di Europa e America. La Banca Mondiale ha calcolato che, se davvero cadessero i sussidi e i dazi che Washington e Bruxelles mantengono in favore delle proprie agricolture, il Pil dei paesi più poveri crescerebbe di 86 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Ma dal 2001 è stato impossibile schiodare l’Europa dalla difesa intransigente di questa sua politica. E l’offerta appena proposta al tavolo di Hong Kong di un miliardo di euro di aiuti ai paesi più poveri appare poca cosa se si pensa che corrisponde ad appena la metà di quello che Bruxelles versa annualmente in sussidi soltanto ai produttori di olio d’oliva. L’80% delle sovvenzioni europee va al 20% delle fattorie più ricche, Europei ed Americani per sovvenzionare il burro spendono 11 miliardi di dollari all’anno, cioè più dell’intero Pil dell’Uganda. “Dobbiamo fare dei passi avanti sull’agricoltura o si ferma tutto”, ha denunciato il ministro del commercio estero del Brasile che guida il gruppo G-20 dei paesi emergenti. Così, mentre a Hong Kong sembrano avverarsi i presagi di un nuovo fallimento, a Kuala Lumpur sono riuniti i 16 capi di governo di una nuova associazione chiamata East Asia Summit formata dai “tigrotti” del sud est asiatico (Asean) più la tigre cinese e l’elefante indiano. Ed è la prima volta che Cina e India si uniscono in un’associazione che include tutta l’Asia orientale. L’impressione è che le nuove potenze asiatiche si preparino ad accordi di libero scambio tra di loro, visto che l’Occidente non ne è capace. Rimane il terribile dubbio: potranno mai Nord e Sud del mondo collaborare per migliorare il generale stato delle cose? Fonte: La Repubblica


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387 Presentato il calendario di appuntamenti di Lingotto Fiere per il 2006

Questa mattina, a Torino, è stato presentato alla stampa il nuovo calendario 2006 delle fiere e delle manifestazioni di Lingotto Fiere relativamente all’anno olimpico che sta per iniziare. La conferenza stampa si è aperta con l’intervento di Alfredo Cazzola, presidente del gruppo Promotor International, che ha ricordato l’importanza dell’anno 2005 nella storia di Lingotto Fiere: è avvenuta infatti in quest’anno appena trascorso l’acquisizione definitiva del quartiere fieristico di Lingotto da parte di Promotor International. Tra i 22 appuntamenti in calendario si trovano le già collaudate iniziative della Fiera Internazionale del Libro di Torino, dal 4 all’ 8 maggio 2006 e il Salone del Gusto dal 26 al 30 ottobre 2006. Tra l’altro, poco prima della conferenza stampa, tra Lingotto Fiere e gli organizzatori del Salone del Gusto è stata stipulata un’intesa che ne prevede la permanenza presso l’ex stabilimento Fiat per le prossime quattro edizioni, cioè fino al Salone del Gusto 2012 compreso. Lo stesso Cazzola ha dichiarato che al più presto sarà aperto un “tavolo operativo” con il Comune di Torino (che gestisce il Centro Congressi e la struttura dell’Oval) al fine di creare una forte sinergia tra le due realtà in grado di garantire nella città di Torino un polo fieristico di primo livello. www.lingottofiere.it


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386 Con quello del Gargano salgono a 3 i limoni italiani protetti

"Arriva la tutela comunitaria per il 'Limone Femminello del Gargano Igp' (indicazione geografica protetta) che andrà ad aggiungersi alle 153 specialità alimentari italiane che hanno già avuto il riconoscimento dell'Unione Europea, su un totale comunitario di 708". E' quanto evidenzia la Coldiretti nel sottolineare che per il terzo limone italiano Igp, dopo il Limone di Sorrento e il Limone Costa d'Amalfi, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee la domanda di riconoscimento e, se non verranno sollevate obiezioni entro i prossimi sei mesi, si procederà alla sua iscrizione nell'Albo delle denominazioni di origine dell'Unione Europea. La zona geografica interessata alla produzione e al confezionamento del Limone Femminello del Gargano Igp è nella provincia di Foggia e comprende i territori dei comuni di Vico del Gargano, Ischitella e Rodi Garganico, precisamente il tratto costiero e sub costiero settentrionale del promontorio del Gargano. "Grazie alla qualità ambientale del contesto in cui si produce, il Limone Femminello - sottolinea la Coldiretti - ha caratteristiche uniche per genuinità e, soprattutto, per la particolarità dei profumi che questa Igp presenta rispetto ai limoni prodotti nelle altre regioni italiane". Le denominazioni italiane protette sono attualmente 153, per la precisione 104 a denominazione di origine protetta e 49 a indicazione geografica protetta, assicurando al nostro Paese la leadership comunitaria. La categoria più “ricca” è quella ortofrutticola (45), seguita dagli oli d'oliva (37), dai formaggi (32), dai prodotti a base di carne (28), dai prodotti della panetteria (3), dalle spezie o essenze (3), dagli aceti (2), dalle carni e frattaglie fresche (2) e dai mieli (1). Fonte: Ansa


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385 La terra da coltivare è finita

La terra fertile è finita. Non ne rimane altra da aggiungere alle coltivazioni e agli allevamenti. Il resto sono metropoli in espansione e deserti che avanzano e poi malinconici scampoli di foreste sopravvissute e di ghiacci in via di scioglimento. Sono queste le dolenti note emerse dagli studi effettuati dal professor Navin Ramankutty insieme al Centre for Sustainability and the Global Environment (Sage) del Wisconsin-Madison: quasi il 40% delle terre emerse è sotto grave o gravissimo stress. Durante il meeting dell’Associazione geofisica americana tenutosi a San Francisco, il gruppo di ricercatori del Sage ha commentato i risultati ottenuti: le foto ad alta definizione fornite dai satelliti insieme ai dati forniti dalle nazioni hanno prodotto una mega-mappa planetaria di migliaia e migliaia di quadratini multicolori. Ciascuno copre una microsuperficie di 10 chilometri quadrati e racconta meglio di tante verbose analisi l’impetuosa avanzata dell’uomo. Dalle Grandi Pianure americane al Bacino dell’Amazzonia, fino all’Estremo Oriente, il fenomeno è di una sconcertante monotonia: “A parte qualche isolato frammento ancora esistente in America Latina e in Africa tutto è ormai intensamente sfruttato”, rivela lo studio del Sage. “E ciò che avanza”, sottolinea ancora il Rapporto, “è troppo gelido o troppo bollente per ospitare i familiari campi di grano”. Sembra dunque di essere arrivati a un punto di non ritorno. In alcune aree d’Europa e degli Usa, per esempio, la terra fertile sta addirittura diminuendo, divorata dal cemento delle concentrazioni urbane. L’esempio più evidente è proprio dato dalle metropoli americane, che si allargano sul 3% del territorio nazionale aggredendo oltre il 29% di terreno occupato dalle coltivazioni. Fonte: La Stampa


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384 IL VINO PIEMONTESE NEL 1800, CON OICCE, ALL’UNIVERSITA’ DI POLLENZO

Mercoledì 14 dicembre alle ore 17,30 sarà presentato presso il salone della storica Agenzia di Pollenzo Il vino piemontese nel 1800, nuova opera della Collana Fonti per la Storia dell’Enologia curata dall’OICCE (Organizzazione Interprofessionale per la Comunicazione delle Conoscenze in Enologia) per Edizioni Dell’Orso. Organizzato in collaborazione da OICCE, Università di Scienze Gastronomiche, Banca del Vino e Albergo dell’Agenzia, l’evento vedrà svolgersi il convegno Il vino piemontese nell’Ottocento - Successi e sfide dei vini piemontesi alla nascita della moderna enologia”. A questo tema si riconduce infatti il volume presentato che è frutto dei convegni storici organizzati dall’OICCE nel 2002, 2003 e 2004. Dopo l’introduzione affidata a Vittorio Manganelli (Direttore Università di Scienze Gastronomiche) e a Moreno Soster (Presidente OICCE), seguiranno gli interventi di Giusi Mainardi Il Generale P. F. Staglieno, Enologo di Carlo Alberto, e la nascita dei grandi vini rossi piemontesi; Giuliana Gay-Eynard Le trasformazioni ottocentesche della viticoltura piemontese, tra avversità e rinnovamento; Mario Castino Utopia e pragmatismo nella ricerca enologica nell’Ottocento in Piemonte; Pierstefano Berta Nuove tecniche per nuovi mercati fra XIX e XX Secolo. Questi interventi rimandano ai contenuti del libro che, insieme alle vicende del vigneto, racconta il processo di miglioramento tecnologico delle cantine, la sperimentazione di nuovi processi di vinificazione, la nascita dei grandi vini rossi piemontesi, i successi di un vino come il vermouth, divenuto simbolo di un’epoca, l’elaborazione dei primi spumanti. Si ripercorrono anche le ideazioni e l’impegno di alcuni celebri protagonisti della politica agraria ottocentesca, a cominciare da re Carlo Alberto con la sua Agenzia di Pollenzo, Camillo Benso, conte di Cavour, Ministro dell’Agricoltura, gestore attento della tenuta di Grinzane. Si esamina inoltre il contributo dato al settore vitivinicolo dagli eminenti soci dell’Accademia di Agricoltura di Torino e si vedono scorrere i nomi e le opere di persone che hanno reso grande l’enologia, non solo piemontese. Seguirà la visita alle storiche cantine, dove ha sede la Banca del Vino, durante la quale sarà possibile assaggiare alcuni esempi di vermouth tradizionali prodotti oggi in Piemonte. LA PARTECIPAZIONE È LIBERA. Per ogni informazione e per l'iscrizione, si prega di contattare la Segreteria organizzativa: Edizioni OICCE - Corso Libertà 65/a - 14053 CANELLI Tel: 0141.822607 - Fax: 0141.829314 - e-mail: info@oicce.it Banca del Vino Tel: 0172.458418 - web www.bancadelvino.it e-mail banca@bancadelvino.it


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383 Il Tema dei Legumi nella cucina calabrese

Martedì prossimo si terrà a Soverato, in provincia di Catanzaro, presso il Ristorante “Hotel San Domenico” in Via della Galleria, l’appuntamento con il tradizionale concorso gastronomico (giunto alla V edizione) promosso dal locale Convivium Slow Food. Al concorso potranno partecipare i soci iscritti all’Associazione Slow Food presentando uno o più piatti della tradizione calabrese, sul tema “i legumi nella cucina Calabrese” . Inoltre, ogni partecipante dovrà inviare una relazione scritta (Scheda Tecnica) sul piatto prescelto, illustrando succintamente la composizione della pietanza, la sua storia, le ragioni che ne hanno motivato la scelta e l’eventuale rivisitazione. Un’apposita commissione di esperti (Giuria Tecnica) nominata dal Convivium, provvederà a verificare l’attinenza del piatto proposto al tema oggetto del concorso, pena l’esclusione. Sarà valutata anche la relazione a cui sarà attribuito un punteggio che costituirà parte integrante del punteggio finale. La cena della serata, oltre alla degustazione dei piatti in concorso, avrà altre portate, in un menù a sorpresa curato da Concetta ed Enzo Romano del ristorante “Il giardino dei sensi” di Montepaone Lido. Il trofeo, che fa parte del patrimonio dell’Associazione, sarà consegnato dal vincitore dell’edizione precedente al vincitore della V edizione che lo terrà per un anno, con il compito di custodirlo e di renderlo visibile nelle manifestazioni esterne che il Convivium di Soverato promuoverà.


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382 Buono, pulito e giusto arriva a Roma

Mercoledì 7 dicembre 2005, alle ore 11, Giulio Einaudi editore e Slow Food presentano Buono, pulito e giusto. Principi di nuova gastronomia, di Carlo Petrini. L’evento si tiene a Roma (Palazzo Rospigliosi, Sala del Gran Consiglio, via XXIV Maggio 43) con la collaborazione di Coldiretti. Ne discutono con l’autore Gianni Alemanno, Ministro delle Politiche agricole e forestali, Piero Fassino, Segretario nazionale Democratici di Sinistra, Paolo Bedoni, Presidente Coldiretti. Coordina Paolo Gambescia, direttore del quotidiano Il Messaggero. Si tratta di un saggio in cui trova voce la nuova concezione della gastronomia che ha guidato le azioni e i progetti di Slow Food negli ultimi anni. « C’è ancora chi pensa ai gastronomi come a una cricca di mangioni egoisti, incuranti di ciò che sta loro attorno e per lo più appartenenti a un’élite facoltosa» dichiara Petrini. «Certo, il cibo può e dovrebbe essere un piacere, ma mangiare è anche un “atto agricolo”: selezionando cibi di buona qualità, prodotti con criteri di rispetto per l’ambiente e le tradizioni locali, favoriamo la biodiversità e un’agricoltura equa e sostenibile. Nell’ottobre del 2004, a Terra Madre, ho potuto constatare con grande emozione come oggi sia possibile l’incontro e lo scambio di esperienze tra le diverse comunità che producono cibo nel mondo secondo questi semplici criteri – buono, pulito e giusto; e come attraverso la diffusione e il confronto dei saperi tradizionali sia possibile disegnare per il nostro pianeta un futuro sostenibile. Abbiamo fame di cambiamento» conclude. «Perché allora non darci un progetto? Propongo la costruzione di una rete globale dei nuovi gastronomi che stabilisca un’alleanza tra le diverse comunità del cibo».


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381 Slow Food e Coldiretti contro il ‘falso’ alimentare

La lotta ai falsi e alle imitazioni che si moltiplicano sul mercato globale a danno dell'identità territoriale dei prodotti sono un vero ostacolo alla crescita sostenibile e devono rappresentare un passaggio fondamentale del negoziato WTO che si apre a Hong Kong per garantire un commercio leale e salvaguardare le produzioni tradizionali dalle contraffazioni internazionali, a vantaggio delle sviluppo locale. E' quanto afferma la Coldiretti, che ha collaborato con la Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus a "Eccellenti e Solidali", meeting organizzato per finanziare i Presìdi nei Paesi in via di sviluppo, con l'obiettivo di un collegamento forte e di un linguaggio comune fra chi produce cibo di qualità nelle varie aree del mondo. Esiste - sostiene la Coldiretti - un interesse comune per la tutela dei prodotti a denominazioni di origine nei confronti dei falsari internazionali: tra l'India per il riso Basmati e il Canada per il caviale di storione del lago di Témiscamingue, tra il Marocco con l'olio d'argan e l'Italia con il Parmigiano Reggiano, tra il Guatemala con il caffè Antigua e l'India con il tè di Darjeeling. Si tratta di realtà diverse per cultura, tradizione ed economia che - continua la Coldiretti - nel tempo della globalizzazione devono essere difese nei confronti dei "falsi d'autore" e dalla pirateria internazionale, a garanzia dello sviluppo locale, della valorizzazione del territorio e per la tutela dei consumatori. L'Italia, che sulle tavole globali offre il menu più apprezzato ma anche più imitato a livello internazionale, ha la responsabilità - afferma la Coldiretti - di accompagnare le iniziative di solidarietà per il sostegno dei prodotti locali con un forte impegno nei negoziati internazionali sul Wto che si aprono il 13 dicembre a Hong Kong, per salvare sul piano commerciale le eccellenze alimentari sapientemente conservate da imprenditori agricoli e pastori delle campagne del nord e sud del mondo. Fonte: Coldiretti


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380 In carrozza

Chris Arnot Ecco un assaggio-campione dell’ultimo numero (15) della rivista Slowfood, uscito il 25/11/2005. C’è qualcosa di deliziosamente decadente nel fare colazione con tutta calma in un vagone ristorante. Fuori dal finestrino, le grandi strade tutte uguali della periferia scorrono via, deturpate da rivendite di kebab e di hamburger e altri avamposti di quella che è giustamente definita “industria” del fast food. Ogni tanto il treno rallenta e si ferma accanto a marciapiedi dove pendolari dall’aria stanca stringono contenitori di cappuccino ormai freddo e a volte pacchetti già macchiati dall’unto di quello che si nasconde all’interno, che si tratti di un panino di pancetta o di un toast imburrato. Di solito sono uno di quelli che dal marciapiede guardano dentro, ma il bello dei treni che vanno e vengono dalla Liverpool Street Station di Londra è che si può assaporare la decadenza del vagone ristorante senza dover scucire i soldi per un biglietto di prima classe. Un altro aspetto positivo è che la compagnia ferroviaria che ha rilevato la concessione della vecchia Great Eastern ha assunto di recente un cuoco consulente per rinnovare il menù della colazione. La compagnia si chiama semplicemente One e il cuoco è Ian McAndrew, che ha diretto diversi locali di alto livello tra cui il 116 di Knightsbridge e il Restaurant 74 di Canterbury, che si è guadagnato la stella Michelin. Ma, soprattutto, è stato capo cuoco dell’esclusivo Wentworth Golf Club del Surrey. È uno che sa il fatto suo e, meglio ancora, conosce le aringhe affumicate, un elemento svilito, quasi estinto, delle colazioni ferroviarie. Una volta occupavano un posto di primo piano nel sontuoso vagone ristorante della compianta Brighton Belle. Come pure, mi piace pensare, il kedgeree, quel genere di piatto che associo ai film anteguerra in cui donne languide si presentano per la colazione in vestaglie di seta. Bene, McAndrew nel menù della One propone anche il kedgeree. Usa riso allo zafferano e merluzzo affumicato senza coloranti artificiali. Mmm… mi tenta! Ma in realtà sono le aringhe affumicate a solleticare la mia fantasia. «Molte di quelle che si vendono oggi sono colorate artificialmente – spiega McAndrew – Quelle che serviamo sui nostri treni sono state debitamente affumicate con legno di quercia». Sembra che sia la strada giusta per sventolare la bandiera della derelitta aringa: dopo tutto collega Londra con la costa orientale, dove una volta le aringhe affumicate, pescate sotto costa, erano un prodotto di base. Fino agli anni Sessanta era abbastanza comune che i villeggianti le spedissero via posta con la scritta “Un presente da Great Yarmouth” stampata sulla confezione. I giorni della grande pesca a Great Yarmouth sono finiti da tempo, e l’industria, più giù lungo la costa a Lowestoft, è in ginocchio. Una volta c’erano 120 pescherecci, oggi le barche sono meno di 30. Questa mattina sto andando proprio a Lowestoft per incontrare una famiglia che affumica aringhe da più di trent’anni. Prima però ho intenzione di assaggiare i prodotti sul treno delle 8 da Liverpool Street a Norwich. Il sole sta sorgendo sotto il braccio di una gru nell’East End quando mi viene servita un’arancia fredda appena spremuta seguita immediatamente dalla prima tazza di tè English Breakfast di Twinings. Per chi lo desidera, c’è una quantità illimitata di caffè dal profumo buono e forte. I miei compagni di colazione, tutti presi a far fruttare i soldi spesi, si dedicano a tazze di cereali o porridge; sono per lo più signori di mezza età, del genere uomini d’affari a giudicare dall’aspetto. Fa eccezione una sottile brunetta intenta a spazzare via una full English (14,95 sterline, con tanto di salsicce del Suffolk e sanguinaccio) come se ne andasse della sua vita. Un’altra eccezione è seduta davanti a me dall’altra parte del corridoio. Con una barba curata e gli occhiali sulla punta del naso, sembra James Robertson Justice nella parte del medico di certi vecchi film. Un chirurgo, scommetto. Basta guardare come smembra l’aringa affumicata con… precisione chirurgica, appunto. La fantasticheria è interrotta dall’arrivo della mia aringa, alla quale mi dedico subito con grande piacere. È stata affumicata leggermente con legno di quercia, con il risultato che la carne è tanto delicata quanto saporita. Gary Willdress, il cuoco a bordo, ha rimosso la testa e sfilettato per bene ciascuna aringa prima di servirla con spicchi di limone, una spruzzata di prezzemolo e una noce di burro che si scioglie in una pozza dorata nella valletta dove prima c’era la lisca. È sublime e direi che vale tutte le 12,95 sterline del prezzo, che tra l’altro comprende l’arancia spremuta, il tè o il caffè, i cereali o il porridge. Per non parlare del pane tostato caldo con una marmellata di arance amare fortemente astringente. Circa un’ora dopo aver posato coltello e forchetta mi trovo sul molo dei pescherecci di Lowestoft con George e David Bunning, padre e figlio la cui azienda familiare ha affumicato l’aringa che ho appena mangiato. George aveva 15 anni nel 1964 quando andò in mare per la prima volta. Sei anni dopo era capitano di un proprio peschereccio. Il mondo erano le sue ostriche – o perlomeno il merluzzo, la platessa, la sogliola, il gattuccio, l’aringa. Su tutta la costa orientale del Regno Unito spuntavano porti per la pesca, una situazione ben diversa dal molo pressoché deserto su cui ci troviamo ora. Le gru sono ferme e qua e là si aggira qualche barca piccola e vuota. Il pavimento del deposito dove si mette all’asta ciò che resta del pescato del mattino non è stato lavato da un bel po’. «Ai vecchi tempi lungo tutto il molo c’erano cassette di pesce – ricorda George – Tutt’intorno c’era gente che chiacchierava e scherzava, in attesa che aprissero i pub. Di solito restavano in mare per 12 giorni e poi 60 ore a terra». Inutile dire che per qualcuno le priorità, in quelle 60 ore, erano farsi pagare, riposare e ubriacarsi, ma non necessariamente in quest’ordine. «C’erano moltissimi pub a Lowestoft» sorride George con uno sguardo malinconico. Che cosa è andato storto? «Il prezzo del petrolio è salito e quello del pesce no», spiega in modo lapidario. Come molti altri pescatori, avrebbe fatto bancarotta dopo la crisi petrolifera del 1973 se non fosse stato per un consiglio del suocero, Tom Field: anziché vendere il pesce ai grossisti sui moli di Lowestoft, si spingeva per 80 miglia all’interno con la sua Ford Cortina fino alla fattoria di famiglia a Cranworth, nel centro del Norfolk. David Bunning prosegue il racconto: «Papà, mamma e il nonno hanno cominciato a vendere direttamente al pubblico. Portavano il pesce fresco nei vari paesi e rifornivano anche pub, ristoranti e in seguito farmers’ markets. Un sabato, al mercato di Swaffham, papà ha venduto 220 stone (1400 chili) di aringhe del litorale di Lowestoft. Sono più piccole e dolci delle altre e allora la domanda di quel pesce era superiore. Oggi la gente ne vuole un tipo più grosso, meno impegnativo da affumicare. Ecco perché ne importiamo così tante da Bergen in Norvegia. Sono grosse il triplo. Arrivano surgelate e vengono salate e affumicate qui». I Bunning hanno cominciato ad affumicare le loro aringhe all’inizio degli anni Ottanta. «Era il modo migliore per garantire la qualità», prosegue David. «Usiamo solo segatura di quercia e acciao inox per le attrezzature, per rispettare i moderni standard igienici». Ma che ne è delle aringhe che vivono lungo il litorale di Lowestoft? Se la domanda è tanto scarsa, se ne pescano ancora? «Un po’ sì – ammette David – ma i pescatori di qui non arrivano neppure alla loro quota. Sanno che se ne catturano troppe il prezzo crolla del tutto. Le vendiamo ancora a consumatori e ristoratori avveduti disposti a lavorare un po’ di più». E oggi quasi nessuno è disposto a lavorare un po’ di più, come ai bei tempi di George: «Le massaie erano ben contente di comprare il pesce con la testa, non sfilettato – afferma – per quanto mi riguarda, il pesce è come il manzo: ha un sapore migliore quando è ancora attaccato all’osso. Una buona aringa affumicata dovrebbe contenere tra il 18 e il 20% di grasso. Se ne ha di più diventa oleosa, se ne ha di meno è troppo asciutta. Quindi cerchiamo di utilizzare quelle pescate tra settembre e ottobre». I Bunning hanno messo in piedi un commercio fiorente con i pâté fatti con aringhe e altri pesci affumicati. «E il modo migliore per venderle alle donne più giovani è spiegare loro che vengono benissimo sul barbecue – aggiunge David – spennellatele con olio d’oliva, avvolgetele in un foglio di alluminio e avrete qualcosa di rapido e gustoso come antipasto mentre cuociono il pollo e le bistecche». «E dato che il barbecue si fa all’aperto – interviene George – non invadete la cucina di odore, che è la ragione per cui qualcuno rifiuta di cucinarle e le mangia solo al ristorante». O godendosi il piacere decadente di una colazione sul treno. Chris Arnot è un giornalista freelance inglese Traduzione di Davide Panieri


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378 Eventi nel Sannio: IN FATTORIA CON I PRODOTTI TIPICI DELLA VALLE CAUDINA E TELESINA

IN FATTORIA CON I PRODOTTI TIPICI DELLA VALLE CAUDINA E TELESINA Prima edizione 26-27 Dicembre 2005 DUGENTA (BN) La riscoperta delle tipicità, sottopone alla nostra attenzione una innumerevole quantità di prodotti che caratterizzano il ricco patrimonio, non sempre giustamente apprezzato, delle realtà interne della nostra regione. La giusta rivalutazione delle "Terre Antiche del Nocciolo" che propone la nostra regione, è un'ulteriore occasione per visitare con occhio sveglio, delle realtà che meritano grande attenzione per le loro ricchezze paesaggistiche e ambientali alle quali, spesso, sono legate produzioni come il nocciolo che possono essere volano per lo sviluppo economico. Già da tempo alcuni territori italiani, ricordiamo la Toscana, il Piemonte ma anche la nostra Irpinia, hanno legato a questo prodotto della natura le sorti del loro sviluppo, è opportuno che anche nostre belle realtà come Dugenta, ai confini tra Sannio e Terra di Lavoro, si inseriscano in questo percorso che può svolgere una funzione di traino per un'economia che ha bisogno di "eventi" continui per far conoscere piu adeguatamente la proprie ricchezze. Non solo nocciolo! Auguriamoci che le associazioni presenti sul territorio propongano anche altre iniziative per valorizzare un ambiente ricco di "scenografiche" aziende vitivinicole e di ricchi e produttivi meleti, una realtà che merita assolutamente di essere visitata e gustata il 26 e 27 dicembre prossimo, un'ottima occasione per arricchire gli itinerari natalizi. Organizzazione: tabula rasa tabularasa_eventi@yahoo.it Ufficio stampa. Prof. Domenico Tescione d_tescione@libero.it


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377 La Fiera dei Particolari/t/Terra e Libertà/Critical Wine

Dal 2 al 4 dicembre, presso lo Spazio pubblico autogestito Leoncavallo di Milano si terrà la seconda edizione della Fiera dei Particolari/t/Terra e Libertà/Critical Wine , dedicata a Luigi Veronelli, maestro del giornalismo enogastronomico, che ne ha sostenuto le riflessioni e le proposte con estrema decisione. Durante i giorni della manifestazione, 100 “Poeti della t/Terra” incontreranno i visitatori, offriranno in assaggio e venderanno a “Prezzo Sorgente” i frutti del proprio lavoro. Diverse le novità: la prima di quest’anno sarà la presenza, accanto ai vignaioli, dei produttori alimentari, provenienti dalla rete dei mercati autogestiti che i diversi soggetti promotori di t/Terra e Libertà/Critical Wine organizzano periodicamente nei centri sociali di alcune città italiane (tra cui Roma, Verona, Milano, Brescia, Bologna…). Le altre nuove proposte di questa seconda edizione saranno le Degustazioni d’Autore, condotte da Gigi Brozzoni (curatore della Guida Oro I Vini di Veronelli) e Gianni Emilio Simonetti (artista e teorico, già attivista di Fluxus e ideatore della rivista “La Gola”), la presentazione della rivista Sensibilità Planetarie (edita da DeriveApprodi) e l’anteprima assoluta della Carta dei Vini t/Terra e Libertà/Critical Wine, prima filiera al mondo basata sull’Autocertificazione e sul Prezzo Sorgente. Numerosi anche gli interventi nel corso dei dibattiti: da Gianni Mura (giornalista de La Repubblica), a Francesco Arrigoni (giornalista del Corriere della Sera) e Leonardo Valenti (agronomo ed enologo di fama internazionale, docente del Dipartimento di Produzione Vegetale. Fonte: www.criticalwine.org


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376 Ancora dubbi sugli Ogm

Un esperimento pluriennnale con piselli modificati geneticamente è stato interrotto in Australia per motivi di sicurezza. I topi che si sono nutriti di questi legumi hanno infatti contratto una malattia ai polmoni. Secondo Thomas Higgins, vicedirettore dell'istituto di ricerca australiano CSIRO (Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation), la reazione dei roditori è dovuta probabilmente alla mutazione di una proteina e potrebbe avvenire anche nell'uomo. La Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation era riuscita a creare nel sud dell'Australia un campo di piante di piselli resistenti praticamente al 100% alle infestazioni da parte degli insetti. Quello che in un primo tempo sembrava un successo per un progetto costato milioni di dollari e dalla durata di 10 anni, ha dovuto però essere bruscamente interrotto quando in un test i piselli sono stati dati da mangiare ai topi: gli animali hanno sviluppato un'infiammazione ai polmoni. "La reazione dei topi alla proteina potrebbe rispecchiare quanto potrebbe avvenire nel corpo degli esseri umani", ha spiegato Higgins all'emittente ABC. "Non abbiamo una prova che ciò avvenga, ma esiste la possibilità che si verifichi", ha aggiunto il ricercatore commentando i risultati dello studio pubblicato sul "Journal of Agricultural and Food Chemistry". L'allarme ha imposto l'immediato stop al progetto e i ricercatori stanno ora pensando a distruggere tutti i piselli. Fonte: www.beppegrillo.it


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375 La soia italiana guarda a Est

Il Ministero delle Politiche agricole guarda a Est. La Russia, la Romania, la Bulgaria ma soprattutto l'Ucraina sono le mete sulle quali è concentrato il suo interesse. L'obiettivo? La produzione di soia Ogm-free per l'Italia in questi Paesi. La proposta è stata presentata in occasione di un convegno sulle alternative di importazione di soia Ogm-free per l'agroalimentare italiano di qualità. "Ogni anno, l'Italia importa 3,2 milioni di tonnellate di farine di soia destinate all'alimentazione della zootecnia italiana; - spiega Giovanni Posani Loewenstein, rappresentante dell' Ufficio rapporti internazionali (Uri) del Ministero - il nostro Paese, per il 90%, dipende dalle importazioni e i principali Paesi esportatori sono l'Argentina, il Brasile e gli Stati Uniti". Riguardo alla possibilità che quella importata sia soia Ogm "non c'è nessuna certezza", ha affermato il ministro Gianni Alemanno, intervenuto al convegno. La proposta italiana sarebbe, dunque, quella di sottrarsi al giogo dell'importazione e fare squadra tra industria dei mangimi, trasformatori, distributori e utilizzatori italiani per controllare direttamente la produzione agricola di base, stipulare accordi di coltivazione su grande scala e accordi per la trasformazione del prodotto in modo da produrre soia Ogm-free sul suolo rumeno, russo, ucraino o bulgaro. Le garanzie che si tratti di soia Ogm-free verrebbero date - secondo l'Uri - dal controllo di tecnici italiani che monitorerebbero le fasi di produzione, dalla semina al raccolto e adotterebbero il sistema dell'etichettatura. Le potenzialità produttive dei Paesi individuati, si apprende dallo studio presentato dall'Uri, sono ancora largamente sottoutilizzate. Sulla base dei dati Fao, l'Italia importerebbe ogni anno, solo con il frumento, il mais e la soia, l'equivalente di una superficie agricola di 3,40 milioni di ettari, un'estensione pari ad una Pianura Padana e mezzo. Nei prossimi dieci anni - secondo l'Uri - sarà il consumo cinese a influenzare il mercato. Da sola, la Cina coprirà il 75% dell'aumento di import mondiale previsto nei prossimi 10 anni. Se fosse possibile organizzare una parte della domanda italiana - conclude lo studio - si potrebbe procedere con gli incontri nei Paesi oggetto dello studio e questa proposta potrebbe, addirittura, costituire un volano per un processo di internazionalizzazione del sistema agroalimentare italiano, non solo sul piano dell'export ma anche sul quello del controllo delle materie prime. Fonte: Ansa


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374 La Svizzera boccia gli Ogm

I consumatori elvetici hanno bocciato gli organismi geneticamente modificati (Ogm): con il 55,7% di voti favorevoli, gli svizzeri hanno infatti appena approvato attraverso il referendum una moratoria di cinque anni sugli Ogm nell'agricoltura. Il bando è stato inoltre approvato all'unanimità da tutti i 26 cantoni e semi cantoni della Confederazion elvetica. Una circostanza rarissima. L'esito dello scrutinio dota la Svizzera di norme Ogm tra le più severe in Europa. Il testo prevede « il divieto dell'importazione e della coltivazione di piante, parti di piante e sementi geneticamente modificate in grado di riprodursi e che sono destinate a essere usate all'aria aperta, a fini agricoli o forestali ». Stabilisce inoltre un bando di cinque anni per animali transgenici destinati alla produzione di alimenti o di altri prodotti agricoli. Mentre né le importazioni di alimenti contenenti Ogm né la ricerca sono colpiti dal divieto. Il referendum è stato promosso da un comitato composto da ecologisti, agricoltori e gruppi per la difesa dei diritti dei consumatori che ha raccolto ben oltre le 100mila firme necessarie per sottoporre un'iniziativa popolare al voto. Per la Federazione svizzera dei consumatori, si tratta di "un segnale chiaro" da parte degli svizzeri che non vogliono Ogm nei loro piatti. Anche il Ministro delle Politiche agricole e forestali Gianni Alemanno ha così commentato: «Il risultato del referendum sulla moratoria degli Ogm in Svizzera deve far attentamente riflettere: è una voce profonda che viene dal cuore dell'Europa». Fonte: Ansa


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373  WTO: Carni, se l’Europa decide di liberalizzare a rischio migliaia di posti di lavoro

La filiera dei produttori di carni e di prodotti a base di carne in Europa ha denunciato, nei giorni scorsi a Bruxelles, il rischio di perdere nelle aree rurali oltre 600.000 posti di lavoro diretti, se dovesse procedere la recente proposta da parte della Comunità Europea nei confronti del Wto di liberalizzare il commercio mondiale nel settore delle carni. "Noi accettiamo un processo equilibrato per la liberalizzazione del commercio e non una minaccia per il settore europeo", aveva dichiarato la "Piattaforma europea della carne" al termine di una riunione tenutasi a Bruxelles. Per l'intera filiera, "l'offerta della Commissione rappresenta una vera e propria minaccia per l'agricoltura europea - e più in particolare per il comparto delle carni - a causa dell'accresciuta apertura del mercato". In particolare – aveva denuncia il Comparto - "non sono stati presi in considerazione i fattori non commerciali che rappresentano un costo stimato a oltre 10 miliardi di euro l'anno". Si tratta di tutte le norme di produzione a cui devono sottostare allevatori, trasformatori e industriali dell'Ue, che vanno dalla sicurezza alimentare alla qualità degli alimenti, dalla tracciabilità al rispetto dell'ambiente, al benessere degli animali. Per la filiera delle carni - bovine, suine, ovicaprine e pollame - "la Commissione europea ha completamente ignorato queste preoccupazioni non commerciali nella sua ultima offerta al Wto per quanto riguarda l'accesso al mercato. Si tratta di fattori che i cittadini hanno diritto di esigere e che dovrebbero essere ricompensati dal mercato. Altrimenti, in queste condizioni la concorrenza solo sulla base dei prezzi non può essere equa". Per allevatori e industriali europei della carne, se le riduzioni tariffarie offerte verranno interamente applicate, non solo si andrà verso "la soppressione di oltre 600.000 posti di lavoro diretti nel settore, ma si assisterà ad un drammatico crollo dei prezzi e della produzione e ad una conseguente dipendenza dell'Europa dalle importazioni alimentari". Fonte: Ansa


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372 Terra Madre in Spagna

Il Coordinamento dei Convivium spagnoli, in previsione del secondo incontro mondiale delle Comunità del Cibo (Terra Madre 2006), organizza il “I° Encuentro Nacional por la Biodiversidad y la Alimentación” con l’intento di riunire circa 200 tra produttori ed organizzazioni che, a livello locale, già lavorino in favore di valorizzazione e difesa della biodiversità. Una tre giorni di conferenze e dibattiti, un’occasione di confronto e di scambio di conoscenze, allo scopo di generare strategie comuni di cooperazione e scambio e di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di conservare e recuperare la nostra diversità alimentare. La manifestazione si svolgerà nel Rincón de Ademuz, un’area rurale dell’interno, nota per il suo patrimonio agricolo e alimentare e lo sviluppo d’iniziative a favore dell’integrazione delle attività produttive tradizionali con le questioni ambientali (El Rincón de la Biodiversidad). Qui si riuniranno agricoltori, allevatori, distributori, trasformatori, cuochi, consumatori, gastronomi e ricercatori: un’ampia e variegata rete di enti, comunità e persone disposte a conservare e recuperare pratiche agricole tradizionali, metodi artigianali per elaborare e consumare il cibo, restituire dignità culturale all’alimento, promuovere l’educazione al gusto e difendere la biodiversità alimentare. Sono previsti incontri e dibattiti dalla tematiche estremamente attuali, fra cui “Patrimonio alimentare: conoscenza e promozione”, “Cucina, ristorazione e biodiversità”, “Programmi e reti di iniziative per la valorizzazione e il recupero della biodiversità alimentare”. Fra i vari partecipanti, il membro della Direzione Internazionale di Slow Food, Rafael Perez. Per maggiori informazioni: www.elrincondelabiodiversidad.org


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371 Latte e zafferano

di Erica Galardo Ormai abituati ad avere pronta in tavola, sistemata su un piatto qualunque, una ragionevole porzione del nostro formaggio preferito, non pensiamo ad altro che ad addentarlo quanto prima oppure ad affondarci la forchetta impugnata con fare bellicoso. Eppure dietro ad un alimento, per molti ormai scontato nonostante si stenti a crederlo, c’è davvero una grande storia, specialmente quando si tratta di formaggio fresco allo zafferano. A Ceseggi di Sellano – ci troviamo in Umbria, provincia di Perugia - i fratelli Lanini gestiscono una piccola produzione di formaggi ovini tipici. Il numero di animali di cui dispongono è assai ridotto: si tratta, infatti, di circa 200 capi di bestiame di razza Sopravissana, originaria dalla pecora Vissana incrociata dalla seconda metà del 1700 con arieti Mérinos spagnoli. Fare il formaggio non è semplice, in particolar modo se nella scala di valori di un casaro compare al primo posto la parola “qualità”, che comincia dall’animale stesso e dall’ambiente che lo circonda. La Val Nerina non si smentisce: qui la vista si perde tra morbide, verdeggianti colline e un azzurro vivace, e Luca, uno dei fratelli, assicura di non essersi mai pentito di aver abbandonato la città in favore un tale spettacolo. Questa valle, ricca di erbe profumate, è un luogo di produzione casearia ideale e dagli animali che vi sono allevati in stato semibrado è possibile ottenere un latte eccellente per produrre grandi formaggi di pecora. Questo formaggio fresco ne è un valido esempio, ma con un aggiunta davvero particolare alla preparazione: lo zafferano. I fratelli Lanini si ritengono “produttori di nicchia” poichè questa particolare tipologia di prodotto è acquistabile solo da privati che li raggiungano nella loro accogliente abitazione, non è disponibile al supermercato. Il formaggio in questione è ottenuto da circa 90 litri di latte ovino, in parte proveniente dalla mungitura della sera antecedente la preparazione e in parte dalla mungitura del mattino stesso, che viene portato molto lentamente alla temperatura di 36° in una caldaia di acciaio di piccole dimensioni. A questo punto vengono aggiunti i pistilli di zafferano, precedentemente diluiti in un recipiente di acqua calda e lasciati riposare due ore. Il liquido che ne deriva ha un colore rossastro molto acceso e quando viene versato nel latte si disperde, conferendogli una tenue sfumatura aranciata. Quindi si procede con l’aggiunta del caglio; i Lanini si servono di quello d’agnello in pasta, prima disciolto in acqua e poi filtrato. L’attesa è ora di circa 30-40 minuti per la coagulazione. Poiché lo zafferano tende a concentrarsi in superficie, Luca preferisce mescolare il coagulo per favorire il disperdersi omogeneo della spezia per poi rompere la cagliata con lo spino. Il coagulo è quindi separato dal siero e sistemato in piccole formine di plastica dove viene pressato leggermente con le dita e rigirato 4-5 volte per favorire la fuoriuscita del siero. Quando la pasta comincia a risultare piuttosto consistente e a prendere forma può essere estratta dai cestelli e il formaggio così ottenuto è pronto per essere degustato. I Lanini lo consigliano servito sia da solo, oppure con una leggera spolverata di pepe e un filo d’olio extravergine d’oliva, rigorosamente umbro. In entrambe le varianti è possibile percepire il gradevolissimo sentore dello zafferano, che esalta la freschezza della pasta e il gusto armonico del latte. La scelta di abbinare questo formaggio fresco ad una spezia come lo zafferano ha radici lontane, rintracciabili nella storia di questa regione. Facendo un passo indietro nel tempo, intorno ai secoli XVI-XVII, si è, infatti, scoperto che la produzione di zafferano era una delle più fiorenti proprio in Umbria, in particolare nella zona di Cascia e nell’antico ducato di Spoleto. Qui si svolgevano veri e propri mercati dello zafferano dove i mercanti ebrei lo commerciavano dopo averlo acquistato nelle frazioni vicine. Purtoppo, dal momento che la raccolta e la lavorazione sono completamente manuali, solo pochi hanno deciso di investire nel tempo in questo tipo di coltivazione. Oggi, grazie agli incentivi regionali, circa 30 coltivatori hanno ricominciato a piantare questi bulbi che danno origine ad una piantina di circa 35 cm, caratteristica per il suo fiore di straordinaria bellezza dal colore lilla rosato. Dagli stimmi, tre per fiore, di un intenso colore rosso si ottiene una delle spezie più costose al mondo, il cosiddetto “oro giallo”: servono, infatti, circa 150.000 fiori per produrre 1 kg di stimmi essiccati e il costo dello zafferano si aggira intorno ai 25 euro il grammo! Utilizzando questa spezia si produce un formaggio straordinario: attraverso il sapore di latte fresco di pecora e l’aroma iodato di zafferano si ripercorrono le tradizioni storiche e tipiche dell’Umbria, ci si lega al suo territorio. Avendo riproposto questo sposalizio di ingredienti semplicissimi, provenienti da una valle ricca di passato, i fratelli Lanini offrono implicitamente un’occasione per il ritorno al gusto. Erica Galardo studia all’Università di Scienze Gastronomiche, Pollenzo


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370  C’è bisogno d’acqua

Un Paese in via di sviluppo su cinque potrebbe non avere acqua a sufficienza entro il 2030. Alla stessa data, vi saranno due miliardi di persone in più da sfamare, la maggior parte nel Sud del mondo. Per soddisfare l’aumento della domanda, secondo le stime della Fao, bisogna poter far affidamento su un alleato: l'acqua, soprattutto quella utilizzata per irrigare i campi. Peccato però che proprio nei Paesi che più ne avrebbero bisogno la percentuale di campi irrigati sia fra le più basse. A fare il punto sullo stato dei rapporti tra l'acqua e lo sviluppo agricolo sono stati esperti e rappresentanti delle Istituzioni nel corso della 33a conferenza biennale della Fao che si sta tenendo a Roma. Il 70% della popolazione africana dipende dall'agricoltura ma solo il 7% dei terreni agricoli è irrigato, una percentuale che scende al 4% nella regione sub-sahariana dove vengono utilizzate solo il 3% delle risorse di acqua a disposizione contro il 20% dell'Asia, la cui quota di campi irrigati è molto più elevata ed arriva al 42%. "In Africa il sistema prevalente è quello pluviale - sottolinea il responsabile del servizio valorizzazione e gestione delle risorse idriche della Fao, Pasquale Steduto - che, però, a causa dei cambiamenti climatici diventa di giorno in giorno più insicuro". Il controllo dell’acqua è stato identificato come il "primo pilastro" per garantire lo sviluppo all'interno del Programma di sviluppo agricolo dell'Africa al quale lavora anche la Fao. Secondo gli esperti, un investimento annuale di 2 miliardi di dollari potrebbe portare ad un aumento tra i cinque e i sette milioni di ettari di terreni irrigati entro il 2010, pari ad una crescita del 50%. Fonte: ansa


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369  Maxi sequestro di latte avariato

Dalle prime ore di questa mattina gli uomini del corpo forestale dello Stato sono impegnati in tutta Italia per sequestrare circa 30 milioni di litri di latte per bambini della Nestlè: praticamente tutto il quantitativo disponibile con scadenza settembre 2006. A firmare l'ordinanza di sequestro è stato il procuratore capo di Ascoli Ponticelli, titolare dell'inchiesta. Il latte risulta avariato da una sostanza prodotta dalla confezione che contiene il latte. Queste le tipologie di latte sotto sequestro: Mio; Mio Cereali; Nidina 2; Nidina 1 (quest'ultimo con scadenza maggio 2006). Un primo sequestro di due milioni di litri riguardante solo latte Mio e Nidina 2 era avvenuto il 9 novembre, ora però le analisi hanno accertato che tutte le confezioni in scadenza a settembre 2006 sono contaminate e quindi vanno ritirate dal mercato. In realtà, spiegano dalla Forestale, non è ancora stato stabilito se la sostanza sia tossica o meno ma aveva comunque alterato il latte: da qui la necessità di ritirarlo. Oltre che nei supermercati, negozi e farmacie, i sequestri sono in corso anche nei magazzini di stoccaggio. La Nestlè, fanno comunque sapere dalla Forestale, ha già sostituito il contenitore incriminato: i prodotti sugli scaffali dei negozi con scadenza da ottobre 2006 possono quindi essere acquistati senza alcun problema. Fonte:www.repubblica.it


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368 Cremonini ‘cade’ in borsa

Record di ascolti per «Report» domenica scorsa e forti vendite in Borsa per Cremonini. I titoli del gruppo di Castelvetro, all'indomani della trasmissione di «Rai3» che ha proposto un'inchiesta sul mercato delle esportazioni di carne in scatola, hanno chiuso una settimana difficile a Piazza Affari con una perdita complessiva del 5%. Negativo il bilancio anche della controllata Marr che ha perso, nello stesso periodo, il 2,81%. Piazza Affari ha quindi reagito male all'inchiesta della trasmissione di Rai3 dal titolo "Il re della bistecca" nella quale sono stati mostrati documenti che proverebbero come in alcuni casi Cremonini abbia fornito a Paesi in via di sviluppo partite di carne in scatola avariata approfittando delle sovvenzioni dell'Unione europea. Non si esclude la battaglia legale. Il gruppo ha immediatamente espresso una «ferma smentita delle notizie non veritiere che sono state comunicate nel corso della trasmissione, soprattutto con riguardo a fatti che non hanno reale riscontro nella realtà». In particolare il gruppo ha sottolineato che «in relazione a tutte le vicende delle quali è stata fornita notizia, non è mai stato accertato alcun problema relativo alla salubrità dei prodotti alimentari distribuiti da società del gruppo». Anche il ministro per i rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, ha criticato la trasmissione che «ha tentato di distruggere l'immagine di una grande azienda italiana». Decisa la risposta di Milena Gabanelli che cura e conduce in studio la trasmissione. «L'inchiesta era molto documentata e il gruppo Cremonini, al quale abbiamo insistentemente chiesto di spiegare le vicende, si è rifiutato di partecipare al contraddittorio». La puntata di Report andata in onda domenica sera ha ottenuto il 14,69% di share ed è stata vista da oltre 3 milioni di telespettatori. Fonte: Greenplanet.net


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367 Viaggio nella tradizione norcina italiana

Dal 21 al 25 novembre gli studenti iscritti al I° anno dell’Università di Scienze Gastronomiche saranno in stage attraverso il Piemonte, il Friuli e la Toscana. Nel basso Piemonte, si avvicineranno alle piccole produzioni artigianali di salame delle Valli Tortonesi (ora Presidio Slow Food), studiandone le varie fasi produttive. Ospiti dell’agriturismo Cà dell’Aglio, durante il soggiorno conosceranno l’attività del locale Consorzio Salumai, visiteranno allevamenti, aziende, piccoli produttori quali Cascina Capanna, Corte dei Brignano, Lino Arsura e Andrea Fittabile. Il viaggio prevede anche un momento di studio dell’ormai famoso formaggio Montebore, uno dei primi esempi di Presìdi Slow Food. Un itinerario particolare è quello che porterà i ragazzi a conoscere l’antica tradizione dei salumi d’oca in Friuli. A Palmanova, presso l’azienda Jolanda de Colò e a Frafano di Ronchis, presso l’allevamento Driussi, conosceranno una produzione legata alle secolari consuetudini alimentari del mondo ebraico che non contemplano l’utilizzo di carne di maiale. Ancora in Friuli un altro gruppo farà tappa a San Daniele, patria dell’omonimo prosciutto DOP. Guidati dagli esperti del Consorzio del Prosciutto San Daniele, scopriranno la filiera produttiva, visitando l’allevamento Zualt di San Vito di Magagna, aziende industriali (prosciuttificio Morante) e artigianali (prosciuttificio Bagatto), e il macello Uanetto di Castions di Strada. In Toscana, infine, i ragazzi faranno base a Greve in Chianti, guidati dai maestri norcini dell’Antica Macelleria Falorni, da otto generazioni produttori di salumi di altissima qualità. Gli studenti visiteranno allevamenti di antiche razze autoctone bovine come la Chianina e suine come la Cinta Senese (presso l’allevamento La Chianina a Vico d’Arbia e l’azienda agricola La Fornace di Colle Val d’Elsa). Inoltre, degusteranno i vini del territorio presso le Cantine di Greve in Chianti e conosceranno gli oli dell’azienda Pruneti di San Polo in Chianti, mentre saranno ospitati nella Tenuta di Nozzole di Ambrogio e Giovanni Folonari. Ancora in Toscana, ma questa volta nell’area montana del parco nazionale delle Foreste Casentinesi, a cavallo tra Toscana ed Emilia Romagna, si studieranno le peculiarità del prosciutto del Casentino, Presidio Slow Food. Gli studenti saranno ospitati presso l’azienda agricola e agrituristica Raggioli a Poppi, dove inizieranno a conoscere la storia del Presidio. Accompagnati dei tecnici della Comunità Montana del Casentino, visiteranno inoltre l’azienda agricola Ricci-Bellucci di Sabbiano e gli allevamenti nella zona di Pratovecchio, Ortignano-Raggiolo e della Val di Chiana. www.unisg.it/ita/progstagetematici.php


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366 Mediterraneo, al via i negoziati per agricoltura e pesca

I 25 stati membri dell'Unione hanno dato mandato di procedere alla Commissione europea per l’avvio di negoziati con i paesi euromediterranei al fine di ampliare gli scambi di prodotti agricoli e della pesca tra l'Europa e il Sud del Mediterraneo. Da adesso, dunque, verranno concordati i tempi per iniziare le discussioni con Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Marocco, Autorità Palestinese e Tunisia. L'iniziativa vuole essere espressione della volontà europea di portare avanti una politica euromediterranea concreta, anche in vista del vertice del 27 e 28 novembre per il decennale della Dichiarazione di Barcellona. L'auspicio della Commissione europea è di portare a termine, in tempi brevi, le trattative "in modo da permettere l'entrata in vigore degli accordi riveduti, preferibilmente a decorrere dal primo gennaio 2007”. Questa data permetterebbe - rileva Bruxelles - l'attuazione dei necessari adeguamenti per poter completare la liberalizzazione degli scambi agricoli e della pesca entro il 2010, come previsto dal processo di Barcellona. Particolarmente soddisfatta la commissaria europea per l'agricoltura, Mariann Fischer Boel, secondo cui "la liberalizzazione degli scambi rappresenta una priorità della politica europea di vicinato…È chiaro – ha aggiunto - che dovremo procedere con gradualità e tener conto della sensibilità di alcuni prodotti". Infatti, se l'apertura verso il sud del Mediterraneo è particolarmente importante, per alcuni prodotti - ad esempio gli ortofrutticoli - Bruxelles ritiene necessario proteggere gli agricoltori Ue dalla concorrenza dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo, che possono contare su bassi costi di produzione e manodopera. Sul fronte della politica della pesca, il commissario europeo responsabile, Joe Borg, ha tenuto a sua volta a precisare che la "liberalizzazione dei prodotti della pesca porterà dei benefici economici ed incoraggerà la cooperazione per assicurare la pesca sostenibile nel Mediterraneo". I negoziati riguardano tutti i prodotti agricoli e della pesca ma anche aspetti non commerciali come lo sviluppo rurale, gli ostacoli tecnici agli scambi, le questioni sanitarie e la politica della qualità. Fonte: Ansa


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365 Il Grande San Toro

di Sévérine Petit Aminata Traoré, ex-ministro della Cultura e del Turismo del Mali, nonché esponente africana dell’altermondialismo, è una pasionaria impegnata per un Africa che deve cambiare. Sostenitrice di soluzioni africane da mettere in pratica nel campo dell'alimentazione, dell'abbigliamento e delle costruzioni, Aminata ha creato dieci anni fa il San Toro, un ristorante-galleria d’arte nel quartiere Hippodrome, sulla strada di Koulikoro a Bamako. La sua iniziativa ha permesso non solo la creazione di posti di lavoro in seno al ristorante, ma ha anche assicurato sbocchi commerciali agli artigiani locali che espongono le loro opere al San Toro. La cornice della cena (dipinta, scolpita e forgiata) è molto elegante, maliana al 100 %, mentre nel grande cortile riparato dalla strada polverosa, due musicisti intrattengono gli ospiti suonando il balafon (xilofono africano) e la cora, celebre strumento di lavoro mandingue dei griots, i cantastorie-musicisti custodi dell’arte e della cultura tradizionale. Il Mali è un mosaico di etnie, ma al San Toro la tradizione gastronomica è di origine bambara, l’etnia maggioritaria, anche se i piatti sono sapientemente elaborati dai cuochi dogon nascosti in cucina. Gruppo etnico mitico, i dogon abitano la Falaise di Bandiagara nella regione del medio Niger. In questo paesaggio lunare, sono famosi per la loro abilità nella costruzione di piccole dighe in pietra, indispensabili all’irrigazione, e di terrazze coltivate a scalogno sulle rocce. Il menù è a base di pesce del fiume Niger (il capitaine (Lates niloticus), servito su lunghi spiedini di ferro battuto), oppure di carne (i polli bicicletta, polli di piccole dimensioni che s’incontrano per le strade della città, il montone e la carne bovina). Gli accompagnamenti sono tipici della sotto-regione africana: l’aloco, una frittura di banane plantain, l’insalata di niébé, i gustosi fagioli neri autoctoni, il couscous di riso o di miglio, l’attiéké, la semola di manioca, o il couscous di fonio, cereale-simbolo africano molto saporito ma di difficile preparazione. Il fonio è considerato come il più antico cereale dell’Africa occidentale, e nella cosmogonia del popolo dogon il chicco di fonio, chiamato po, costituisce il «germe del mondo». Le salse che aggiungono un tocco di colore a questi piatti raffinati sono preparate con cocco, arachidi, foglie di baobab o con i datteri, che non ci fanno scordare come un’ampia area del Mali sia desertica. Anche le bevande seguono la filosofia del ««tutto africano»: nessuna lattina ‘globalizzata’ sul tavolo, si bevono soltanto profumati succhi di frutta per accompagnare il pasto. Succo di tamarindo, bissap (ibisco), zenzero, mango… Nell’immaginario collettivo e per la critica gastronomica, la cucina africana rimane ancora quella preparazione pesante ed eccessiva a base di cereali poco vari - riso, miglio, maïs, etc. – e di molti grassi, concepita per i lavoratori nei campi. Le usanze di consumo, però, variano e seguono i ritmi di un continente che cambia. La gastronomia africana esiste, e il San Toro è un esempio di come valorizzarla. E anche se spesso s’incontrano più occidentali che maliani ai tavoli del San Toro, i piatti tipici rivisitati con sapienza, segno di una ricchezza di cultura e di risorse, rappresentano un’invitante espressione di quell’alternativa africana di cui è portavoce Aminata. www.san-toro.org Sévérine Petit works at the Slow Food International office


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364 Agricoltura senza cultura?

di Eve L. Crowley Siamo qui oggi per celebrare la giornata mondiale per l'alimentazione. Ma in realtà molta gente nel mondo, 850 milioni per l'esattezza, non hanno ragioni per celebrare questa giornata, non hanno abbastanza cibo per nutrirsi e soffrono la fame. Non è semplice afferrare il significato di questa data. 850 milioni è un gran numero: 850 milioni di persone è come prendere l'intera popolazione dell'Italia, inclusi voi, e moltiplicarla per 15 volte. Sono sicura che voi concorderete che questo è inaccettabile. 15 Italie sono troppe persone affamate oggi. Le Nazioni del mondo hanno concordato che la maggiore priorità per questo Millennio e di ridurre la povertà e la fame. Al vertice del Millennio, tenutosi nel 2000 e al vertice mondiale per l'alimentazione tenutosi nel 1996, tutti i paesi hanno concordato nell'impegnarsi per dimezzare, tra il 1990 e il 2015, la proporzione di persone che soffrono la fame. Ma i progressi verso il raggiungimento di quest'obbiettivo sono lenti. Quest'anno la giornata per l'alimentazione ha per tema: "agricoltura e dialogo interculturale", cioè vuole celebrare il contributo della diversità culturale alla lotta contro la fame. II titolo del mio discorso di oggi è "Dove sarebbe l'agricoltura senza la cultura?". Se guardiamo alle origini del significato della parola cultura, si riferisce a un luogo arato, custodito, coltivato, curato, venerato e abitato. Questo perchè, è soltanto dopo l'addomesticamento di specie coltivabili e animali selvatici, e lo sviluppo dell'agricoltura circa 10,000 anni fa, che le popolazioni umane furono in grado di stabilirsi e iniziare a specializzarsi. Da quel momento in poi, essi non furono soltanto in grado di produrre cibo, ma anche di intrecciare e tessere, lavorare il ferro e l'argilla, scrivere e sviluppare la loro sfera spirituale. E' chiaro che l'agricoltura non è mai stata esclusivamente un'attività economica. L'agricoltura non ha un'etichetta del prezzo. E' un modo di vivere, un’eredità, un’identità culturale, un patto antico con la natura. L'agricoltura è profondamente legata alle credenze religiose, a valori e rituali dell'alimentazione e al rispetto dell'ambiente naturale. A sua volta, la conoscenza, le credenze e le pratiche culturali permettono all'agricoltura di sfamare una popolazione in continua crescita, e allo stesso tempo il mantenimento delle risorse di base per le generazioni future. L'idea chiave che vorrei comunicarvi oggi è che l'agricoltura dipende dalla cultura. Non si puó avere uno sviluppo agricolo sostenibile se esso non è basato sulla conoscenza locale, le competenze, le pratiche, le tecnologie e le organizzazioni che i popoli hanno sviluppato nel tempo per sopravvivere in zone agro-ecologiche particolari. Questo è valido per tutti quelli che formano il 42 per cento di tutti gli esseri umani (2.57 miliardi di persone) che dipendono direttamente dell'agricoltura, dalla caccia, dalla pesca o dalla silvicoltura per il loro sostentamento. In alcune zone agro-ecologiche marginali, la scienza e la tecnologia hanno ancora da offrire soluzioni fattibili, appropriate e sostenibili che possono competere con quelle sviluppate dalle culture e conoscenze indigene. Nelle zone aride, per esempio, la siccità è parte del ciclo vitale e i pastori hanno storicamente sviluppato uno stile di vita adattato alla variabilità delle piogge, consentendo il movimento delle mandrie secondo il susseguirsi stagionale delle piogge. Le famiglie prestano e scambiano gli animali con i parenti che vivono in differenti località al fine di ridurre il rischio di perdere l'intero gregge. Una gran varietà di verdure verdi a foglia larga, specie di cereali in disuso come il fonio e la quinea e altri alimenti di base sono coltivati nei giardini delle case, lungo i confini dei terreni e dei fossati delle irrigazioni, o nelle foreste sacre e occupano un'importante nicchia nel sistema. Queste specie coltivabili non sono solamente elementi fondamentali per la sopravvivenza di queste popolazioni durante periodi di siccità; ma hanno anche un significato religioso, un valore nutrizionale e un importante potenziale come prodotti agricoli per il mercato, che può essere gestito direttamente dai meno abbienti. Tuttavia, una parte considerevole degli aiuti per lo sviluppo delle aree regolarmente colpite dalla siccità, sono state utilizzate per promuovere la stabilizzazione delle popolazioni transumanti e la produzione agricola di varietà ad alto rendimento, il cui raccolto dipende molto però da piogge regolari e uso di inputs complementari. Il risultato è che nelle buone annate c'è abbondanza di raccolto e di cibo, mentre nei ricorrenti periodi di siccità (una caratteristica di questi ecosistemi), le popolazioni sono più vulnerabili e hanno maggiori probabilità di perdere le loro risorse e soffrire la fame. Non dico questo per sostenere che tutte le pratiche tradizionali o di sussistenza sono migliori delle pratiche scientifiche o basate sulla tecnologia. Il mondo di oggi non consiste più solo di comunità isolate che producono per la loro sussistenza. Ma è ugualmente inaccettabile guardare ai sistemi agricoli in termine di tradizionale (in quanta negativo) e moderno (in quanta positivo). Invece, è più appropriato guardare ai sistemi agricoli in termini di capacità produttiva, e se sono sostenibili o no. L'agricoltura di sussistenza è solamente uno dei tre diversi tipi di sistemi che esistono oggi. Gli altri sono: l'agricoltura commerciale, che produce abbastanza eccedenza da vendere, e l'agricoltura industriale, in cui il ruolo dell'agricoltura come settore principale in termini di reddito ed occupazione declina man mano che lavoro, capitale e risparmio si trasferiscono ad altri settori non agricoli. Questi 3 sistemi agricoli coesistono. Sia il sistema agricolo di sussistenza, che quello commerciale e industriale utilizzano sia pratiche dannose sia pratiche benefiche per la terra e le persone. Non c'è un sistema agricolo superiore, più moderno o preferibile ad un altro. Al contrario, in questo mondo così diverso dal punto di vista ecologico, economico e culturale, tutti questi sistemi hanno ragione di esistere. Anzi, la lotta contro la fame, i diritti umani e la dignità dipendono, per certi versi, dalle idee, innovazioni e capacità di tutti e tre i sistemi. II problema sta nel fatto che finora non abbiamo dato sufficiente attenzione al variegato insieme di meccanismi che diverse comunità hanno sviluppato per sopravvivere in particolari zone agro-ecologiche. La diffusione delle idee e delle innovazioni ha teso a procedere da aree economiche centrali a periferiche, ma questo impedisce la diffusione di innovazioni agricole valide dalle aree periferiche. La globalizzazione, in particolare, è incline ad essere un processo unidirezionale. Essa tende a favorire l'agricoltura industriale rispetto ai sistemi di alimentazione locale. Perciò ha teso a dare maggior peso a pochi prodotti, ad una manciata di lavoratori industriali, a un piccolo numero di aziende per la trasformazione dei prodotti alimentari quali intermediari tra i produttori e i consumatori e l' efficienza nella catena produzione consumo. Questa preferenza è stata data principalmente a discapito dei sistemi locali di alimentazione e a discapito dell'agricoltura di sussistenza (e per certi versi di quella commerciale) che li sostiene. Nei sistemi di alimentazione locali, si coltivano centinaia di specie alimentari, sono impiegati migliaia di produttori, il legame tra produttore e consumatore è diretto, e l'enfasi è sulla qualità del cibo e sul benessere umano. La sicurezza alimentare a lungo termine, nel senso di qualità, accesso e diversità futura del cibo, dipende dal mantenimento della nostra cultura sull'alimentazione locale. Che cosa possiamo fare? Un passo fondamentale è riconoscere che l'alimentazione non è soltanto una pratica culturale e un bisogno biologico, ma una decisione politica. Nel mercato globale di oggi, le vostre scelte sul cibo influenzano quali di questi tre sistemi (industriale, commerciale o di sussistenza) prospera o declina. Non state influenzando soltanto un processo di produzione, ma intere culture, storie e stili di vita. State essenzialmente "votando con le vostre bocche". In aggiunta, è importante promuovere forme particolari ed appropriate di dialogo interculturale. Come dice meravigliosamente il proverbio italiano: «Per conoscere bene una persona bisogna mangiare nella stesso piatto» II dialogo interculturale avviene quando le persone si conoscono abbastanza da mangiare insieme. La condivisione di un pasto è il vero atto culturale. In tutte le parti del mondo mangiare insieme simbolizza vicinanza, amicizia, comunione e pace. Simbolizza unità nella famiglia, fiducia tra vicini, e la disponibilità a conoscere uno straniero. II dialogo interculturale si realizza attraverso il commercio, la migrazione, il turismo, la negoziazione. Avviene ogni volta che persone di culture differenti si incontrano e scambiano conoscenze, informazioni, credenze, tecnologie e pratiche. Perciò in sostanza, il dialogo interculturale significa avere il coraggio di condividere un pasto e di imparare dagli altri. II dialogo interculturale è vitale per la lotta contro la fame perchè è un'importante fonte di innovazione per l'agricoltura. Culture diverse hanno imparato a risolvere gli stessi problemi agricoli in modi differenti. Culture diverse hanno sviluppato tecnologie agricole diverse, e tutte valide, per arare il suolo, pescare, raccogliere materiale combustibile, gestire infestazioni e conservare il latte. Attraverso il dialogo interculturale, nella forma di migrazione, commercio, matrimoni tra persone appartenenti a comunità diverse, e la condivisione di pasti, queste tecnologie si sono diffuse per il pianeta e si sono evolute. Le patate, originariamente addomesticate in Sud America, sono oggi un alimento fondamentale in alcune regioni dell'Europa. Cosí il pomodoro, base dell'alimentazione italiana. Il cafè addomesticato in Africa è una bevanda diffusissima nel continente americano e in Italia. Razze di bestiame proveniente dall'Asia e dal Medio Oriente rappresentano oggi una base fondamentale per il sostentamento in Africa e in America Latina. Il movimento interculturale di specie coltivabili, razze di bestiame e tecnologie ha rivoluzionato le diete e ridotto la povertà. Ma, come accennato prima riguardo alla globalizzazione, il dialogo interculturale non è sempre uno scambio bidirezionale. II vero dialogo interculturale richiede un flusso bidirezionale di informazioni, idee, tecnologie e pratiche. Richiede una certa uguaglianza tra gli attori, la tolleranza della differenza, ed il reale riconoscimento del valore di ciò che le altre culture hanno da offrire. E richiede pazienza. Invece in pratica, i più poveri, le donne, i popoli indigeni, i lavoratori senza terra, le minoranze etniche e i diversamente abili non sono spesso in grado di partecipare come pari, o sono esclusi, nel dialogo interculturale, nello sviluppo di tecnologie agricole, nella formulazione di leggi, nel commercio o nella riforma agraria. Quando l'informazione e le tecnologie fluiscono soltanto in una direzione, la diversità culturale si perde. Nella giornata mondiale per alimentazione di quest'anno, vogliamo richiedervi di ispirarvi alla ricca diversità culturale della terra per alimentare la popolazione e per diffondere le future innovazioni agricole che sono necessarie per combattere la fame e la povertà nel mondo. Per chi di voi non ci conosce, la FAO è a più antica e grande organizzazione delle agenzie specializzate delle Nazioni Unite. (la FAO celebra il 60° anniversario quest'anno il 17 di Ottobre) E' governata da una conferenza composta da più di 180 nazioni, ha 78 uffici nazionali in diversi paesi, 10 uffici regionali e subregionali e la sede principale a Roma. La giornata mondiale dell'alimentazione fu istituita nel 1981. Il suo ruolo principale e di sensibilizzare sulle molteplici dimensioni delle fame nel mondo e del cibo, per promuovere la solidarietà nazionale e internazionale nella lotta contro la fame, la malnutrizione e la povertà. Questo scopo viene raggiunto attraverso centri pubblici di sensibilizzazione che permettono agli indigenti e ai gruppi rurali di essere ascoltati durante le attività della giornata mondiale dell’alimentazione a livello locale, nazionale e internazionale. Inoltre vengono riconosciuti gli sforzi significativi di individui e comunità che hanno migliorato la qualità, la quantità e la disponibilità di cibo sul pianeta. Che cosa si può fare per capitalizzare la ricca diversità culturale della terra per alimentare e propagare le future innovazioni agricole necessarie in questo mondo per combattere la fame e la povertà? Io proporrei 5 modalità di azione. La prima modalità di azione è sostenere i progetti che promuovono forme di dialogo interculturale che valorizzano la conoscenza e soluzioni locali. Per esempio, l'Iniziativa per lo sviluppo sostenibile agricolo e rurale chiamata SARD Iniziative, sta lavorando per identificare e capitalizzare buone pratiche sviluppate a livello di comunità, esperienze che migliorano il benessere sociale, ambientale e economico di specifici paesaggi agricoli e luoghi di lavoro. L'iniziativa promuove il dialogo interculturale attraverso scambi tra le comunità che confrontano problemi simili. La seconda modalità di azione è sostenere progetti che aiutano a mantenere la diversità culturale e biologica. Un esempio è il progetto Sistemi ingegnosi di importanza mondiale relativi al patrimonio agricolo (GIAHS) che promuovono la coesistenza armoniosa tra le persone e il loro ambiente attraverso pratiche agricole millenarie. GIAHS cerca di salvaguardare importanti sistemi agricoli indigeni. I sistemi del patrimonio agricolo contribuiscono alla sicurezza alimentare e al benessere umano più di quanto è spesso riconosciuto e hanno un gran potenziale in questo nel futuro. La terza modalità di azione è sostenere le nazioni unite nell'implementazione delle convenzioni e dei sistemi che promuovono il dialogo e gli accordi sui temi globali chiave. II trattato internazionale sulle risorse genetiche delle piante per l'alimentazione e l'agricoltura (2001), il codice di condotta per la pesca responsabile, e la commissione del Codex Alimentarius (che stabilisce gli standard internazionali sui prodotti alimentari, 1962) sono soltanto alcuni esempi del dialogo interculturale globale e degli accordi che possono beneficiare tutta l'umanità. La quarta modalità di azione è creare e partecipare attivamente nelle Alleanze contro la Fame. Per capitalizzare sulla diversità culturale mondiale nella lotta contro la fame sono necessarie nuove alleanze per "portare al tavolo" sia il debole che il forte, il centrale ed il marginate, il tradizionale e il moderno, il locale ed il globale. Le iniziative internazionali, i partenariati, le reti della società civile, come per esempio le Alleanze Internazionali contro la Fame, possono aiutare a promuovere il dialogo interculturale necessario per raggiungere questi obiettivi. E concludendo, non importa chi sei e quali risorse hai a tua disposizione: puoi sempre condividere ciò che sai e rimanere, per tutta la vita, abbastanza modesto per imparare dagli altri. Potete investire del tempo per condividere un pasto con uno sconosciuto. «A tavola non si invecchia mai» e puoi dare un piccolo contributo alla pace nel mondo. Sono l'ingegnosità umana e culturale, la visione giusta, il partenariato e il supporto, non soltanto della FAO e della comunità internazionale, ma da tutti voi, che possono sicuramente contribuire al raggiungimento della sicurezza alimentare per tutti. Liz Crowley è capo-responsabile del reparto “Alleviamento della povertà” presso la FAO, Roma


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363 Valutazione delle Risorse Forestali Mondiali

È stato presentato a inizio settimana l’aggiornamento del rapporto della FAO “Valutazione delle Risorse Forestali Mondiali 2005” (FRA 2005), lo studio più attendibile ed esaustivo delle risorse forestali mondiali, del loro utilizzo e del loro valore. L’indagine copre 229 paesi e territori, considerati nel periodo compreso tra il 1990 ed il 2005. Innanzitutto, si rileva che la perdita annuale di area boschiva tra il 2000 ed il 2005 è stata di 7,3 milioni di ettari all'anno, cifra inferiore a quella stimata per il decennio 1990-2000, che era di 8,9 milioni di ettari l’anno. Le foreste coprono adesso circa 4 miliardi di ettari, vale a dire il 30 per cento del territorio mondiale, ma oltre due terzi di tutta l’area forestale mondiale si trovano in soli 10 paesi: Australia, Brasile, Canada, Cina, Repubblica Democratica del Congo, India, Indonesia, Perù, Russia e USA. Nel periodo compreso tra il 2000 ed il 2005 il Sudamerica ha subito la più ampia perdita netta di foreste – circa 4,3 milioni di ettari l’anno – seguita dall’Africa, che ha perduto 4 milioni di ettari l’anno. Nello stesso periodo l’Oceania ha subito una perdita netta annua di oltre 350.000 ettari, il Nord America e l’America Centrale di circa 330.000 ettari, mentre l’Asia è passata da una perdita netta di circa 800.000 ettari l’anno degli anni ’90 ad un recupero annuo di un milione di ettari nel periodo compreso tra il 2000 ed il 2005, principalmente come conseguenza della riforestazione su larga scala registrata in Cina. Le aree boschive in Europa continuano ad espandersi, sebbene ad un ritmo più lento che negli anni ’90. Nel FRA 2005 si dice inoltre che sono sempre più frequenti i casi di riforestazione, che però ancora rappresentano meno del 5 per cento del totale delle aree forestali. Si sottolineano infine le molteplici funzioni che rivestono le foreste, come la salvaguardia della bio-diversità, la conservazione delle acque e del suolo, la produzione di legname, di fibre e di prodotti non legnosi, quella di fungere da “serbatoi” di assorbimento del carbonio. Fonte:www.fao.org/newsroom/en/news/2005/1000127/index.html


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362 “Racconto di... vino” alla seconda edizione

Ancora undici giorni per scrivere di cibo, vino e convivialità e partecipare al secondo premio letterario, intitolato 'Racconto di... vino', organizzato da Slow Food Roma, in collaborazione con Gan Assicurazione. Gli aspiranti scrittori potranno avvalersi di tutte le forme narrative: noir, giallistica, comica, sentimentale, diaristica... Unici vincoli sono la scadenza di presentazione degli elaborati, il 25 novembre, e la lunghezza massima di dieci cartelle. La partecipazione per i soci Slow Food e clienti dell'assicurazione è gratuita (i partecipanti dovranno farsi carico solo delle spese di spedizione dei manoscritti) e la premiazione si svolgerà in un salotto letterario del prestigioso St. Regis Grand Hotel a Roma il 15 dicembre. Gli scritti, firmati e riportanti indirizzo e recapito telefonico degli autori, dovranno pervenire alla segreteria organizzativa del premio (Slow Food Roma -Via ostiense 109 bis - 00154 ROMA) entro e non oltre il 25 novembre 2005. Tre i vincitori del concorso, a cui verranno assegnati un premio consistente in buoni libri da euro 300, 250 e 200 spendibili in una grande libreria presente su tutto il territorio nazionale. Verrà inoltre offerta una selezione di 18, 12 e 6 bottiglie di vino, selezionate dalla condotta romana di Slow Food. Per informazioni Segreteria organizzativa della manifestazione Silvia Donnini 349.3949874 Slow Food Roma 06.5780954 - 06.57250117


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361 Slow Fish, un fenomeno culturale

Con la giornata di domenica si è conclusa la seconda edizione di Slow Fish. La conferenza stampa di chiusura ha visto tutti gli organizzatori soddisfatti, a cominciare dalla Fiera di Genova che, nella persona dell’amministratore delegato Roberto Urbani, ha dichiarato: “Slow Fish è congeniale alla vocazione della Fiera di Genova nel settore delle manifestazioni dedicate al mare e rispecchia nello stesso tempo le specificità del nostro territorio”. L'Assessore all'Agricoltura della Regione Liguria Giancarlo Cassini ha sottolineato il rapporto stretto tra mare e territorio che questa manifestazione ha messo in evidenza. Mentre Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria, ha sottolineato come a Slow Fish si sia consolidata un’alleanza con Slow Food che andrà avanti in futuro, anche attraverso la collaborazione nell’Università di Scienze Gastronomiche. “È un successo di carattere soprattutto culturale”, ha aggiunto. “Qui a Slow Fish abbiamo messo a fuoco alcune idee importanti, come la necessità di riservare nei porticcioli alcuni posti barca per i pescatori e facilitare, in alcune località particolarmente vocate per il turismo, la vendita del pesce direttamente in banchina”. Carlo Petrini, nel ringraziare tutti i partner (Regione Liguria, Provincia e Camera di Commercio di Genova, Fondazione Carige e, in particolare, Fiera di Genova), ha evidenziato come questa manifestazione abbia ricevuto una consacrazione ufficiale di pubblico che ne consolida la continuazione futura, in alternanza biennale con il Salone del Gusto, di cui raccoglie lo spirito e l’eredità. “La sensibilità su questi temi”, ha dichiarato, “non può essere prerogativa di un’elite ambientalista e colta, ma si deve puntare a educare il pubblico affinché, attraverso il piacere del cibo, scelga anche comportamenti utili alla conservazione dell’ambiente e delle risorse alimentari”. Anche l’assessore provinciale all’ecologia Marina Dondero si è mostrato soddisfatto, augurandosi che il complesso tema del mare possa essere oggetto di una collaborazione continuativa con Slow Food e con le realtà della pesca presenti. Romano Merlo, segretario generale della Camera di Commercio di Genova, ha sottolineato il contributo di Slow Fish alla valorizzazione dei prodotti di eccellenza del territorio, sia in termini di visibilità sia di conoscenza. L’avvocato Gustavo Gamalero, della Fondazione Carige, ha poi ribadito la grande partecipazione alle attività didattiche di Fish Tales, che ha coinvolto oltre 2500 bambini nei tre giorni della manifestazione. Da segnalare anche il successo dell’iniziativa voluta dall’Assessorato al Turismo della Regione Liguria, che ha assicurato un servizio gratuito di battelli tra Acquario, Museo del Mare e Fiera, di cui hanno usufruito circa 3500 persone.


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360 Slow Fish - Il mare: una risorsa, tante responsabilità

Il convegno di domenica mattina “Il mare: una risorsa, tante responsabilità” ha estratto le prime conclusioni dei temi che hanno animato Slow Fish. Per questo, la domanda che alcuni studenti avevano posto in altri laboratori al presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Piero Sardo, è stata riproposta dallo stesso al pubblico e ai relatori: la piccola pesca riuscirà a garantire pesce per tutti? A questa, il professor Silvio Greco ha dato una prima risposta: certamente il primo passo da fare è quello di incominciare a non mangiare tutte le giovanili dei pesci, e limitare anche il consumo dei riproduttivi. Questo, appunto, garantirebbe di mantenere nelle acque tutte le specie senza il rischio di estinzione. Inoltre, ha proseguito Greco, la grande presenza dei bambini ai Fish Tales, i percorsi didattici, è stato un forte segnale di come educando le nuove generazioni si possono cambiare i comportamenti sbagliati. Ma gli adulti? Purtroppo, la situazione è molto grigia. L’attività di ricerca sui mari, in Italia, tocca appena lo 0,01 % del Pil nazionale e, soltanto dal 1985, si dispone di dati più approfonditi sulle sue risorse. Nel contesto mediterraneo, poi, si consideri che sui 22 paesi che vi si affacciano direttamente, solo 5 sono paesi comunitari: in che modo, allora, si può trovare una comune politica di regolamentazione? Cassandra de Young della Fao ha invece sottolineato come soltanto dagli anni 90 le politiche internazionali hanno iniziato a difendere la piccola pesca, nonostante si calcoli che almeno 39 milioni di persone nel mondo siano direttamente coinvolte in attività di pesca. Ettore Ianì, presidente della Lega Pesca, ha invece lanciato due proposte: innanzitutto, lavorare insieme per proseguire il discorso della tracciabilità. Inoltre, Francia, Germania, Danimarca, Spagna e Inghilterra si sono già dotate del Ministero dell’Alimentazione. Perché questa cosa non possiamo farla anche in Italia? E’ stato poi discusso il caso della Norvegia, considerata uno dei modelli di tutela dei mari, per come ha saputo attuarlo il governo norvegese. Le conclusioni del presidente di Slow Food Petrini sono state a metà tra un generale stato d’allarme e alcune proposte: “Le soluzioni sono difficilissime da trovare”, ha commentato, “anche perché fino ad ora non c’è mai stato dialogo tra i soggetti coinvolti. Certo, almeno una cosa lascia sperare: la grande presenza delle scuole ai percorsi didattici. Non dimentichiamoci che l’idea del consumatore che diventa co-produttore è possibile soltanto attraverso un lungo lavoro educativo. I dati della Fao dicono che se le cose non cambieranno, potremmo tranquillamente estinguerci tutti tra tre secoli! C’è bisogno di cooperare e da subito.Credo vi siano due questioni molto importanti: innanzitutto, la scienza e i saperi tradizionali devono lavorare insieme. Le comunità di pescatori presenti ce lo insegnano: non possiamo fare a meno dei loro saperi. La seconda questione è quella di rilocalizzare i consumi. Da questo punto di vista, un ruolo importante lo possono avere i cuochi in quanto possono indirizzare i consumi in maniera sostenibile e locale. Per questo, anche loro saranno presenti al prossimo Terra Madre".


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359 Nuovo piano di controllo per l’olio Dop ligure

Un collarino numerato applicato sul collo di ciascuna bottiglia di olio DOP Riviera Ligure per ricostruirne il percorso lungo la filiera e controlli sul campo effettuati da tecnici specializzati durante la raccolta, la frangitura e il confezionamento delle olive. Sono queste le due principali novità che, dal prossimo anno, le quattro Camere di Commercio della Liguria, su rinnovato incarico triennale del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, adotteranno in qualità di autorità pubbliche di controllo dell'olio d'oliva ligure. Il nuovo piano è stato presentato la scorsa settimana dal Presidente dell'Unioncamere liguri alla presenza dei rappresentanti delle Camere di Savona, Imperia e La Spezia. "Ancora una volta puntiamo sulla qualità di un prodotto dell'agricoltura ligure”, ha dichiarato Paolo Odone, presidente di Unioncamere. Il quale ha aggiunto: " Ad oggi, oltre alla DOP dell'olio, certifichiamo 8 DOC e 3 IGT dei vini. Il nostro prossimo obiettivo, ormai in dirittura d'arrivo, è la gestione e il controllo della DOP del basilico genovese, che l'Unione Europea ha appena approvato". Il collarino, grazie ad un nuovo sistema informatico di gestione del processo, consentirà al consumatore di risalire, attraverso internet, a tutti i soggetti della filiera produttiva che hanno trattato il singolo prodotto. Sulla base del nuovo piano, tutti coloro che sono inseriti nella filiera di certificazione (produttori, frantoiani e confezionatori) dovranno iscriversi al nuovo sistema di controllo per poter continuare a trattare partite di olive e di olio certificato. Le scadenze da tenere presenti sono due: il 10 novembre per poter trattare partite della raccolta 2005/2006 e il 31 dicembre per poter beneficiare della procedura agevolata che consente di evitare la prima visita ispettiva d'ingresso nel sistema di controllo. Fonte: Ansa


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358 Aux Origines du Goût: primi bilanci

Primi bilanci per il salone Aux Origines du Goût, appena terminato a Montpellier, Francia. L’entusiasmo evidente sui volti dei visitatori conferma il successo di questa manifestazione, organizzata da Slow Food e dal Sindacato dei Coteaux du Languedoc. Un programma ricco di appuntamenti ha caratterizzato questa “festa dei terroirs del mondo intero”, che ha accolto un pubblico estremamente curioso: circa 7.500 appassionati hanno visitato il salone. Il Mercato dei Sapori, che costituiva il cuore dell’evento, raccoglieva un centinaio di produttori : 26 Presidi Internazionali ne occupavano la parte centrale. Undici di questi sono giunti in Francia dalla Campania grazie al sostegno della Regione e hanno ben rappresentato la ricchezza gastronomica di questo territorio. Uno spazio importante era riservato all’Enoteca, che raccoglieva circa 700 vini del mondo intero da degustare al bicchiere. Gli appassionati hanno avuto cosi’ l’occasione di scoprire bottiglie rare e di ampliare la propria tavolozza di riferimenti. In totale sono stati serviti più di 8 000 bicchieri. I visitatori hanno particolarmente apprezzato i Laboratori del Gusto: 55 appuntamenti sono stati organizzati per offrire agli interessati altrettante occasioni di scoperta eno-gastronomica. Sono stati quasi 2500 i partecipanti che hanno cosi’ apprezzato prodotti di alta qualità e accordi inusuali tra cibo e vino. L’educazione del gusto per i più giovani era invece assicurata da uno spazio riservato ai bambini, che hanno riscoperto prodotti come la pasta, il cioccolato e il latte, grazie alle attività organizzate dal Museo Agropolis. Grande interesse da parte di pubblico e stampa, inoltre, per la conferenza di venerdi’ 28 “Slow Food : stile di vita o nuovo modello economico”, in presenza di Carlo Petrini. Il forte sostegno offerto dalle istituzioni locali, garantisce il consolidarsi di questo appuntamento, che si terrà con cadenza biennale in alternanza con il Salone del Gusto.


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357 Al via la quinta edizione del Salone del Vino

Da giovedì 27 ottobre a domenica 30 ottobre parte la quinta edizione del Salone del Vino di Torino in programma al Lingotto Fiere. La novità di questa edizione è che nei giorni di sabato 29 e domenica 30 sarà anche aperta al pubblico che parteciperà così all’assegnazione dei “Tre bicchieri”, il più prestigioso riconoscimento enologico nazionale. Tra i premiati, il Piemonte è in testa alla classifica, con ben 56 vini, seguito dalla Toscana con 42 e dal Friuli Venezia Giulia con 26. La presentazione della Guida ai vini d’Italia di Gambero Rosso-Slow Food, si svolgerà sabato 29 ottobre alle ore 10,30 mentre domenica 30 ottobre gli enoappassionati potranno partecipare alla degustazione di tutte le 246 etichette premiate. L’edizione 2006 di Vini d'Italia, giunta alla sua 19a edizione, conta tra le sue pagine ben 2.126 produttori e 15.476 vini recensiti ed è la più ricca mai realizzata. Nei giorni di giovedì e venerdì, quando il Salone del Vino è riservato soltanto agli operatori, verrà ripetuto il workshop internazionale che mette le cantine in diretto contatto con gli oltre 45 selezionati buyers, per un totale di quasi 1200 incontri commerciali. Il fine settimana proseguirà invece all’insegna di incontri, assaggi e degustazioni che permetteranno di conoscere ed incontrare le realtà presenti al Salone. Per il programma completo: www.salonedelvino.com


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356 Wto, la campagna francese

A dicembre si terrà il vertice del Wto a Hong Kong. La posta in gioco è l’agricoltura e a contenderla sono in cinque: l’Europa, gli Stati Uniti, l’India, il Brasile e l’Australia. L’accusa più ricorrente nei confronti dei due continenti più ricchi, Usa ed Europa, è quella che con i sostegni alle loro agricolture, rendono in pratica impossibile per gli altri paesi l’esportazione dei loro prodotti. Ora, il nuovo direttore generale del Wto è l’ex commissario dell’Ue a 15, il quale, durante un’intervista, ha chiesto ai due maggiori contendenti di fare tutti gli sforzi necessari per istituire il libero mercato. Tra i paesi europei, però, la Francia ha già dichiarato di non essere d’accordo. Gli Usa dicono di essere disposti a rinunciare al 50-60% dei sussidi se l’Ue fa altrettanto. L’Europa, inaspettatamente, è disposta a discuterne. La problematica, però, si accresce, poiché gli altri tre, India, Brasile e Australia non sono a loro volta d’accordo tra loro. Mentre Brasile e Australia puntano sull’abolizione di ogni sostegno all’agricoltura, l’India vorrebbe esportare in mercati aperti la produzione della “parte capitalistica” della sua agricoltura, mentre non è disposta a porre fine ai dazi che proteggono il suo mercato interno. L’Unione Europea si affiderà, per il vertice di Hong Kong, al commissario inglese Peter Mandelson, il quale non è responsabile dell’agricoltura ma del commercio. A questo punto, immediata è stata la reazione della Francia, che ha provocatoriamente chiesto: cosa ne sa il responsabile del commercio di agricoltura? Probabilmente, sarebbe utile fare chiarezza su chi deciderà di queste politiche, senza lasciare che ogni Paese, a cominciare dalla Francia, pensi solo ai propri interessi personali. Fonte: Il Manifesto


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355  Inea, più produzione ma prezzi all’origine troppo bassi

Cresce la produzione, ma i prezzi all'origine sono sempre più bassi. A confermarlo è stata l'Inea (Istituto Nazionale di Economia Agraria), che ha presentato alcuni giorni fa la terza edizione del “Rapporto sullo stato dell'agricoltura italiana”. Nel 2004 l'agricoltura italiana è tornata a segnare una importante crescita produttiva (+8,3% in quantità e +3,8% in valore), cui è però corrisposta una forte flessione dei prezzi alla produzione (-4,0%) che, associandosi all'aumento dei prezzi dei fattori produttivi (+2,3%), ha contribuito a determinare un significativo peggioramento delle ragioni di scambio (-6,3%). "Le forti tensioni sui prezzi dei prodotti agricoli e, conseguentemente, sul reddito degli agricoltori - ha spiegato il presidente dell' Inea, Simone Vieri - sono espressione non solo di una congiuntura sfavorevole, ma anche di difficoltà strutturali". Il Rapporto analizza il problema dell'adeguamento dell'agricoltura italiana ai cambiamenti in atto, attraverso un’approfondita analisi dell'intervento pubblico. Nel periodo 2002-2004, l' agricoltura ha beneficiato di un sostegno pubblico complessivo che, in media, è stato pari a circa 16 miliardi di euro l' anno, costituito per il 69% da trasferimenti diretti e per la restante parte (31%) da agevolazioni. Ne discende l'immagine di una politica povera di risorse proprie, dove gli interventi interamente sostanziati da risorse nazionali sono prevalentemente costituiti dalle diverse agevolazioni. Nel periodo esaminato, sottolinea il Rapporto, sono state varate importanti misure tra le quali le nuove norme in materia di regolazione dei mercati; la definizione dei soggetti giuridici in agricoltura; il sostegno agli investimenti nelle filiere; l’etichettatura e l’indicazione di origine delle materie prime agricole. In tale situazione, ha concluso Vieri, "diviene indispensabile un significativo rafforzamento dell'impegno di cooperazione tra Stato e regioni che consenta di continuare a governare il cambiamento della nostra agricoltura in modo coerente”. Fonte: Ansa


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354 Parliamo di Slow Fish

Questa mattina, lunedì 24 ottobre, Slow Food e Fiera di Genova hanno organizzato la conferenza stampa di presentazione di Slow Fish presso la sede di Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio, alle ore 11. Slow Fish, il Salone del pesce sostenibile, si terrà dall’11 al 13 novembre 2005. Si tratta di una grande manifestazione a livello internazionale, totalmente dedicata al mondo ittico e alle sue problematiche, organizzata da Slow Food e promossa da Fiera di Genova con il contributo di Regione Liguria e di Provincia di Genova, Camera di Commercio di Genova, Fondazione Carige. Interverranno alla presentazione: Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria Alessandro Repetto, presidente della Provincia di Genova Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio di Genova Vincenzo Lorenzelli, presidente della Fondazione Carige Franco Gattorno, presidente della Fiera di Genova Carlo Petrini, presidente di Slow Food A Slow Fish si parlerà di pesca e delle risorse legate al mare, coinvolgendo le comunità del cibo già presenti a Terra Madre, le associazioni Lega Pesca (Lega nazionale cooperative e mutue), A.G.C.I. (Associazione generale cooperative italiane), Federcopesca (Confederazione cooperative italiane), oltre a protagonisti ed esperti del settore. Inoltre, si cercherà di fare il punto sulle azioni urgenti da portare avanti per salvaguardare una risorsa così preziosa, eppure poco tutelata e minacciata. L’evento darà quindi spazio a istituzioni, rappresentanti della comunità scientifica, pescatori e a una serie di seminari. Non mancheranno interessanti momenti dedicati alla degustazione e all’educazione del gusto, attraverso l’approccio diretto con le specialità gastronomiche a base di pesce.


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353 Presentata l’edizione di Slow Fish

Si è svolta questa mattina presso la sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale a Genova la presentazione di Slow Fish 2005. Al tavolo dei relatori erano presenti i massimi esponenti delle istituzioni che sostengono la manifestazione. «Abbiamo deciso di apportare il nostro sostegno a Slow Fish – ha esordito Claudio Burlando, Presidente della Regione Liguria – anche se questo è un momento difficile per la finanza pubblica… Il nostro sforzo è immaginare la Liguria come un grande museo, che non solo conservi i beni ambientali e culturali ma metta insieme anche la capacità di attirare visitatori e lo sviluppo economico. Difendere le comunità della pesca dalle multinazionali è una garanzia per il nostro futuro». «Il mio sogno –ha proseguito Carlo Petrini, Presidente di Slow Food – è che Slow Fish diventi il punto di riferimento internazionale per le tematiche della pesca. A Genova si incontreranno per discutere e scambiare esperienze i rappresentanti di ben 52 comunità legate al mondo della pesca… Slow Fish assumerà una centralità planetaria nella discussione sulla pesca sostenibile, di mare, di fiume e di laguna”. Il presidente della Fiera di Genova Franco Gattorno si è dichiarato orgoglioso di promuovere questa iniziativa perché «è una occasione unica per creare professionalità e competenze». Alessandro Repetto, presidente della Provincia di Genova ha sottolineato come Slow Fish metta in risalto il rapporto fra ambiente, produzione e consumo, il valore dell’educazione e soprattutto la riscoperta dell’economia del mare come unica materia prima. Il saluto del sindaco di Genova è stato portato dall’assessore allo sviluppo economico Mario Margini, per il quale «il recupero del mare e delle sue attività è l’elemento fondamentale per il rilancio economico, turistico e industriale della Liguria». Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio di Genova ha sottolineato come la città stia offrendo un autunno eccezionale ai genovesi e ai turisti con il festival della scienza, la mostra sui macchiaioli e Slow Fish. Infine, Augusto Gamalero della Fondazione Carige si è detto convinto che Slow Fish «serva a far conoscere ai giovani il passato, le tradizioni, i borghi marinari».


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352 Cartolina da Hanoi

di Rita Erlich Non guardiamo al passato. Questo è il consiglio da seguire per poter apprezzare al meglio il Vietnam e il suo cibo. Lo sguardo retrospettivo va incontro a terribili decenni di colonizzazione e guerre feroci – sebbene uno sguardo storico molto più lontano nel tempo incontri una cultura tenace – e, come tutti ben sappiamo, la verità e la cucina sono vittime di guerra. Il panorama attuale sul cibo, tuttavia, è molto più allegro. La cucina vietnamita è sempre più conosciuta e apprezzata, in parte – anche se può sembrare inverosimile – come conseguenza del turismo. Donald Berger, uno chef professionale canadese di nascita che si è stanziato a Hanoi, sostiene di aver notato moltissimi cambiamenti rispetto a due anni fa, quando aprì il suo ristorante-vineria Vine. «Prima non si poteva mangiare cibo vietnamita in nessun hotel», afferma. Ma adesso si può! A pochi metri dal Vine, c’è l’Hotel Sheraton, che è rimasto chiuso per alcuni anni a causa di una forte crisi economica in Vietnam. All’inizio di quest’anno hanno rimesso in funzione tutte le sue stanze, e gli affari vanno a gonfie vele. Lo chef vietnamita Chi Cao, che lavora da sempre in hotel a cinque stelle, cucina ora il cibo tradizionale della sua famiglia all’Hemispheres, l’elegante ristorante vietnamita incorporato all’hotel. Anche l’architettura di questo ristorante riprende molti elementi vietnamiti, con un soffitto di legno e la presenza di sete delicate. Fino a poco tempo fa, il cibo vietnamita era considerato completamente privo di fascino. Il Paese ha un alto livello di povertà, il combustibile viene usato con moderazione e il ristorante tradizionale più comune è un locale che serve il cosiddetto piatto unico – di solito molto buono e a prezzi modici. Molte persone mangiano in strada: di solito, accovacciate di fronte a botteghe improvvisate, si accontentano di una scodella di zuppa e spaghetti di riso. Mancanza di fascino non significa tuttavia mancanza di raffinatezza. Al contrario: la cucina è estremamente delicata, soprattutto nel nord del Paese. Come sostiene lo chef Chi Cao, il cibo di Hanoi ha un sapore più fresco di quello del sud, dove i cibi sono più dolci e più speziati. Nel nord, la Cina è a due passi e la cucina cinese o vietnamita-cinese possiede un proprio stile, oggigiorno poco conosciuto giacché molti cinesi abbandonarono il Paese dopo il 1975 (quando finì la Guerra americana, come la chiamano qui) e dopo la Guerra sino-vietnamita del 1979. La cucina vietnamita settentrionale è molto diversa da quella della sua grande vicina, poiché fa un grande uso di spezie ed erbe aromatiche fresche, oltre che di salsa di pesce. Al Sofitel Motropole Hotel di Hanoi, gli chef (molti dei quali sono donne) danno lezioni di cucina ai turisti stranieri, cominciando con un giro nei mercati. Io mi ritrovai a fare questo giro con un gruppo di turisti composto da chef australiani, molti dei quali conoscevano bene la cucina vietnamita per la grande presenza di ristoranti vietnamiti nel loro paese, soprattutto a Melbourne e a Sydney. Uno dei centri di cibo vietnamita di Melbourne si trova a soli 2 km dal Central Business District. Ma lo stile di questa cucina è di solito vietnamita-cinese. La lezione di cucina prevedeva la preparazione di insalata di fiori di banano, carne di maiale marinata e grigliata nel bambù, foglie di zucca saltate con l’aglio e un pesce locale cotto al vapore con birra ed erbe aromatiche. Durante il nostro giro al mercato, avevamo comprato foglie di patata dolce, foglie di lime, coriandolo dentellato, menta vietnamita, foglie di choko, aglio, erba cipollina, aneto, crisantemo e shiso (perilla), bastoncini di cannella e radici di curcuma e galangal fresco, insieme con diversi tipi di peperoncini e germogli di fagioli, oltre a spezie ed erbe aromatiche per le quali non esiste un equivalente conosciuto nella nostra lingua. Queste lezioni di cucina sono dei veri e propri esercizi, da prendere sul serio. Le cuoche, tutt’altro che timide e imbarazzate, sono invece delle donne capaci e sicure di sé che condividono il loro sapere e, così facendo, lo valorizzano e lo diffondono a livello internazionale. Il Sofitel Metropole, noto come uno degli hotel più lussuosi del Vietnam, possiede ancora dei cenni di francofilia, compresa una gastronomia dove si possono trovare i prodotti di Hédiard, provenienti dall’altrettanto lussuoso negozio di alimentari di Parigi, che reca lo stesso nome. Il suo chef francese, Didier Courlou, ha vinto dei premi per la qualità della cucina nel ristorante di Beaulieu. E tuttavia egli è anche un acceso difensore della cucina del suo paese adottivo: grazie a lui, sei anni fa il ristorante Spices Garden è diventato un ristorante esclusivamente vietnamita. «A quei tempi dicevano tutti che un ristorante vietnamita in un hotel non avrebbe mai avuto successo», ha scritto Courlou, il quale è anche l’autore di parecchi libri interessanti sulla cucina vietnamita, compresa una monografia sulla nuoc nam, la salsa di pesce tipicamente vietnamita. Berger, nel cui ristorante-vineria si serve un misto eclettico proveniente da tradizioni culinarie diverse, afferma che i vietnamiti rappresentano il 30 per cento dei clienti del Vine e spendono in media più degli espatriati locali o dei turisti di passaggio. Pur essendovi ancora molta povertà, sta tuttavia aumentando la ricchezza in questo paese comunista che mostra lievi segni di apertura al libero mercato. «Qui la pace si apprezza sul serio», afferma Burger, che nota come i paesi come il suo nativo Canada, che hanno una lunga storia di pace, tendano invece a darla per scontata. Il cibo e i ristoranti rappresentano una delle tante espressioni dell’apprezzamento della pace e del rinnovato orgoglio per la cucina locale. Risulta chiaro negli hotel di Hanoi ed è altrettanto evidente nella Città di Ho Chi Minh, dove i ristoranti come l’An Vien e il Temple Club offrono un’esperienza unica e assai gratificante, che è una combinazione di arredamento, architettura, cibo e ospitalità tipicamente vietnamiti. Tutti gli aspetti della pace si rafforzano reciprocamente. Ognuno di questi ristoranti può trarre vantaggio dalla fase ascendente dell’orticoltura e dagli allevamenti, che forniscono pesce, verdure, erbe aromatiche e persino foie gras, emu e lamponi. Un paese sempre più ricco spende di più per mangiare al ristorante, il che a sua volta permette di trovare del cibo più raffinato e offre maggiori possibilità di impiego e più occasioni per i locali, gli espatriati e i turisti di esplorare e apprezzare il cibo locale. Il Paese non è ancora industrializzato: i polli hanno ancora il gusto di pollo, il sedano è filamentoso e dal sapore intenso, le verdure e le erbe aromatiche si trovano sempre fresche al mercato. Le pagnottelle di carta di riso vengono spesso preparate in modo quasi informale da donne accovacciate accanto a stufe fumanti, e poi messe ad asciugare al sole su stuoie di bambù. E certi piatti oltrepassano i confini socio-economici. La pho (la “o” si pronuncia come nella parola francese oeufs) è una zuppa mista di spaghetti e carne; e gli involtini primavera preparati con la carta di riso e le erbe aromatiche hanno tante versioni quante sono le persone che li preparano. La salsa di pesce è un condimento chiave. Il lime, le erbe aromatiche, il peperoncino e il sale sono ingredienti indispensabili. È meglio se cominciamo a farci l’abitudine: lo chef Chi Cao sostiene che la cucina vietnamita si è ormai guadagnata una reputazione internazionale, e a Mosca hanno appena aperto un ristorante vietnamita. Mi chiedo da dove provengano i fiori di banano che si trovano a Mosca! Rita Erlich, Australiana, vive a Melbourne e scrive di cibo e vino. È giornalista, consulente, insegnante e conduttrice radiofonica su argomenti enogastronomici da più di vent'anni. E' autrice di numerosi libri su diversi aspetti del cibo, dai dolci di cioccolato alle economie regionali Traduzione di Luisa Balocco


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351  Manifestatio praecox

di Grazia Novellini Ecco un assaggio-campione dell’ultimo numero (13) della rivista Slowfood, uscito il 25/09/2005. Tratta di un argomento molto attuale, la Fiera del Tartufo di Alba. «… Passando poi a proposte concrete il dott. De Giacomi ha osservato che la data è prematura soprattutto per la difficoltà che crea l’allestimento di una mostra del prestigioso fungo che in quella stagione è scarso e non ancora giunto a maturazione». È una bella testimonianza dei “corsi e ricorsi” della storia il resoconto, apparso il 25 novembre del 1967 sul quattordicinale langarolo La Bilancia, di una conferenza tenutasi nella sede della Famija Albeisa «su un problema di scottante attualità: la Fiera del Tartufo». Il relatore Luciano De Giacomi, farmacista, viticoltore e gourmet, presidente della Famija nonché dell’Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini di Alba, era uno dei più autorevoli collaboratori del periodico, che ne sposava apertamente le tesi: «La relazione De Giacomi è stata schietta e lineare, priva di qualsiasi conformismo come era nei desideri di molti e noi tra questi». Che cosa aveva detto l’oratore? Che, mentre nel periodo antecedente la guerra la Fiera si era caratterizzata per l’attenzione al tartufo e alla gastronomia, negli anni successivi era andata fissandosi su «un cliché di strapaese e più propriamente di sagra paesana», con «una struttura centrale costituita da manifestazioni di contorno che nulla hanno a che vedere con la tipicità». Intorno alla mostra avrebbero dovuto invece ruotare «convegni di studio, manifestazioni gastronomiche, degustazioni di vini e quant’altro inerente al tema conduttore», compresi gli incontri dei turisti «con i produttori dei vini e di bestiame pregiato presso le aziende, quale conferma della validità e genuinità della materia prima»; le manifestazioni «potranno essere articolate lungo l’arco dell’anno nei paesi vicini, per confluire alla fine di ottobre in tutte le piazze di Alba a formare una grande e completa esposizione di tutto quanto è prodotto dalla terra e dalla operosa iniziativa degli uomini della Langa». Con queste critiche e con queste proposte aveva in parte concordato, nell’intervento conclusivo della serata, il sindaco di Alba Ettore Paganelli, lanciando un appello «agli uomini di buona volontà affinché si prodighino per la felice soluzione del grosso problema della fiera del tartufo». Risultato: qualche anno più tardi alla redazione del giornale, che aveva fatto da cassa di risonanza alla protesta (conducendo anche una vivace campagna contro alcuni aspetti della “legge Salari” sulla raccolta dei tartufi) e che aveva raccolto la sfida del sindaco, sarebbe stato attribuito un ruolo di rilievo nel “nuovo corso” della Fiera, con l’ingresso nel comitato organizzatore di due suoi esponenti, Raoul Molinari e Walter Accigliaro, il primo con responsabilità operative anche dopo la ricostituzione della Pro loco presieduta dall’imprenditore Fiorenzo Revello. Queste rapide note storiche intendono sottolineare il carattere ciclico dei rilievi mossi alla Fiera, che con i suoi 75 anni è la decana delle manifestazioni albesi (e una delle più longeve d’Italia) ed è ben comprensibile abbia potuto attraversare fasi di “stanca”. Stupisce non tanto il periodico emergere di critiche quanto la loro quasi perfetta sovrapponibilità: sempre si sostiene che, oltre a svolgersi troppo presto, la manifestazione ha tradito lo spirito originario di promozione del territorio attraverso uno dei suoi prodotti simbolo, la trifola bianca. Tale convincimento, che postula l’esistenza di un’età dell’oro della Fiera (De Giacomi la collocava tra la sua nascita nel 1929 e la guerra), può giustificarsi alla luce dei connotati singolarmente “moderni” degli esordi. Già agli inizi del secolo Alba era famosa per l’Esposizione Agraria Industriale che, allestita nel cortile della Maddalena, nel 1903 e nel 1909 ebbe l’onore di essere visitata dal re Vittorio Emanuele III. Alla fine degli anni Venti l’autunno albese era caratterizzato dalle feste vendemmiali, sagre popolari – con sfilata di carri allegorici, bancarelle e bande musicali – che richiamavano in città migliaia di persone. Inserita nella festa vendemmiale del 1929, la “fiera mostra campionaria a premi dei rinomati tartufi delle Langhe” ebbe continuità dall’anno successivo con la nomina di un comitato presieduto dal conte Gastone di Mirafiori, cugino morganatico del re e vitivinicoltore. Ma a ispirare la Fiera era stato soprattutto Giacomo Morra, geniale figura di imprenditore turistico. Nato nel 1889 a La Morra in una famiglia di mezzadri, fino a vent’anni aveva fatto il contadino, per poi gestire in rapida successione una trattoria a Gallo Grinzane, un negozio di stoffe e l’albergo Langhe ad Alba. Trasferitosi a Torino, aveva aperto una bottiglieria in via Nizza e là aveva scoperto le potenzialità dei prodotti enogastronomici della sua terra. Tornato ad Alba, aveva rilevato l’albergo-ristorante Savona, nella piazza omonima, dotandolo di comfort rari a quei tempi: acqua corrente in tutte le camere, riscaldamento, telefono. È verosimile che le basi della Fiera del Tartufo siano state gettate in ripetuti incontri fra il conte di Mirafiori e Morra in un salottino dell’hotel Savona. Di certo fu un grande successo fin dalle prime edizioni, inaugurate il 26 ottobre del 1929 e il 29 novembre del 1930 (poi la data si stabilizzò intorno al 5-6 novembre), con fiumi di visitatori giunti anche con treni speciali da Torino. Un successo avviato da subito a travalicare i confini nazionali: il 28 novembre 1933 il Times, a commento di una degustazione di prodotti tipici in piazza Savona, scriveva che «le Langhe producono i tartufi bianchi, i più profumati e i più rinomati del mondo». Si calcola che in fiera se ne esponessero 150 chili, quotati sulle 200 lire il chilo, l’equivalente dello stipendio mensile di un maestro elementare. Pochi potevano permetterseli, neppure come estemporanea follia, ma l’abilità degli organizzatori fu di riuscire a conciliare il lancio di un prodotto d’élite con il tono popolare dell’intrattenimento. Questo non venne mai meno e trovò un punto di forza nel palio degli asini, “inventato” nel 1932 da un altro estroso personaggio, il farmacista e futuro grande pittore Pinòt Gallizio. Il manifesto della nona edizione (1937) esemplifica bene il carattere polivalente della Fiera. Si annunciano gare di calcio, pallone elastico, bocce, «fuochi di gioia, carri folcloristici e ogni divertimento», a supporto di una valorizzazione estesa a prodotti accessibili al largo pubblico («uva, nocciole, ortaggi, torroni»), Ma si avverte anche che in tutti i ristoranti saranno serviti «piatti tipici dell’Albese» e si invita a visitare «i maggiori centri delle magnifiche Langhe: La Morra, Bossolasco, Cortemilia», dove ci sono «la cura dell’uva, paesaggi incantevoli, quiete, riposo». Agli albori delle vacanze di massa, in un’epoca in cui il turismo enogastronomico e quello ambientale erano concetti sconosciuti, e non si parlava ancora di “territorio”, gli ideatori della Fiera del Tartufo furono autentici anticipatori. Il tradimento, se tradimento c’è stato, consiste forse non tanto nell’averne anticipato lo svolgimento, quanto nell’aver consentito – ma non solo nelle Langhe – la quasi scomparsa del prodotto che la manifestazione dovrebbe celebrare, e che da raro sta diventando praticamente introvabile. Anche questa è una denuncia ciclica, ricorrente almeno dagli anni Settanta in poi. Della gravità della situazione sono ben consapevoli gli esperti del Centro Nazionale Studi Tartufo, che opera ad Alba dal 1996; molto meno, purtroppo, i rappresentanti delle categorie che dalla trifola continuano a trarre (fino a quando?) reddito e fama. Grazia Novellini, giornalista, lavora presso Slow Food Editore


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350  A Eurochocolate il C8 del Cacao

Il 20 ottobre, all’interno degli eventi della manifestazione Eurochocolate a Perugia, c’è stato un incontro, denominato provocatoriamente “C8”, tra gli otto paesi che sono i maggiori produttori di cacao al mondo. L’occasione dell’incontro, voleva essere appunto quella di mettere a fuoco le problematiche ed i nuovi orizzonti della produzione di cioccolato nel mondo. Tra questi, la Repubblica Dominicana ha un primato un po' particolare: è il terzo Paese produttore in generale, ma è anche il primo esportatore al mondo di cacao biologico. Infatti, complessivamente, le esportazioni di cacao biologico non superano le 12.500 tonnellate all'anno. Il 62,5% di questa cifra viene coperto dalla Repubblica Dominicana. Al “C8” era presente quello che è considerato il primo produttore dominicano di cacao biologico: si chiama Jose Antonio Martinez, fa parte della locale “Commision nacional de cacao” e si occupa anche della produzione del cacao fermentato. Martinez ha spiegato, durante il suo intervento, come anche nel settore del cioccolato il problema principale è rappresentato dal prezzo "iniquo" pagato ai produttori. "I costi, nel cacao biologico - ha detto - sono tre volte superiori rispetto a quelli del cacao tradizionale. Il problema è che non vogliono corrispondere un prezzo superiore perché non capiscono che alla base ci sono tempi di lavorazione più lunghi, spese più alte e, in più, anche le certificazioni fatte dalla agenzie internazionali, che vanno pagate. Si tratta di agenzie, per esempio tedesche, o belghe e solo la certificazione costa 5.000 dollari. Inoltre i fertilizzanti organici sono molto cari e non hanno l'efficienza di quelli chimici". "Poi, succede - ha aggiunto - che le persone che hanno potere decisionale sui prezzi molto spesso non conoscono questo settore". L'azienda di Jose Antonio Martinez può contare su 270 ettari complessivamente coltivati, il 12% dei quali dedicato al cacao biologico. Nel Paese, sono 100.000 gli ettari coltivati complessivamente, con 48.000 tonnellate in media prodotte all'anno negli ultimi dieci anni. "Di recente - ha spiegato - un problema grave per le coltivazioni è rappresentato dagli uragani, che per esempio nel '98 e poi nel 2004 hanno devastato le coltivazioni. Sono fenomeni che non ci facilitano il lavoro e creano sconforto fra i produttori''. Fonte: Ansa


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